L’HOMENAJE di M. de Falla e il TIENTO di M.Ohana
dalle architetture minimali alla dissoluzione della melodia
di Gianluigi Giglio
Minimum ritmico: Habanera
L’habanera è una danza cubana di ritmo binario, in movimento moderato, simile al tango, comparsa dal diciannovesimo secolo in America Latina e in Europa. Le ipotesi sulle sue origini sono due: sarebbe nata a Cuba, portata dagli schiavi africani; oppure in Spagna e solo successivamente portata a Cuba. In questa seconda ipotesi, l’habanera sarebbe stata africanizzata, rielaborata in ritmo binario e arricchita di cubanità. Molti grandi musicisti hanno attinto dal ritmo dell’habanera: Saint-Saens, Ravel, Iradier, Albeniz. La più famosa è quella di Georges Bizet, nel primo atto della Carmen che, per il pubblico e i musicisti francesi, continua a rappresentare l’immagine più emblematica della Spagna.
I micro-elementi ritmici dell’habanera, presenti nell’Homenaje, generano - ripetendosi ossessivamente - un potere metafisico, ancestrale, reso ancor più ipnotico ed efficace dal ritmo puntato, anch’esso ribadito e, a lungo, insistito

Influssi dell’arte figurativa

Anche Picasso come Falla, tese alla semplificazione della forma (nel passaggio dal cubismo sintetico a quello analitico), per giungere al segno puro che contenesse in sé la struttura della cosa e la sua riconoscibilità concettuale.
In Picasso emerge, sovente, l'accento sugli aspetti più miserabili e drammatici della vita, con predilezione per quei soggetti popolari e pieni di phatos (bambini, mendicanti, infermi, madri sofferenti).
Come Picasso trae ispirazione dal primitivo, il cosiddetto “periodo negro”, affascinato dalle forme dell’arte africana, così Falla attinge dalla cultura indigena (il Cante Jondo, il ritmo dell’Habanera). Questo rapporto si trova soprattutto nella scomposizione geometrica, che fa Picasso delle figure.
Trascurando una visione realistica delle cose, le sue opere sono sempre più tendenti all’essenziale, finendo per coincidere con geometrie antropomorfe: potrà ormai dipingere una figura di donna senza più preoccuparsi di rispettare la sua anatomia. L’apice dell’arte di Picasso si raggiunge con il quadro Les Demoiselles d'Avignon (fine del 1906 - autunno del 1907, Museum of Modern Art, New York).
Questo quadro rappresenta la “rottura” per antonomasia, la dissonanza con quello che aveva caratterizzato l’arte figurativa sino ad allora.
Pittori come Courbet, Manet, Cézanne e Van Gogh - nelle cui opere era intriso ancora quel tentativo di compiacere, di tendere al “bello” e di convincere - non si erano mai spinti sino a tanto. Il risultato a cui giunge Picasso, è in realtà disomogeneo ed amorfo.
Le due figure centrali sono alquanto diverse rispetto a quelle poste ai lati, nelle quali la rappresentazione del volto ci rimanda alle sculture africane. Pur essendo caratterizzata dalla composizione di una serie di piani solidi, l’opera è priva di pieni e di vuoti.
Le diverse angolazioni (di profilo, di fronte, di sotto, di sopra), danno olisticamente la sensazione di percepire il tutto, nel medesimo istante (quarta dimensione), come se – allo stesso momento - girassimo attorno alle figure e riuscissimo a coglierne complessivamente tutti gli aspetti, in una visione parcellizzata e allo stesso tempo univoca e assoluta.
Tutto ciò è comunque la premessa di quella grande svolta, che Picasso compie con il cubismo, per cui la rappresentazione tiene conto non solo di ciò che si vede in un solo istante, ma di tutta la percezione e conoscenza che l’artista ha del soggetto che rappresenta. Tra Falla e Picasso è lo spirito della Spagna e l’influenza della cultura francese a determinare quell’unico flusso magnetico che ce li fa sentire vicini e affini.

coglie l’essenzialità - nei pochi tratti del disegno, nelle forme semplici e stereotipate, nei flebili e scarni cromatismi - che caratterizza anche la musica di Falla. Ma soprattutto, emerge la sua paradigmatica vena pittorica tesa a una geometrizzazione schematica ed essenziale: nello sfondo solo dei triangoli a raffigurare i tetti di un paesino, che contrastano con la forma sinusoidale delle montagne, unico movimento che si percepisce, rispetto alla fissità statica e bloccata di tutto la scenografia.
Anche la prospettiva è semplicemente accennata, mediante delle linee oblique (poste a destra della scena) che si dirigono verso un improbabile punto di fuga. Il cielo blu contrasta con il resto della scena che assume colori tenui, un’ocra tendente al rosa, come sono molti paesaggi della Spagna e dell’Andalusia, rotto solo dai rettangoli delle finestre delle case e dagli archi di un ponte in lontananza.

Anche l’Étude (Primavera/1919. Matita. 28 x 26,5 cm. Musée Picasso, Paris) di Picasso, a lato riportato, evidenzia quanto fosse predominante il rapporto con gli elementi popolari, gente qualunque che prende corpo da esili segni che paiono tutti confluire nella colonna centrale - unica e decifrabile verticalità presente - atta a sorreggere non solo le arcate, quanto l’intera rappresentazione. Anche in questo contesto, l’assonanza con il modus operandi di Falla, è rintracciabile nella riduzione al “minimum” segnico-strutturale, tendente a negare e ad eliminare qualsiasi compiacente orpello.
Fine prima parte

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