di Piero Bonaguri
Antòn Garcìa Abril (1933)

Questa conversazione si svolge a Benicassìm in occasione del Concorso Tàrrega, dove ho l'onore di far parte della giuria internazionale che il Maestro Abril presiede.
Prima di rispondere alle domande il Maestro molto gentilmente esamina con interesse e apprezzamento alcune partiture di Cappelli, Ugoletti e Tagliamacco pubblicate nella mia collezione di musica contemporanea per chitarra pubblicata da Ut Orpheus.
Maestro, iniziando questo colloquio vorrei chiederle qualcosa sulla sua formazione musicale.
A. La mia formazione musicale inizia al conservatorio di Valencia dove,
come dico sempre, ebbi il mio primo incontro con la musica e con il
mare. Prosegue al Conservatorio Superiore di Madrid ed in tre lunghe estati
all'Accademia Chigiana di Siena, e poi ci fu un anno a Roma, all'Accademia
di Santa Cecilia, con Goffredo Petrassi. Contribuirono alla mia formazione
anche viaggi in centri europei come Parigi, Vienna, Berlino.

Le chiederei ora di dirci qualcosa sulla sua estetica, sul suo stile.
A. È molto difficile parlare della propria opera. Posso dire che la mia
musica si è evoluta nel tempo, ma è stata sempre una evoluzione che non ha
variato la meta che mi ero proposto fin dal principio. Intendo dire che la
musica è un linguaggio di comunicazione tra gli esseri umani. Se il
linguaggio che usiamo non è compreso allora non esiste comunicazione e di
conseguenza chi riceve un messaggio che non arriva a comprendere si
disconnette con l'opera musicale, smette di ascoltarla.
C'è chi dice questo è solo un problema del pubblico ineducato all'ascolto.
A. Se pensano così, che continuino a pensare così…
Nonostante ciò rimango assolutamente convinto che le opere che scriviamo le scriviamo in primo luogo per noi stessi e allo stesso tempo le proiettiamo su una società musicale che, se è ben strutturata musicalmente, ha bisogno di comprendere e godere delle creazioni del compositore di oggi. Quando questo non succede il circolo della creazione - che io chiamo il Mistero della Santissima Trinitá (principio, mezzo e fine, e cioè compositore, interprete e pubblico) - l'opera non esiste.
Questo mi ricorda quello che scriveva Stravinskij nella sua "Poetica Musicale" sulla musica come veicolo di comunione con il prossimo e con l'Essere.
A. Certo. Indipendentemente da quello che altre persone possano pensare su questo aspetto particolare.
Le chiederei ora di parlarci della sua opera per chitarra. Come si è avvicinato allo strumento?

giovane. Successe a Siena, all’Accdemia Chigiana. La chitarra era per me una specie di talismano. Assistevo alle lezioni di Segovia come auditore, e lì nacque una amicizia duratura con grandi chitarristi come Alirio Diaz, Rodrigo Riera, Antonio Membrado, Emilia Corral,...ricordo che John Williams portava ancora i calzoni corti...
Da quel momento fui sempre in contatto con la chitarra; Diaz e Riera (che allora viveva a Madrid) mi chiedevano di scrivere per chitarra, ma non lo feci - o se lo feci non mi sentii di dare loro il risultato...finché non apparve nel mio cerchio di conoscenze di Madrid il chitarrista Ernesto Bitetti. Lui insistette tanto, con gentilezza, per avere un mio concerto per chitarra e orchestra che alla fine scrissi il Concerto Aguediano. Poi scrissi un pezzo per chitarra sola per Segovia,"Evocaciones", avendo come spunto cinque citazioni di cinque poeti amici di Segovia, scelti da Emilita e da me (Antonio Machado, Miguel de Unamuno, Salvador de Madariaga,Garcia Lorca...).
Ci sono due fasi della mia musica per chitarra, la prima legata a Bitetti,
e la seconda - quando Bitetti andò a vivere negli Stati Uniti, insegnando
nell'Indiana - al chitarrista mallorchino Gabriel Estarellas.
