La chitarra di G.Mazzini
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di Marco Bazzotti

Giuseppe Mazzini chitarrista, visto da Ugo Ojetti


È difficile aggiungere qualcosa di nuovo su Mazzini e la chitarra, dopo quanto testimoniato da lui stesso, poi raccolto nella prima edizione degli Scritti editi e inediti dell’edizione nazionale (1906-1943, Imola: ed. P. Galeati), a quanto scritto da Maria Rita Brondi ne Il Liuto e la Chitarra nonché su vari quotidiani e riviste musicali quali il Plettro, La Chitarra, ai più recenti studi di Stefano Ragni, fino alle numerose conferenze concerto organizzate da Marco Battaglia


Eppure quella “chitarra, così intima” e che era “parte della sua vita stessa” (M. R. Brondi) per il propugnatore della Giovina Italia prima e della Giovine Europa, avrebbe ispirato anche un altro scrittore, un intellettuale di destra diremmo oggi: Ugo Ojetti (Roma 1871 – Firenze 1946), critico d’arte e pioniere della generazione degli elzeviristi. Nel 1922 Ojetti iniziò la collaborazione col «Corriere», di cui poi assunse la direzione tra il 1925 e il 1927, attraverso gli articoli denominati Cose viste. Nei sette volumi che ne costituiscono l’intera raccolta vi sono cose viste nell’arco di quasi vent’anni, dal 1921 al 1939 e oltre: tra i primi vi è quello oggetto del nostro interesse.


Ojetti diverrà poi fondatore e direttore di «Pègaso» (1929) e «Pan» (1933), riviste sulle arti che contengono recensioni e articoli di Mario Castelnuovo-Tedesco, su varie tematiche (ad esempio, il neo-classicismo).


Oggi la sua biblioteca e i suoi manoscritti sono raccolti nel fondo Ojetti, alla Biblioteca nazionale centrale di Firenze. Ci piace pensarlo nella Firenze del mandolinista compositore Carlo Munier (1859-1911), del chitarrista e giornalista Sante Bargellini (1867-1932) e del suo vecchio maestro Luigi Castagna, e frequentata spesso dall’hallesista Italo Meschi (1887-1957).

L’articolo in questione è stato scritto 90 anni fa alla vigilia del cinquantenario della morte di Mazzini.


Tra i nomi citati da Ojetti vi sono quelli di Janet Rosselli Nathan, la prediletta del Mazzini il quale fu suo ospite a Pisa, e del suo intimo amico avvocato Filippo Bettini (1803-1869) compagno d’ideali, ma non d’azione. Il brano, tanto lucido e spietato nella sua analisi, ci pare scritto ieri per l’oggi.

Memoriale Mazzini è ora denominata la casa dove Giuseppe Mazzini spirò a Pisa il 10 marzo 1872. L’edificio, gravemente danneggiato durante il bombardamento della città del 31 agosto 1943, fu ricostruito nel dopoguerra, e inaugurato nel 1952 dall’allora Presidente della Repubblica Luigi Einaudi.


Al momento in cui andiamo in stampa, si attende ancora che il sito domusmazziniana.it, ente morale di diritto pubblico patrocinato dalla Presidenza del Consiglio, riapra finalmente i battenti, dopo il restauro per il 150° dell’Unità d’Italia.


Nota: Il testo è stato confrontato con la traduzione inglese As They Seemed To Me, pubblicata per la prima volta nel 1927 con l’approvazione dell’autore (e ristampata nel 1968) come “The Guitar of Mazzini”: le note aggiunte tra parentesi quadrata appartengono a questa seconda edizione.


LA CHITARRA DI MAZZINI.


Pisa, 17 novembre[, 1921].

Sono tornato nella casa dov’è morto Mazzini, in via Sant’Antonio, per vedere le carte e i libri che i figli di Janet Rosselli Nathan hanno l’altro ieri donati a questo piccolo museo di cimelii mazziniani. S’è detto che con la guerra Mazzini e le sue speranze erano ridiscese fra noi sulla terra.


Nella geografia politica certo, almeno per noi; ma pel resto, cominciando dalla morale politica, immagino che l’anno venturo nel cinquantenario della morte di lui, un esame di coscienza sia per riuscire poco consolante. «Spesso penso che, quando finalmente vi lascerò, tutti lavorerete con più fede, con più ardore, per far sì ch’io non abbia vissuto invano.» Queste parole stanno incise in una targa di pietra, sulle scale, davanti alla porta di Giuseppe Mazzini.


C’è da arrossire, fratelli miei, rossi, bianchi, neri, tricolori, e magari verdi. […]

Ma di queste reliquie la più viva, almeno per me, è la chitarra di Mazzini. Una lettera di Filippo Bettini, del 7 novembre 1866, accompagna questo dono a Janet Nathan: «Giuseppe Mazzini mio vecchio amico mi scrisse di far pervenire a Vossignoria una chitarra che fu già di sua madre e che serbava come memoria.»
È intatta, ha solo tre corde spezzate. Anche in

La chitarra G. Fabricatore appartenuta a Giuseppe Mazzini (Genova, Museo del Risorgimento, prima del restauro di Pio Montanari e Luigi Gazzolo)


carcere se la portò, e anche sul trono, sul suo effimero trono di triumviro della Repubblica romana, quando, per l’assedio, viveva di pane e d’uva, e a notte alta, dopo una giornata di lavoro e di febbre, nella sua stanzuccia al Quirinale s’abbandonava, a mezza voce, a cantare. Non è qui il segreto dell’anima sua che per le porte della musica s’involava nell’infinito? Non è sepolta qui, dentro questa cassa sonora di legno color d’oro, l’anima profonda dell’apostolo, cioè del poeta? Vedo il sorriso dei lettori: un uomo di Stato, un filosofo, un apostolo che suona la chitarra e canta. Sì, non s’usa più. E di Mazzini infatti non ce n’è più.

M’affaccio al balconcino di ferro che dà sul giardino tutto potato, adesso, pettinato, inghiaiato che è un amore. Qui, nel suo ultimo inverno, egli usciva a godersi un po’ di sole, avvolto nel grande scialle a righe. Ecco l’arancio piantato da lui. È bello, lucido, vigoroso. Gli è stato, dopo cinquant’anni, più fedele degli uomini.


Ugo Ojetti, Cose Viste, Tomo Primo, Milano: Fratelli Treves, F.lli Treves, 1925, pp. 28-31



ENGLISH VERSION


It is difficult to add something new about Mazzini and the guitar, beyond what he himself witnessed, and then collected in the first national edition of published and unpublished writings (1906-1943, Imola, by P. Galeati). Beyond what was written by Maria Rita Brondi in his book The Lute and Guitar as well as in various newspapers and Italian music magazines, until the fresh studies by Stefano Ragni and the conference- concerts by Marco Battaglia.


Yet Mazzini’s guitar was “so intimate”, being“part of his life” (Brondi MR) for the first founder of Young Italy first and Young Europe after. Its guitar have also inspired another writer, an intellectual of the right party we would say today: Ugo Ojetti (Rome 1871 - Florence 1946), art critic and pioneer of the generation of newspaper entry literary articles. In 1922 Ojetti began his cooperation with the Evening Courier, of Milan, which he took over between 1925 and 1927. In these years he wrote the series of brief articles called Seen Things. In the seven volumes that make up the entire collection there are things seen over nearly twenty years, from 1921 to 1939 and beyond: the top is the object of our interest.


Ojetti later to become founder and director of "Pegasus" (1929) and 'Pan' (1933), arts magazines that contain articles and reviews of Mario Castelnuovo-German, on various topics (for example, the neo-classicism).


Today, his library and his manuscripts are collected in the bottom Ojetti, the National Central Library of Florence. We like to think in mandolinist Florence of composer Carlo Munier (1859-1911), the guitarist and journalist Sante Bargellini (1867-1932) and his old master Luigi Castagna, and often attended by Italo Meschi (1887-1957), a follower of hallesim.


The current article was written 90 years ago on the eve of the fiftieth anniversary of the death of Mazzini. Among the names mentioned by Ojetti are those of Janet Nathan Rosselli, the darling of Mazzini who was his guest at Pisa, his close friend and attorney Philip Bettini (1803-1869) companion of ideals, but not of action. The song, so lucid and ruthless in his analysis, there seems to have written yesterday for today.


Memorial Mazzini is nowadays called the house where Giuseppe Mazzini died in Pisa March 10, 1872. The building was severely damaged during the bombing of the city on August 31, 1943, was rebuilt after the war, in 1952 and inaugurated by the then President of the Republic Luigi Einaudi. At the time we went to press, is still waiting for the site domusmazziniana.it, a legal entity under public law sponsored by the Presidency of the Council finally reopened its doors after the restoration of 150th of Italian Unification.

M.Bazzotti



THE GUITAR OF MAZZINI

Pisa, November 17, 1921

I went back to the house where Mazzini died, in the via Sant’Antonio, to see the papers and the books that the children of Janet Rosselli Nathan gave the day before yesterday to this lime museum of Mazzinian relics.


It has been said that with the war Mazzini and his hopes once more came down to earth amongst us. In political geography indeed, for us at least; but for the beginning with political morals, I think that next year, the fiftieth anniversary of his death, an examination of conscience will not be very consoling for any of us. I often think that, when at last I shall leave you, you will all work with greater faith, with greater ardour, so that I may not have lived in vain.’


These words arc carved on a stone tablet, on the stain before Giuseppe Mazzini’s doorway. That may well make us blush, my brothers, all of us: red, white and black, tri-coloured and, if you will, green.

[…]


But of these relics the most distant is Mazzini’s guitar. A letter from Filippo Bettini, dated November 7, 1866, accompanies this gift to Janet Nathan: ‘Giuseppe Mazzini, my old friend, wrote to me asking me to send you a guitar which once belonged to his mother and which he kept as a memory.’


It is intact, only three strings are snapped. He took it even to prison with him, and on the throne, on his ephemeral throne as triumvir of the Roman Republic, when, because of the siege, he lived on bread and grapes, and in the depths of the night, after a day of work and fever, he abandoned himself, in his little room at the Quirinal, to singing under his breath. Is not this the secret of his soul, which, through the gates of music, flew away into the infinite? Is there not buried here, in this sounding box of golden yellow wood, the profound soul of the apostle, that is of the poet?


I can see the smile of my readers: a statesman, a philosopher, an apostle, playing the guitar and singing. Indeed, it is no longer the fashion. And in truth there are no Mazzinis.


I lean out over the little iron balcony which looks on to the garden, clipped now, raked and gravelled, a perfect little garden. Here, during his last winter, he used to come out to enjoy a little sunshine, wrapped in his great plaid. There is the orange-tree he planted. It is fine, polished, vigorous. After fifty years, it has been truer to him than men have been.


Ugo Ojetti, As They Seemed To Me, London, Methuen & Co. 1927, p. 27-29