Eliquatuero dip eros numsan vent lam, coum zzrit la facillum initlut doloreet ullametuero od tet lor, commod zzrit la facillum initlut doloreet.
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di Fabio Selvafiorita
fabio[at]fabioselvafiorita.com
E’ per me un grande piacere ed onore condividere con voi questa “inusuale” intervista al compositore Alessandro Solbiati.
Inusuale perché a partire dalla sua esperienza e dalla storia dei suoi lavori per chitarra abbiamo affrontato gli argomenti più disparati; da quelli prettamente estetici e poetici, a quelli più scottanti, come quelli sempre più di moda tra i nuovi detrattori della “musica contemporanea” e riguardanti i facili fraintendimenti circa lo status del pensiero musicale odierno.
Status, che è sempre più utile ricordare, è rappresentato da una quantità di straordinarie esperienze umane, di interpreti e di compositori attivissimi sul territorio, italico e non, purtroppo continuamente attaccati dalla arroganza di certa risonante e banale divulgazione massmediatica.
Solbiati fornisce risposte, probabilmente non del tutto condivisibili, ma chiare ed inequivocabili.
Non vi rubo altro tempo. Non credo che il Maestro abbia bisogno di presentazioni (o per chi ne volesse sapere di più lo invito a visitare http://www.esz.it/esz_ita/alessandro_solbiati/index.htm )
Volevo solo dire che raramente nella mia vita penso di aver incontrato un Maestro che sia stato in grado di trasmettere così tanta passione ed entusiasmo nel raccontare ed insegnare la Musica; si tratti di analizzare Schubert o Ligeti, Mahler, Brahms o Petrassi, di illustrare le tecniche del comporre o semplicemente nel trasmettere il suo amore senza compromessi per uno strumento così particolare e straordinario come la chitarra. Vi auguro quindi una piacevole lettura a tutti.

Fabio Selvafiorita:
Leggo dal catalogo Suvini e Zerboni delle tue musiche che il primo brano che hai scritto per chitarra sono i TRE PEZZI del 1987. Come avvenne l’incontro con lo strumento?
M° Alessandro Solbiati:
In realtà non è del tutto vero che i TRE PEZZI siano stati il primo brano. Infatti l’anno prima avevo scritto un breve pezzo per chitarra sola per l’amico chitarrista Piero Bonaguri sotto l'influsso della nascita della mia prima figlia; si trattava di una sorta di nenia cullante dedicata "a Sara". La rielaborazione di tale brano è poi diventata il II dei TRE PEZZI, con la dedica "a Sara, un anno dopo".
F.S.
...è evidente una scrittura virtuosa per virtuosi...
A.S.
I TRE PEZZI furono il mio primo lavoro di indagine
sistematica dello strumento, con tanto di manico

F.S.
…non hai una chitarra?
A.S.
Si, ma l'avevo a casa dei miei genitori. Come tutti quelli della mia generazione la strimpellavo da giovane, ma ovviamente, in quell'occasione di scrittura, non volevo essere schiavo dello strumento. E’ un po' il rapporto che ho con tutti gli strumenti quando scrivo...
F.S.
...comporre sullo strumento è la prassi ordinaria di certi chitarristi-compositori...
A.S.
Trovo limitante e a rischio di dilettantismo comporre "con lo strumento in mano". La conoscenza del mezzo deve avvenire prima, naturalmente anche attraverso il contatto con lo strumentista. Non essendo un interprete, ma un compositore, voglio essere libero da condizionamenti meccanici, seppur sempre nel rispetto della fisiologia dello strumento.
La chitarra classica è uno strumento sbilanciato storicamente verso prassi di compositori spesso mediocri, che sapevano suonare bene ma che componevano in maniera acriticamente idiomatica, cioè partendo dall'oggetto.
E così è stato almeno fino al meraviglioso omaggio a Debussy di De Falla. Ricordiamoci poi che tutti i passi più importanti delle tecniche strumentali nascono da chi è in grado di sognare sullo strumento. E' necessario avere un'idea e nello stesso tempo dialogare con l’interprete.
Un’idea che non deve essere astratta, ma neanche nascere dalle sole mani. E’ il motivo per cui io, da diplomato in pianoforte, in fondo ho maggiori difficoltà proprio quando scrivo per il mio strumento.

I compositori, soprattutto in passato, hanno spesso lamentato una "difficoltà" unica, particolare, nel comporre per chitarra. Come mai secondo te?
A.S.
Probabilmente perché ha le caratteristiche di una tastiera ma un decadimento rapido del suono; inoltre si tratta di una tastiera complessa, in quanto composta da sei corde (due in più degli archi) che però si suonano con una sola mano.
Questo si scontra con la tradizionale formazione pianistica del compositore. Ma tutto ciò non fa altro che accentuare il fatto che si tratta di un territorio non ancora sufficientemente esplorato, sia dal punto di vista timbrico che polifonico-articolativo.

Torneremo sull'argomento. Prima di andare oltre farei un piccolo passo indietro rispetto ai TRE PEZZI. Vedo che hai utilizzato la chitarra in un Concerto per Violino e Orchestra...
Si, Di Luce, che vinse il Concorso Rai Paganini nel 1982. Nel concerto c'è una specie di parte concertante per chitarra. Avendo Paganini come "riferimento", mi sembrava coerente utilizzare un violino che avesse come ombra una chitarra.
In quel concerto mi prefiguravo una sorta di programma che veniva dall'Idiota di Dostoevskij.
Immaginai qualcosa che nascesse dal nulla, dalle tenebre e che ci ritornasse dopo un momento di massima tensione. E siccome una delle immagini del Principe Myškin che volevo mettere in scena era il suo essere innamorato, pensai ad una zona centrale che diventasse quasi una Serenata.
Ma, come spesso capita, nel momento in cui pensavo a questa situazione nacque un'idea ancora più forte. Poiché il concetto stesso di "concerto solistico" in quegli anni era ancora circondata da un'aureola vagamente post-romantica, sentivo di aver bisogno di strutturare solidamente il rapporto solista/orchestra.
In omaggio all’immaginario dialogo Paganini - Myškin pensai quindi di passare musicalmente alcuni materiali del violino alla chitarra, che non ha la vocazione di strumento d'orchestra. Tali materiali vengono via via trasferiti all’arpa, viceversa strumento orchestrale, e da lì all’orchestra.
Così, in un gioco quasi piramidale, la chitarra fungeva letteralmente da tramite tra le esigenze del solista e l’ampio organico orchestrale.
F.S.
Torniamo allora ai TRE PEZZI e cominciamo con il primo: l’espansione di un unisono in sequenze di arpeggi...

Incipit del primo dei Tre Pezzi per chitarra*
A.S.
…ero affascinato da un'idea che avevo già usato in un pezzo per soprano e orchestra tre anni prima, Più sopra le stelle. In quel caso avevo voluto mettere in scena la nascita stessa della voce facendone scaturire la sequenza melodica dall'orchestra, mediante ripetute espansioni degli archi e successive contrazioni su un'unica nota che passava alla voce.
Mi resi conto che quest'idea poteva essere espressa sulla chitarra quasi idiomaticamente, cioè con arpeggi che si aprono e chiudono su un unisono, in modo da poter liberamente disegnare una sequenza melodica. Tutto ciò mi affascinava molto...
