di Piero Bonaguri
Piero Bonaguri:
Il Suo curriculum mostra una vita professionale ricca di importanti successi e riconoscimenti. Oltre agli studi di composizione culminati all’Accademia di Santa Cecilia con Goffredo Petrassi ha anche un diploma in pianoforte (anzi, in una intervista recente ha dichiarato di essere stata, inizialmente, pianista, per poi dedicarsi alla composizione); è inoltre attiva anche nel campo della direzione artistica, sia in Italia che all’estero, con incarichi importanti tra cui quello alla Biennale Musica di Venezia.
Come nacque la decisione di dedicarsi prevalentemente alla composizione e come vede, dal punto di vista della Sua vita professionale attuale, la funzione del compositore nel mondo di oggi?

Ada Gentile:
Nel 1970 ho conseguito brillantemente il diploma di pianoforte al Conservatorio di Napoli dove mi sono presentata come privatista perché volevo farmi esaminare dal M.o Vincenzo Vitale che fu talmente soddisfatto dal mio esame da invitarmi al suo Corso di Perfezionamento di Venezia. Ho così iniziato la carriera di pianista esibendomi in duo con la flautista Mariolina Di Sabatino a Trieste, Milano, Bari, Napoli etc.
Nel frattempo ho ricevuto l’incarico per la cattedra di Pianoforte Complementare presso il Conservatorio di Trieste e mi sono così trovata ad essere contemporaneamente Docente a Trieste ed allieva del Corso di Composizione al Conservatorio S.Cecilia di Roma. Nel 1974 ho conseguito il diploma di Composizione ed ho deciso di abbandonare la carriera di pianista per seguire quella della composizione visto che non è possibile fare due cose nello stesso tempo con uguale serietà.
Secondo me la funzione del compositore deve essere quella di creare qualcosa che soddisfi la propria vena e la propria curiosità: se poi il frutto della ricerca e dello studio piace anche al pubblico, tanto di guadagnato, ma questo non deve essere il fine principale.
P.B.
Di Lei scrive, tra l’altro, Alberto Porzio: “Nella sua opera si coglie, come dato primario della sua ricerca, la cura per un vibratile impressionismo sonoro, che ne percorre l'intera produzione dandole una salda unitarietà estetica e strutturale.”
Potrebbe descriverci la Sua poetica, indicare eventuali figure di compositori che sono state Suo riferimento e segnalare qualche Suo pezzo che ritiene particolarmente rappresentativo della Sua personalità artistica?

Ada Gentile con Sergio Perticaroli e Irma Ravinale
A.G.
La mia stagione compositiva migliore è stata negli anni ’80 e credo nel valore di tutta la generazione di compositori che con me si muoveva in quel periodo. C’era una sana rivalità tra la Scuola Romana di Goffredo Petrassi e la Scuola Milanese di Donatoni. I musicisti che ho sentito a me più vicini sono stati, tra gli italiani, Francesco Pennisi, Aldo Clementi e Giacomo Manzoni e ,fra gli stranieri, Gyorgy Ligeti, Gyorgy Kurtag e Witold Lutoslawski.
Con i compositori che sono venuti dopo c’è qualche difficoltà. E’ una generazione difficile da valutare; c’è un’ansia di andare incontro ai desideri del pubblico che non condivido. Trovo che il neoromanticismo sia un bluff e che col tempo sia destinato a morire perché il pubblico non è sciocco e sa capire quando si ha veramente qualcosa di nuovo da dire.
A questo proposito mi piace citare quanto è avvenuto lo scorso ottobre alla Sala Rachmaninov di Mosca in cui sono stati eseguiti da un eccellente gruppo da camera russo 3 miei pezzi: “Staccato dal mondo”, dedicato a Petrassi e Sinopoli, “Zapping”, un lavoro più sistematico, con il passare di vari momenti da uno strumento all’altro, e “In un silenzio ordinato” difficilissimo strumentalmente, con numerosi armonici, timbri, ritmo etc..
Alla fine del concerto c’è stata una standing ovation nei miei confronti che mi ha sorpreso e commosso.
Ciò nonostante le difficoltà dei brani il cui significato però è stato compreso a pieno dal folto pubblico silenzioso ed attentissimo.

P.B.
Il Suo recente pezzo “Perchitarrasola” mostra una notevole capacità di entrare nello specifico idioma dello strumento, sfruttandone a fondo e con competenza le risorse e conseguendo un risultato di indubbia efficacia strumentale.
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Peraltro la chitarra è presente in modo significativo nella Sua produzione con un altro brano solistico, un pezzo per flauto e chitarra, ben due concerti e persino una opera di teatro musicale.
Che elementi di interesse ha trovato nella chitarra dal punto di vista compositivo, e cosa potrebbe consigliare al chitarrista desideroso di cimentarsi con la Sua produzione chitarristica?
A.G.
Non so se è scandaloso ciò che dico ma, se non ho committenze, non riesco a scrivere: ho bisogno di scadenze e di stimoli. Ho scritto alcuni pezzi per chitarra perché alcuni esecutori mi hanno chiesto di scrivere per questo strumento che ho così imparato a conoscere e ad amare.
P.B.
In qualche momento di “Perchitarrasola” , che ho ascoltato nella bella interpretazione del dedicatario Patrick Kleemola, pare immediatamente avvertibile all’ascolto una sorta di polarità di qualche suono (come ad esempio il Mi della prima pagina, dopo la successione di suoni armonici iniziale).
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Questi rapporti intervallari avvertibili all’ascolto, ad esempio tra il mi ed il si, il la,oppure tra il mi ed il re ed il re diesis, pur non evidenziando situazioni di tipo tonale, mi sembrano testimoniare l’attenzione ad un rapporto tra i suoni memore della tradizione e che rende più fruibile l’ascolto.
Siccome gli orientamenti dei compositori contemporanei riguardo a questo argomento degli intervalli sono abbastanza contrastanti (dice il musicologo Stefano Lombardi Vallauri che molti compositori di oggi preferiscono concentrarsi su altri parametri), vorrei chiederLe di esplicitare la Sua visione di questo argomento.

A.G.
Sono inevitabilmente attratta da questo suono presente spessissimo in molte altre mie composizioni. E’ una polarità questa che mi consente di creare e sviluppare una grande tensione da cui far nascere moltissime sonorità e molte linee sonore insieme all’uso di altri elementi.
P.B.
Il presidente della SIMC, il compositore Davide Anzaghi, ha scritto recentemente: “Molta musica colta contemporanea ha sottovalutato l’insinuarsi venefico di troppo solipsismo. La “creatività” musicale, contemporanea e colta, confezionò spesso opere avverse a qualunque approccio e negatrici del ruolo dell’ascolto”. Condivide questa valutazione e, se sì, come pensa possa influire sul lavoro di chi scrive musica oggi?
A.G.
Sono perfettamente d’accordo con il concetto espresso dall’amico Anzaghi. Abbiamo vissuto una sorta di terrorismo culturale negli anni ’60 e ’70: oggi indubbiamente c’è una maggiore libertà d’espressione ma c’è anche il pericolo di cadere in un eccesso di semplicità che è, a mio avviso, deleteria per la creatività compositiva.
Roma, 21 marzo 2011