di Gianluigi Giglio

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Premessa


La parola tecnica - che deriva dal greco techné e  significa “saper fare”, “arte”, nel senso di perizia, capacità di fare qualcosa - si applica a tutte quelle discipline in cui l’acquisizione della tecnica si raggiunge attraverso un lungo processo di apprendimento, mediante l’esperienza diretta e la sistematica elaborazione di quanto si è appreso. Nell’ambito strumentale, per “tecnica” si  intende il dominio che l’esecutore riesce ad avere sulle complessità dei meccanismi che lo strumento richiede. Questo dominio – che deve essere in funzione esclusiva del discorso musicale – non può derivare dalla mera ripetizione di movimenti non controllati, ma deve sottoporsi al controllo della volontà della mente su ciascun componente dell’apparato motorio.


La “Escuela de la Guitarra. Exposición de la Teoría Instrumental” di Abel Carlevaro e i suoi “Quaderni”, rappresentano opere ancor oggi attualissime sul piano didattico, che non lasciano dubbi circa l’assunto sostanziale che se ne desume: l’approccio a questioni tecniche implica un metodo intelligente – che risponda alla propria individualità artistica –  attraverso criteri improntati alla logica, affinché ciascuno giunga ad una propria ed esclusiva “tecnica”, per poter assolvere pienamente alle esigenze musicali e potersi esprimere artisticamente senza alcuna difficoltà. Per Carlevaro: "La técnica no puede ser nunca un estado irreflexivo. El arte pertenece al dominio del espíritu. La técnica es patrimonio de la razón. De la unión de esos dos elementos nace la manifestación artística, verdadera simbiosis creada por el hombre"1.


L’aspetto emblematico di tale approccio alla tecnica strumentale è riscontrabile nell’impiego – per la prima volta - del processo logico attraverso il ragionamento: l’esatto movimento delle dita è il risultato di un elaborato processo mentale in cui vengono scremati ed eliminati i movimenti e gli sforzi inutili. Carlevaro si affranca da quei concetti stereotipati di virtuosismo - legati unicamente all’agilità e alla velocità dell’esecutore – soffermandosi essenzialmente sulla qualità del suono, materia prima del musicista.


Il suono quale diretta manifestazione della personalità di un interprete: ogni artista è riconoscibile attraverso il suo suono; il suono e la ricchezza timbrica che fanno della chitarra – come lui la definisce –  un’orchestra in miniatura. La risposta che si snoda nelle pieghe della sua opera è intrinsecamente legata alla capacità di ciascuno di ascoltarsi, attraverso un costante e rigoroso training dell’auto-ascolto che sviluppi la capacità della percezione del suono. Che la tecnica debba essere in funzione esclusivamente del suono e del discorso musicale, ci sembra – al di là di altre meritorie constatazioni e condivisioni -  l’intuizione più interessante di Carlevaro, corollario di tutta la sua “teoria”. Proprio in quanto “teoria strumentale”, essa è resa trasmissibile da maestro ad allievo mediante ragionamento logico - attraverso una serie organizzata di esercizi e altri elementi didattici che mirano alla costruzione di una stabile ed adeguata tecnica - in quel naturale avvicendamento di saperi all’insegna della dialettica, che è il presupposto perché si formi una vera scuola.


Ma presupposto altrettanto valido è che la tecnica una volta acquisita e sedimentata, si annulli per consentire che il percorso artistico sia portato a compimento. Che è la conclusione cui sapientemente giunge Angelo Gilardino nel suo trattato2 ispirato - ci piace supporlo – alle teorie di Carlevaro. 



Cenni biografici


Abel Carlevaro3 nasce il 16 dicembre 1916 a Montevideo, in Uruguay. Studia chitarra con Pedro Vitone, armonia con l’organista Jose Tomas Mujica, orchestrazione e composizione per quattro anni con il direttore d’orchestra ungherese Pablo Komlos. Ricordato soprattutto come didatta, fu un eccellente compositore; tra le sue opere più rilevanti: il Concierto del Plata per chitarra e orchestra, la Fantasía Concertante per chitarra, archi (quintetto) e percussione, il  Concierto n. 3 per chitarra e orchestra, i Preludios Americanos, Cronimias, lo Studio  "Homenaje a Villa-Lobos” oltre ai 20  Microestudios.


Mentre l’Europa è travagliata dalla guerra, l’Uruguay è in quegli anni una città economicamente florida e ricca di fermenti culturali: gli artisti trovano qui terreno fertile per potersi esprimere. Carlevaro ha la fortuna di conoscere e frequentare Segovia che, dal 1937 al 1947, si stabilisce proprio nella capitale dell’Uruguay.Dopo la seconda guerra mondiale, compie una serie di tour in America e in Europa ed effettua diverse prime registrazioni. Nel 1974 è a Parigi al primo Corso Internazionale; da allora tiene masterclass nei più importanti paesi del mondo (Canada, Stati Uniti, Europa, Asia) e prende parte ai maggiori festival internazionali come interprete e come didatta. Tiene concerti al Royal Festival di Londra e in Germania dove muore a Berlino nel 2001 per un infarto, all’età di 84 anni. Per i suoi meriti, nel 1985, gli viene assegnato il prestigioso Diploma d’Onore dall’Organizzazione degli Stati Americani. Il suo contributo é, prevalentemente, legato alla tecnica chitarristica; il suo spirito critico e antiaccademico e il suo carattere rigoroso, sono componenti fondamentali della sua opera, frutto di anni di paziente e infaticabile lavoro, che gli hanno consentito di elaborare una teoria strumentale e di creare una vera e propria Scuola Chitarristica.


Inizialmente influenzato dal modo di suonare di Segovia, è interessato principalmente alla robustezza sonora, alla chiarezza nelle articolazioni e, in assoluto, a una tecnica improntata alla pulizia del suono e al rigore ritmico e stilistico. Salvo eccezioni, la chitarra non era, in quegli anni, in grado di rispondere alle esigenze del nuovo pubblico, avvezzo all’ascolto di violinisti e pianisti dotati di tecniche eccellenti.


I chitarristi non erano ancora preparati ad offrire, a quel pubblico, delle esecuzioni impeccabili dal punto di vista del rigore interpretativo (le esecuzioni di allora erano spesso permeate da ritmi arbitrari, fraseggi subordinati a difficoltà tecniche), ancora prive di quella nitidezza di cui necessita la tessitura delle varie voci di una polifonia, per un corretto discorso musicale. Siamo ancora ben lontani dal rigore di una scuola tradizionale, per cui non vi è ancora una concezione univoca del mondo chitarristico, sebbene già vi siano in nuce alcuni elementi e principi che accomunano molti chitarristi e docenti.



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1. “la tecnica non può appartenere alla sfera dell’ irrazionalità. L’arte appartiene al dominio dello spirito. La tecnica è un patrimonio della ragione. Dalla fusione di questi due elementi trae origine la manifestazione artistica, simbiosi creata per l’uomo”. Abel Carlevaro in  "Escuela de la Guitarra. Exposición de la Teoría Instrumental" Buenos Aires, Barry Editorial, 1979,  pag. 20.


2. Angelo Gilardino Nuovo Trattato di Tecnica Chitarristica, Ancona, Berben, 1993, pag. 60 (prima edizione: “La tecnica della chitarra –  fondamenti meccanici”- Berben, Ancona,  1981): 

“C’è senz’ombra di dubbio, un punto d’arrivo… quello in cui la tecnica sarà stata perfezionata a tal punto dalla profondità e dalla raffinatezza della propria coscienza musicale, da scomparire, totalmente assorbita nell’atto di far musica.”


3. Per un maggiore approfondimento della biografia di Abel Carlevaro, si rimanda al libro di Alfredo Escante, allievo e collaboratore di Carlevaro nella redazione di tutti gli scritti di didattica, nonché autore della sua biografia: “Abel Carlevaro. Un nuevo mundo en la guitarra”, Montevideo,- Biografias Aguilar, 2005.


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Per una “Teoria strumentale”
Il contributo di ABEL CARLEVARO

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