Algo – Due pezzi per chitarra di Franco Donatoni
IL GIOCO DELLE FIGURE
di Annamaria Plantamura
III – POLIFONIA VIRTUALE, CONTRAPPUNTO A DISTANZA E SPAZIALITÁ
In un contesto apparentemente disgregato in cui vengono giustapposte Figure profondamente differenti fra loro per timbro, dinamica e modalità di attacco, inevitabilmente si instaura un rapporto di memoria tra elementi non contigui che entrano in relazione con essi medesimi: un esempio di contrappunto a distanza di elementi, non posti in successione, che ci suggerisce delle considerazioni sul concetto di polifonia tradizionale.
Alla simultaneità di eventi sonori diversi organizzati che creano una sintesi di orizzontalità, verticalità (consistente nella sincronizzazione polifonica) e temporalità (cioè gli eventi musicali intesi come configurazioni temporali), si sostituisce un’idea di polifonia intesa come contrappunto a distanza di eventi uguali non contigui .
La compresenza di più dimensioni come principio fondante dell’opera è alla base di numerose capolavori di illustri esponenti dell’arte informale, quali Alberto Burri e Lucio Fontana. La trasposizione del concetto di contrappunto virtuale in ambito figurativo è emblematica e rende più afferrabile il concetto di “occupazione dello spazio acustico” che altrimenti rimarrebbe astratto. I limiti sono propri della differenza che intercorre tra spazio sonoro e spazio fisico (inteso come spazio dell’uomo con il quale lo stesso interagisce): il primo è sfuggente, non lo possediamo realmente, il secondo, invece ha delle dimensioni all’interno delle quali l’uomo può muoversi ed intervenire con più facilità.
Probabilmente questo è l’aspetto più affascinante di quest’opera di Donatoni: egli riesce a regalare una terza dimensione al suono che oltre ai classici parametri quantitativi dell’altezza e della durata, assume in sé il concetto di profondità che in tal contesto diventa valore.

Nell’opera “Concetto spaziale - Attese” di Lucio Fontana (1963), il pittore interviene sulla tela vissuta come spazio agendo crudelmente, lasciandone intravedere la profondità.
La tela, lacerata dall’intervento netto dell’autore, freme, soffre, pesa come la febbrile “Attesa” di ciò che, nelle pittura, va oltre la pittura.

L’assunzione della tela come luogo di uno spazio si evince in “Sacco” di Alberto Burri (1953): i buchi nella superficie si aprono a mostrare le dimensioni interne ad essa. I crateri di profondità diverse entrano in un contrappunto di superfici a distanza. Su di una tela cangiante che funge da tessuto connettivo si concretizza il gioco di pesi: è la parte più robusta della tela a subire il cratere più vistoso. Questo quadro non racconta alcuna storia, narra sé stesso, la storia delle sue superfici.

“Grande Bianco Plastica”, sempre di Burri (1962), invece, in un certo senso è direzionato, incarnando una dimensione temporale (cerchio) frenata da momenti di spazialità (superfici) che ne rallentano lo scorrimento . Il gioco di pesi, di cromatismi, colori, rapporti a distanza, bilancia la forma in contesto in cui convivono un’energia centrifuga (elementi fuori dal cerchio) ed un’energia centripeta (all’interno del cerchio). Gli elementi “di mezzo” sull’orlo del cerchio strabordano rompendo i confini, rappresentando il punto massimo di energia centrifuga del quadro e creando l’idea di una dimensione temporale che straripa..
La tela, lo spartito intesi come luogo di uno spazio su cui intervenire ed in quanto tale, arricchito del valore della profondità. In questo senso si osservi la Figura 3 : essa delinea una dimensione incorporea del suono che crea un gioco timbrico determinante nella costruzione della spazialità, portandoci inevitabilmente al concetto di profondità formale: la forma è intesa come palco e come tale è utilizzabile anche nella sua profondità.



Fine prima parte