Eliquatuero dip eros numsan vent lam, coum zzrit la facillum initlut doloreet ullametuero od tet lor, commod zzrit la facillum initlut doloreet.
di Fabio Selvafiorita
fabio[at]fabioselvafiorita.com

estratto dal Secondo Studio per chitarra*
Invece, nella coscienza collettiva, la Musica Classica rimane una “roba”, uno scatolone, dove ci si butta dentro di tutto, indifferentemente, da Bach a Tchaikovsky.
Mi capitò ad un convegno su Musica e Fede di sedere di fronte ad una platea di studenti universitari senza che nessuno dei presenti avesse mai sentito una nota di Palestrina.
Anzi, a dire il vero non conoscevano nemmeno il suo nome.
Incredibilmente, sono quindi costretto a considerare normale che persone che studiano lettere all'Università, e che quindi insegnando perpetueranno questa ignoranza, possano disquisire sulla poesia del '400 parlando ad esempio del Poliziano senza conoscere il nome di Josquin Desprez, grande compositore fiammingo che componeva musica contemporaneamente nella stessa corte.
F.S.
...probabilmente non ne riconoscono il valore...
A.S.
La musica non viene considerata parte integrante della cultura e del pensiero umano, ma solo una forma di intrattenimento. Non oso sperare nell'inserimento di un corso di storia della musica nei licei, anche se sarebbe doveroso farlo.
Mi limito ad auspicare che un docente di letteratura italiana, durante una lezione su Dante, faccia ascoltare il suono della musica che si produceva nella Firenze del '2-300. Quale suono aveva nelle orecchie Dante quando lo cacciarono da Firenze?
In sostanza: quale era il suono di un'epoca?
Tutti ammiriamo meravigliati la nostra straordinaria produzione pittorica rinascimentale e seicentesca, comprese le straordinarie iconografie musicali, fatte di cetre, liuti etc., ma non facciamo il passo ulteriore di voler sapere come suonavano.

Ancora, e scusami se mi accaloro, ma come è possibile che si vada alla maturità classica e si parli di Romanticismo senza conoscere il nome di Chopin o di Schumann?
Detto tutto questo, l'opinione diffusissima (soprattutto tra i direttori artistici) che il pubblico della musica colta non desideri ascoltare brani contemporanei incomincia ad apparirmi una fola, una generalizzazione stupida e falsa.
Assisto a molte esecuzioni di musica d'oggi che finiscono tra convintissimi applausi. Ma davvero la gente quindi non vuole ascoltare la musica d'oggi?
O forse è meglio dire che non gliela sappiamo porgere, e allora si vedono sciocchi cartelloni che, dopo dieci programmi di musica "storica" spesso trita e ritrita improvvisamente propongono (o impongono) un concerto tutto contemporaneo senza nemmeno controllare la qualità della proposta, solo per "mettersi a posto la coscienza" dell'impegno culturale?
Nego, nel modo più assoluto, che la gente che ha voglia di ascoltare musica, perché la selezione vera la si fa su questo punto, non abbia anche la curiosità di ascoltare musica d'oggi: certo, bisogna sceglierla e contestualizzarla.
F.S.
Da parte mia vedo che le nuove generazioni sono molto più predisposte a confrontarsi con ciò che è nuovo, non ancora ascoltato, anche sperimentalmente ardito...
A.S.

I giovani non si tirano indietro, sono spesso aperti e disponibili ad ascoltare di tutto. Ma tendono a non saper valutare e a non riconoscere i differenti spessori del pensiero musicale, incapacità che avrebbero assai meno qualora si parlasse di arti della parola. Si possono amare sia Topolino sia Thomas Mann, ma bisogna evidentemente essere consapevoli che si trovano su piani del tutto differenti.
Non è possibile cioè sostenere che esprimano l’essere umano al medesimo grado di profondità.
Non si vede perché non debba essere così anche in musica: l’opinione secondo cui "non esiste musica colta e musica leggera, ma solo musica bella e meno bella" è del tutto falsa, e non si tratta di snobismo intellettuale ma di oggettiva valutazione di differenti livelli di rappresentazione dell’essere umano.
E questo con le giovani generazioni si fa un po’ fatica a farlo passare. Anzi, "è tutta Musica" sta diventando sempre più una comoda opinione molto diffusa anche tra intellettuali alla ricerca di facile consenso.
F.S.
…questione spinosa…confondere l'analisi fenomenologica con l'espressione di un giudizio di valore; è un po’ l'impasse teorica di certa accademia militante...
A.S.
...hai ragione...ti faccio un altro esempio, anche a proposito dei miei trascorsi chitarristici di gioventù. Come molti, ho sempre amato Fabrizio De André.
Ma in questi giorni si è andati oltre, e nel decennale della scomparsa ho assistito ad una vera e propria santificazione: lo si è definito grande poeta e grande compositore, il che è francamente eccessivo e sostanzialmente falso, e gli si è dedicata un'intera giornata televisiva.
Viceversa quando è morto Luciano Berio, riconosciuto in tutto il mondo occidentale come uno dei più grandi compositori della seconda metà del XX secolo, ho sentito solo una breve notizia al TG3, mentre in Francia ad esempio gli sono stati immediatamente dedicati una serie di programmi televisivi.
Le cose hanno un peso specifico differente, ma l'informazione dei mass media snatura tutto e non credo ci siano oggi i margini e le condizioni per far passare questo messaggio.
Mi accontenterei della semplice contestualizzazione nelle scuole di cui parlavo prima.

F.S.
Sono contento di questa digressione, e che questa si sia formata intorno ad un discorso sulla chitarra, strumento che io, contrariamente all'immaginario collettivo o probabilmente proprio perché a fondamento di un immaginario collettivo profondo, ho sempre associato ad un passato ancestrale, all'immagine del monocordo pitagorico e alle prassi rinascimentali.
Torniamo quindi ai tuoi lavori e agli Studi, in particolare al secondo, probabilmente il più visionario tra i quattro: lunghe acciaccature eseguite solo con la mano sinistra e con la destra che contribuisce solo ad accentuare alcune note isolate...
A.S.
…espressione del desiderio di accentuare la natura polifonica e politimbrica della chitarra. L'utopia in questo caso consisteva nel riuscire a fare della mano sinistra un ulteriore appoggio strumentale alla destra che pizzica.
L'oggetto di studio nasce da questo: nel voler trasformare la chitarra in uno strumento in cui anche la mano sinistra suona, e con l'idea che questa suoni note rapidissime. Sicuramente in questo senso questo studio è il più polifonico tra tutti, anche perché successivamente emerge una melodia, una linea sopra degli andamenti...
F.S.
…nel terzo hai fatto una cosa curiosa, hai scordato la chitarra affidando due coppie di terze maggiori alle quattro corde interne, la-do#, lasciando quindi inalterata la coppia sol-si, e un tritono alle corde superiori con il cantino innalzato di un semitono (si-fa) e il mi basso che scende a mib. In sostanza la chitarra appare scordata così: mib - la - do# - sol - si - fa.
A.S.
Era un modo per ottenere arpeggi complessi con diteggiature relativamente semplici. Ottenere risonanze libere che non fossero le quarte dello strumento...
F.S.

A.S.
...nel rispetto di chi ha orecchio assoluto e fatica a leggere una nota e sentirne un'altra. In questi casi bisognerebbe sempre realizzare una doppia versione, una con i suoni trasposti, l'altra con i suoni reali.
Ma scrivere con i suoni trasposti è complicato, perché è necessario dire su che corda si deve suonare ogni nota...
F.S.
…che è quello che hai fatto nello studio
successivo quando compaiono i bitones (i suoni oltre tastiera) usando una notazione tipo quella per gli armonici. Indichi simbolicamente il tasto e la corda da premere, e la nota risultante ad altezza reale.
A.S.
In quest'ultimo studio volevo indagare l'idea quasi coreografica della mano destra che abbraccia la sinistra, con il relativo dialogo di timbri che si instaura...

