D'où vient donc cette disgrâce, et ostracisme ou, pour mieux dire, cet arrêt de mort, prononcé contre le noble, l'intéressant instrument, qui n'a trouvé son salut et un refuge qu'en Russie? Cela vient d'abord: de la démangeaison à la langue de différents gouailleurs visant au bel esprit, mais le plus souvent ne réussissant qu'à faire des bouffons et des saltimbanques.

N. P. Makarov,

Aux amateurs de la Guitare… 1874



In questa seconda parte tratteremo dell’unica opera didattica di Makarov nota, le sue tarde “regole” dedicate agli amatori  e apparse a S. Pietroburgo nel 1874 con il titolo bilingue russo e francese: “Aux amateurs de la guitare. / Quelques règles / de jeu superior de la guitare / par / N. Makaroff.


Ho pensato di gettare uno sguardo approfondito a questo trattato di tecnica, che riveste quantomeno un notevole interesse storico, pensando anche alle varie influenze che il modo di suonare di Makarov può aver ricevuto durante i suoi pellegrinaggi e le lezioni che ha potuto prendere dalla viva voce dei migliori chitarristi europei dei quali andava in cerca, come vedremo trattando delle sue Memorie. Della mia stessa opinione era Valerian Rusanov (1866-1918), che infatti la pubblicò nella sua interezza sulla rivista Gitarist (1905, n. 1-2-3) interponendola con la sua propria Scuola per la Chitarra (eptacorde), che venne anch’essa pubblicata a puntate nella stessa rivista. L’introduzione che Rusanov ne fece la leggeremo alla fine della disamina dell’intero trattato.


Pur non volendola infatti considerare una primizia per quanto riguarda le soluzioni tecniche adottate, vi sono contenuti 12 esempi musicali con diteggiature complete per ambo le mani, che ci appaiono come un compendio di quello che poteva essere lo stato dell’arte della prassi esecutiva chitarristica della seconda metà dell’Ottocento in Russia. Con il fornire solo “alcune regole di tecnica superiore” Makarov si affranca dalla schiera dei metodi destinati ai principianti, così in voga all’epoca. Lo scopo dichiarato dell’autore non è affatto quello di comporre un’opera originale e innovativa, almeno nel senso moderno, bensì quello più limitato di lasciare ai posteri delle regole “indispensabili per poter eseguire le opere musicali che pubblico”, nate per la sua chitarra di sei corde con quattro bassi aggiunti. In questo senso è inevitabile che vi siano contenuti stilemi tecnici già ben noti all’epoca (ad es. di eptacordisti quali A. Sichra), fatti qui propri da Makarov.


Se il solista russo ne abbia poi fatto vanto come proprie invenzioni nel suo ristretto circolo dei chitarristi a sei corde suoi colleghi, non ne sono sicuro e credo che in fondo oggi non rivesta molto interesse. Basta considerare infatti che le sue stesse composizioni sono del tutto uscite dal repertorio chitarristico, se mai ne hanno fatto parte, ponendosi all’estremo limite del virtuosismo romantico, ma senza particolari pregi artistici. Non ho quindi intenzione di tentare alcuna difesa d’ufficio sul suo operato, ma solo richiamare l’attenzione su alcune delle idee che espone, e che contribuiscono a colmare dei vuoti sulle nostre conoscenze della tecnica chitarristica ottocentesca. Infine questo trattato appartiene a buon diritto alla storia della quale ci occupiamo, che si focalizza sulle chitarra a sei corde.


Nell’economia di 21 pagine, le Règles du jeu superieur contengono, oltre all’Introduzione, 9 paragrafi così divise in altrettante regole:

1.L'accordatura della chitarra.

2.Indicazione delle dita.

3.Diteggiatura e pizzico (pizzico).

4.Il portamento.

5.Gli accordi arpeggiati (accords brisés).

6.I suoni armonici.

7.I trilli.

8.Le scale cromatiche.

  1. 9.Le scale cromatiche per terze minori.

  2. 10.

L’Introduzione inizia con due detti proverbiali opposti, “poca mòle, gran valore” in russo, e “grosso capo, poco cervello” («Grosse tête, peu de sens»), riportato sia in russo sia in francese, secondo il suo stile. Si comprende dal seguito che si riferisce alla pochezza dei gusti della sua epoca, che si concentravano sulla cythre a discapito della chitarra, “strumento modesto, ma degno di simpatia e nobile”. Nikolaj fa qui un panegirico esagerato della chitarra, apostrofando i cultori della cythre con espressioni a tratti grottesche. Makarov scrive infatti “la cythre, questo strumento strìdulo e nasale, il cui tono gracile, rauco e di una monotonìa opprimente, per poco lo si sia ascoltato, può causare alla lunga una noia mortale e provocare degli sbadigli da slogare le mascelle in tutti quanti abbiano un sentimento ben sviluppato del bello e della musica.”

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Uno strumento cythre (chiamato altrove anche cistre e guitharre allemande) fu assai popolare in Francia nelle decadi precedenti alla Rivoluzione francese (1792) ma pare in grande declino all’epoca in cui ne scrive Makarov.


Questa cythre era accordata in la maggiore oppure in re maggiore, la sua letteratura musicale consisteva solamente di bravi danze e arie d’opera, in cui funge da mero accompagnamento, destinato ai dilettanti: Joseph Carpentier pubblicò almeno dieci raccolte tra cui l’opera didattica Instructions pour le Cythre ou la Guitarre Allemande, Parigi, 1770, e altre musiche furono edite dai fratelli Pollet, arrivando a una trentina di raccolte in tutto.


Appare affatto più probabile che Makarov si riferisca alla cetra, strumento pure di antiche origini e ancora in voga in certe zone austriache, che assomiglia al salterio o all’arpa renversée, avendo per lo più forma di triangolo rettangolo con l’ipotenusa arcuata, tenuta in braccio pizzicata con le dite o il plettro, all’epoca popolare in Germania e altri paesi nordici. Continua infatti la sua oratoria: “Davvero, può, tale parodìa d'un salterio, competere con la chitarra alla quale sono accessibili tutti i stili, i più leggeri come i più ampi, i concerti al pari delle sinfonìe *)?” La nota con l’asterisco si riferisce ad una formazione cameristica singolare, un trio di chitarre attivo in Russia da meno di un decennio e le cui musiche sono oggi oggetto di rivalutazione.


“Purtuttavia, a parte tre grande concerti di Giuliani, ogni persona non macchiata dall’intolleranza dei partiti né da giudizi preconcetti, […] potrebbe convincersi della verità delle mie asserzioni, se avesse avuto l'occasione di ascoltare la sinfonia in Do minore del grande Beethoven, trascritta dal Sig. Diakov per tre chitarre spagnole - ed eseguita da tre amatori di S. Pietroburgo.


Questa trascrizione rende con una fedeltà ed un rilievo stupefacente tutte le bellezze melodiche di quest’opera immortale.” Yurii Ilic Diakov (1840-1920) di Voronezh, ebbe la ventura di conoscere Pietro Pettoletti (1795-1870 circa), ormai vecchio, e di prendere da lui lezioni di chitarra eptacorde. Il suo trio, con i colleghi Evgenij I. Maslov e Bellert è uno dei pochissimi esempi di formazione stabile attiva alla fine dell’800, che sfocierà in un quartetto di chitarre all’inizio del ‘900 con l’aggiunta di Nikolaj S. Rodosskij (1877-?). Da allora tale formazione diverrà molto popolare in Russia.




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1. Trad.: Da dove viene pertanto questa caduta in disgrazia, e questo ostracismo o, per meglio dire, questa sentenza di morte emessa contro il nobile, interessante strumento, che ha trovato la sua salvezza e il suo rifugio solo in Russia? Innanzitutto dalle male lingue dei vari denigratori incapaci che vogliono fare gli spiritosi, i sagaci, ma non riuscendo per lo più che a fare la figura dei buffoni e dei saltimbanchi. […]

 
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di Marco Bazzotti
Bibliografiastoriarussiabib.html
Storia dell’arte chitarristica in Russia
(Vª parte - II): 
Nikolaj Petrovic Makarov (1810-1890)

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