Dialoghi con i compositori 
INTERVISTA A ROBERTO TAGLIAMACCO



Caro Roberto, partirei da una tua recente affermazione:


“Il tema principale del mio impegno come compositore è la ricerca della comunicatività nella musica che scrivo, pur cercando di non appiattire il livello compositivo sulla banalità e quindi guardando comunque alle tecniche che sono emerse dalla storia del novecento.......
Spero che tutto questo emerga da quello che scrivo. “

Proviamo allora a guardare, tenendo presente questa tua affermazione,  il volume (pubblicato recentemente  da Ut Orpheus nella collana di musica contemporanea che curo), contenente sette tue composizioni: "Una storia Incredibile".

La comunicatività di cui tu parli è qui evidente, unita anche ad una semplicità di scrittura che rende l'approccio a questi tuoi pezzi decisamente accattivante (a titolo di esempio devo dire che anche alcuni miei allievi di corso inferiore si sono cimentati con alcuni  pezzi contenuti nella raccolta, come "Lontano", "Sognando la Luna" ed il valzer "Rimembranze"). Sono quindi lieto di avere iniziato con i tuoi pezzi la collana di musica contemporanea che curo per Ut Orpheus; perché certamente  la comunicazione interessa molto anche a  me e questo primo volume della collana può ben rappresentare anche una facilitazione a "rompere il ghiaccio" per i chitarristi che non hanno mai frequentato la musica d'oggi.





Chi ti conosce sa che un po’ di anni fa scrivevi in modo ben diverso: puoi parlarci del passaggio che ti ha portato dall'informale, dallo strutturalismo, a scrivere un Valzer ed un Tango? Perché lo hai fatto? Che formazione hai avuto in precedenza? Cosa non rinneghi di questa formazione?


Penso che per un artista vivere la nostra epoca sia un'impresa assai più difficile rispetto al passato, specialmente rispetto a quel passato in cui “artista”  era sinonimo di “artigiano”, al quale non era richiesto altro che un prodotto il più possibile bello e gradevole.
Col '900 invece l'artista è stato chiamato ad essere poeta , letterato , filosofo, forgiatore della storia, "salvatore dell'umanità" ecc....


Inoltre questa visione distorta del suo ruolo ha proiettato l’artista in una linea di pensiero monolitica, dove “avanguardia” significava  intelligenza, cultura, giustizia e ogni positività, mentre avere differenti posizioni voleva dire essere relegati al ruolo di sempliciotto reazionario e ignorante.
Ovvio, in questa situazione , che per chi si trova ad essere giovane e magari studente possano esistere pochi dubbi sulle sue scelte stilistiche.
Io in verità i dubbi li ho avuti ben presto, ma siccome ritengo che la maturazione di un artista passi anche attraverso ciò che si potrà rinnegare in futuro ( quantomeno per rinnegarlo con cognizione di causa) ho iniziato anch'io scrivendo pezzi ostici e a volte incomprensibili.
Da subito però il mio cammino è stato un continuo muoversi verso una semplificazione e un ritorno alla consonanza.


Certo può sembrare incredibile come il cammino verso la semplicità risulti difficoltoso, e quanto sia faticoso liberarsi di quegli orpelli che ti portano a scrivere in un certo modo (liberazione che per la generazione precedente alla mia risulta spesso impossibile...).
Poi ho scoperto che per scrivere bisogna ricercare nel più profondo di se stessi i desideri più puri e magari infantili, non corrotti da esigenze culturali distorte che si assorbono durante la vita.


Per me la musica è la ricerca di ciò che di misterioso e meraviglioso esiste dentro di noi, comporre è esattamente descrivere il nostro essere più profondo. Per questo il complimento più gradito ( che spesso ricevo) su ciò che scrivo è: "....questa tua musica è esattamente ciò che sei tu ......" ; anche perché - in questo caso - non so se ho scritto qualcosa di bello, ma sicuramente qualcosa di sincero - il ché è un risultato da non disprezzare.





Continuiamo ad approfondire.

Tra i pezzi della citata raccolta di Ut Orpheus ce n'è uno, "Fuggendo", decisamente dissonante.



Estratto da “Fuggendo” - da "Una Storia incredibile" - Edizioni UT ORPHEUS


Immagino quindi che il problema non sia, semplicemente, quello di scrivere più consonante di prima.
Del resto, nella tua frase iniziale da cui siamo partiti, accennavi  al fatto di avere continuato ad utilizzare tecniche del recente passato. Quindi ora vorrei insistere sulla seconda parte della mia domanda di prima: che cosa salvi della tua formazione compositiva e comunque delle innegabili

conquiste linguistiche dell'età moderna?


Certamente è vero che in un percorso creativo rimangono sempre tutte le esperienze fatte a formare un bagaglio di conoscenza che è conforme alle preferenze di un compositore.
Io, ad esempio, riconoscevo in Ligeti un grande maestro dello scrivere, forse per quello che lo differenziava da autori come Boulez o Stockhausen.
Particolarmente mi affascinava quel gusto per il continuum che era stato bandito dall' avanguardia post - weberniana e che creava un'atmosfera assolutamente diversa dalla musica precedente.
Allo stesso modo mi piaceva l'idea di quelle fasce sonore che facevano del suono un evento molto materico. Questi blocchi che si susseguivano tra loro con forme , durate e spessori diversi, mi facevano pensare ai quadri di Mondrian e al loro modo di riempire lo spazio.....


Estratto da “Tango” - da "Una Storia incredibile" - Edizioni UT ORPHEUS


Come mia esigenza personale, però, sentivo il desiderio di adattare la stessa tecnica ad un materiale molto più consonante, in modo da poter usare accordi consonanti al posto dei cluster.
E' chiaro che l'uso di triadi maggiori e minori fa subito pensare alla tonalità, ma questa non è la mia intenzione, perché il modo in cui le lego tra loro è diverso da quello che crea un giro armonico di tipo tonale.
In generale direi che quello che mi rimane della lezione Ligetiana è il desiderio di usare il materiale musicale in un'ottica non melodica ma puramente armonica. Certo, poi, qualche melodia può "scappare", ma la sua importanza è assolutamente secondaria rispetto alla sovrapposizione dei suoni.


Queste cose mi sembrano interessantissime, in sé ed in relazione ai tuoi pezzi per chitarra recenti, quelli della citata antologia. Forse, ad esempio, le successioni armoniche di "Lontano"  possono proprio essere viste come fasce accordali che si muovono.



Estratto da “Lontano” - da "Una Storia incredibile" - Edizioni UT ORPHEUS


E’ pur vero che la melodia emerge abbondantemente nei tuoi pezzi - e sono anche gran belle melodie, tra l'altro -;  comunque quello che dici spiega  il fatto che anche i tuoi pezzi "tonali" non suonano proprio come semplice musica del passato, ma, specie per chi sa leggere tra le righe, rivelano uno spessore di modernità reale.
Allora ti chiederei come ti sei trovato nel riversare queste tue conquiste e scoperte linguistiche su uno strumento, che tra l'altro non è il tuo, come la chitarra.


Intanto devo dirti che mi fa piacere che tu colleghi “Lontano” a quanto ho detto, perché è uno dei pezzi dove meglio sono riuscito a realizzare il mio progetto: le linee melodiche sono sprazzi che emergono in un contesto differente, dove l'aspetto predominante è quello armonico.




Per quanto riguarda la chitarra devo confessare che è sempre una terribile sfida usarla, per chi non sa nemmeno tenerla in mano; e sicuramente il compositore non chitarrista non può pensare di ottenere effetti di alto virtuosismo (questo è il probabile motivo dell' esistenza nel repertorio di una predominanza assoluta di compositori esclusivamente chitarristi). Ma la mia musica non è mai virtuosistica, né legata ad un particolare timbro, per cui risulta facilmente trasponibile da uno strumento ad altri, in quanto legata esclusivamente al gioco del rapporto che esiste fra i suoni che la compongono.
Invece, se c'è qualcosa che mi manca nella chitarra, (e qui mi contraddico un poco, ma non troppo) sono i grandi aloni e le grandi risonanze ( un po' come il pedale del pianoforte, o il suono di una campana , o ancora di un vibrafono), per cui sogno una inverosimile chitarra con una smisurata cassa di risonanza, magari da mettere in funzione con un pedale.....ovviamente senza pretendere che uno strumento del genere esista.......



Estratto da “Lontano” - da "Una Storia incredibile" - Edizioni UT ORPHEUS



Ribatterai dicendo che le risonanze esistono nella chitarra e che su esse si basa molta tecnica esecutiva, ma il problema per chi ascolta  è percepirle al pari di chi suona, che ha lo strumento a contatto con il suo corpo (o meglio con il suo cuore, come diceva non ricordo più chi...) .

Peraltro penso di poter essere soddisfatto di quasi tutti i miei pezzi chitarristici e che spesso  essi riflettano le mie malinconie e il mio carattere, o una parte di esso. Se mai posso avere il rammarico , proprio in base a quanto detto prima , di non poterli eseguire io stesso; ma questo è un desiderio che temo di dover rimandare ad una   "prossima vita", vista la complessità dello strumento.


Quello che parlava della “chitarra vicina al cuore” era Segovia - sono contento che il suo nome salti fuori parlando con un compositore di oggi!
Riguardo alle risonanze, forse l'amplificazione, che uso soprattutto quando suono i tuoi pezzi come musiche di scena, permette di restituire anche all'ascoltatore alcune cose che forse altrimenti  sentirebbe solo il chitarrista. A proposito, come è stata per te l'esperienza di collaborare a questo allestimento teatrale – musicale, “Una storia Incredibile”, che dà il titolo alla raccolta?


L'esperienza di " Una Storia Incredibile" è stata molto bella e molto profonda, perché personalmente mi affascina l'idea di poter entrare nelle pieghe di una espressione artistica con un'altra espressione artistica come la musica , che  può descrivere ciò che vi si trova al di la delle parole scritte.
Nel caso di questo testo, poi, mi ha affascinato quanto vi si trovava di vivo e vissuto interiormente dal suo autore, Lorenzo Gazzoni: questo dramma interiore dell' uomo nella faticosa ricerca della fede, dramma che prendendo a pretesto la vita di Giuseppe diventa metafora del dramma presente nella vita di ogni uomo.
In questo caso specifico, oltretutto, l' uso della chitarra risulta particolarmente azzeccato, proprio per quel senso di intimità che occorre quando si parla di concetti legati alla interiorità.
Penso che il risultato sia stato molto soddisfacente, o quantomeno lo è stato per me.....

Quanto al fatto di suonare, voi compositori, la vostra musica per chitarra, credo che sarebbe una bella cosa (anche se toglierebbe un po' di lavoro alla mia categoria professionale...), anche perché una delle cose più preziose che imparo nel mio rapporto con i compositori è proprio l'approccio al pezzo da parte di chi ne ha vissuto dall'interno il percorso compositivo. D'altra parte è interessante constatare come la combinazione di questo approccio con il mio,  (che è in un certo senso più simile a quello dell'ascoltatore, e  che inoltre a volte suggerisce al compositore soluzioni che provengono dalla propria esperienza esecutiva "sul campo”) generi risultati imprevisti, ma non per questo sgraditi al compositore. Tu stesso mi dicesti tempo fa che il modo in cui interpretavo qualche tuo pezzo era molto diverso da come tu l'avevi pensato, ma che questa era per te una gradita sorpresa. Forse potresti allora, in conclusione, dirci come vivi il rapporto con chi interpreta i tuoi pezzi, essendo tu, tra l’altro,  anche attivo come pianista, oltre che come compositore.


Tendenzialmente io non sono quel tipo (assai diffuso) di compositore che cerca di imporre all'esecuzione la sua visione del pezzo “facendo le pulci" anche sui dettagli più insignificanti; anzi, mi pongo con una certa curiosità verso il risultato che può ottenere l'interprete.

Infatti quanto tu ricordi è vero: ti ho sentito eseguire a volte certi miei pezzi diversamente da come li avrei eseguiti io , ma con una logica e una musicalità che li arricchivano invece di impoverirli.

Del resto ogni esecuzione è una ri-creazione, per cui penso che se io suono una sonata di Chopin è automaticamente la "mia” sonata di Chopin, altrimenti non perderei sei mesi di vita a studiarla......

Per questo sono tendenzialmente portato a lasciare che l'esecutore reinterpreti il mio pezzo...

Purtroppo anche con questo principio entro in contraddizione quando una esecuzione non corretta mi rende il pezzo sgradevole (specialmente quando la sua velocità non è azzeccata....).

Penso che però il problema sia quello di potersi contornare di bravi esecutori, o quantomeno di esecutori con i quali ci si trova in concordanza dal punto di vista artistico e musicale.

Ti faccio anche l'esempio di Luca Belloni col suo ensemble Webern, al quale posso consegnare le mie partiture ed andare a sentire la prima senza nemmeno avere seguito una prova  accorgendomi  che l'esecuzione è perfetta (ovviamente questo è anche merito dei componenti  dell'ensemble). 

Tendenzialmente penso anche che una buona musica  abbia già al suo interno le indicazioni su come eseguirla; per questo metto scarsi segni di agogica e spesso mi dimentico di inserire anche i segni di dinamica (che non guardo mai neanche quando eseguo....)

In fondo suonare significa lasciarsi andare a ciò  che di magico e meraviglioso  sta all' interno di una musica, farsi prendere fin nella propria interiorità e mettere in gioco tutto ciò che abbiamo di più profondo; se non si fa così si può anche scegliere un altro lavoro...... 


Roberto Tagliamacco, nato a Genova il 27 dicembre 1959, si è diplomato in pianoforte nel 1984 sotto la guida di E.De Giovanni al Conservatorio "N.Paganini" di Genova e presso  lo stesso Conservatorio  ha seguito  il corso di composizione del M.o F.Ermirio diplomandosi nel 1990. Ha tenuto concerti come solista nella stagione "Piccola Philarmonia" 1985, concerti del Liceum 1988 e 1989, Associazione Italo-Americana 1989 oltre ad aver preso parte al ciclo radiofonico concerti d'estate (RAI 2 - 1988).
Ha tenuto inoltre concerti come accompagnatore in vari complessi da camera, vincendo il 3° premio del Concorso "Città di Genova" per la musica da camera (1988). Il Quintetto "Joke" è stato eseguito dall'Ensamble Antidogma nell'ambito della stagione  "Torino e Regione 1992". Lo stesso pezzo ha vinto a Cagliari il 3° premio al  Concorso Internazionale di Composizione "E.Porrino" nel 1992.
Dal 1994 ha seguito i corsi di perfezionamento del M.o Pippo Molino. Nel 1996 ha ottenuto il 3° Premio al II Concorso Internazionale di Musica "Città di Pavia" con la composizione "Triplum" per orchestra d'archi; e sempre nello stesso anno il 2° Premio al I concorso di composizione "Franco Margola" con il "Trio II per violino, violoncello e pianoforte.  Menzione speciale al 1° concorso di composizione  "una musica nuova per il Giubileo 2000" con la composizione "Agnus Dei" per coro a cappella.


1° classificato al 3° concorso internazionale di composizione per chitarra "Città di Clusone" 2001
2°classificato al  concorso Tonelli 2002 di Berscia con la composizione "Ascendit Deus" per coro a cappella.
Presente con lc composizione “Intabulatura III per organo alle manifestazioni “Genova 2004 capitale europea della cultura”
Ha svolto funzione di esecutore al pianoforte nei seminari Acqualagna 1996 per la musica contemporanea e Gavirate oltre a vari concerti (Chiostro di Voltorre, Urbino, Rovigo, Genova, Padova...) nell'ambito di una più ampia attività di esecutore e divulgatore della musica del nostro tempo.
Dal 1999 è insegnante di teoria e solfeggio presso il conservatorio Vivaldi di Alessandria .
Ha pubblicato per le edizioni Berben, Eufonia, Sinfonica

 
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di Piero Bonaguri

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