Dialoghi con i compositori
INTERVISTA A PAOLO UGOLETTI

di Piero Bonaguri

bonaguri@bonaguri.com



Piero Bonaguri:

Caro Paolo, ormai ci conosciamo da un bel po’ di anni!  Da questo spunto autobiografico  potrebbe nascere la prima domanda: se tu volessi fare una sintesi della tua carriera come compositore, dagli studi con Manzoni e
Donatoni, alle tue scoperte e scelte successive, fino al modo  di

esprimerti attuale, come  ti racconteresti? E - se pensi che sia possibile farlo nella Babele attuale - potresti indicare qualche criterio che ritieni   discriminante,  fatta salva la  sacrosanta libertà di espressione di ogni compositore , per giudicare la validità o meno dello scrivere musica oggi?


Paolo Ugoletti:

Mi è abbastanza difficile vedermi come in un film riavvolto velocemente, tra un fotogramma ed il successivo non vedo molte differenze anche se è innegabile che sulle scene lunghe queste ci siano. Mi sembra di non aver cambiato granché sia nelle aspirazioni che nelle esecuzioni.


Vedo più i fondamentali che gli armonici! Le diverse fasi della mia vita compositiva  sono fluite naturalmente le une nelle altre senza reali fratture e senza travolgimenti anche quando gli esiti potrebbero farlo supporre. Non so bene come fare coesistere una fase di utilizzo della retorica skriabiniana con l'immersione nel fusion jazz o ancora l'applicazione di una certa operatività strutturalista con la musica irish se non rivendicando una naturale propensione alla libertà di essere e di esprimermi.


Ho capito subito che la musica classica come il luogo nel quale trovava dimora la grande tradizione di pensiero musicale che va da Bach a Debussy a Stravinski non esisteva più, cose importanti avvenivano sopratutto altrove!


Non mi è mai piaciuto appartenere a nessun tipo di schieramento, non per aristrocratico sussiego né per scarsa solidarietà, credo per il gusto di vedere le cose in prima persona, farmene una personale opinione e agire in proprio. Gli anni dai quali veniamo, pur ricchi di interessanti vene musicali, non si sono contraddistinti per una vera varietà di "visioni".


Al contrario li ricordo cupi e dominati da pochi e litigiosissimi schieramenti di fronti dai quali eri forzato a schierarti pena la tua invisibilità. Il tempo ha dato il giusto peso a queste baruffe che nel frattempo hanno però creato posizioni e rendite. Neppure il giusto e naturale ridimensionamento dato dalla "caduta delle ideologie" ha saputo rimuovere artisti e burocrati delle arti che allora figuravano in conto a questa o quella fazione.



P.B.

Veniamo alla tua musica per chitarra: quando ti conobbi, ormai quasi trent’anni  fa, avevi già scritto diverse cose per e con chitarra; poi hai risposto con incredibile generosità alle mie continue richieste di musica nuova, fornendo uno degli apporti almeno quantitativamente (ma per me anche qualitativamente) più importanti al repertorio  della chitarra e dimostrando anche una “vena”  ricchissima  che non appare affatto in via di estinzione… anche a te chiedo: cosa hai trovato e trovi interessante

nella chitarra?


P.U.

Innanzi tutto approfitto di questa occasione per ringraziarti della fiducia che mi hai sempre accordato, non dimentico il fatto che in anni nei quali nessuno era interessato alla mia musica tu abbia continuato a chiedermene permettendomi di esistere come autore e infondendomi quel po' di autostima che è fondamento di ogni agire.


In effetti ero un bell'ignorante quanto a chitarra, me ne presi una e cercai di capirne i rudimenti. Debbo dirti che per ogni compositore è assai più stimolante lo stretto sentiero del limite e quindi la possibilità di raggiungerlo che non le vaste praterie della totale libertà.


Nel primo caso i vincoli e i lacci dati dai limiti fisici sono vitamine allo sviluppo di strategie di aggiramento e di diversione, all'espandersi della libera fantasia. Il secondo, quello della vasta pianura senza sentieri, tende per me a far assopire l'immaginazione.

La chitarra impone al compositore molta disciplina e poiché la mia natura non è incline a subire passivamente questa dura lezione mi invento dei modi per evitarne il rigore.



P.B.

Qualcuno, guardando la tua musica per chitarra, ritiene impossibile che tu non sia chitarrista: cosa rispondi a questa provocazione? E come vedi, per quello che conosci, il mondo della chitarra, tu che sei stato anche insignito di una “chitarra d’oro” per la composizione al Convegno chitarristico di Alessandria?


P.U.

Naturalmente non sono chitarrista e ho con lo strumento solo un rapporto virtuale pur apprezzandolo per le infinite modalità d'impiego, dalle trascrizioni della musica liutistica, alla esorbitante letteratura ottocentesca, al novecento, alla musica country, a Jimi Hendrix, John Scofield e Pat Metheny.


Relativamente alla musica classica quello della chitarra, come per la musica corale o la musica bandistica, pur avendo il più vasto repertorio storico dopo la voce è un universo parallelo all'universo ufficialmente riconosciuto essere "il mondo della musica classica".


Ha i propri miti e i propri eroi e solo incidentalmente questi coincidono con quelli del mondo ufficiale. Mi fu regalato anni or sono il catalogo generale Pocci e fui sinceramente sorpreso nel constatare come autori totalmente ignorati dalle storie della musica avessero creato vastissimi tratti dell'enorme repertorio strumentale della chitarra ed autori simbolo dell'Olimpo musicale fossero o latitanti, o presenti in trascrizione o solo per un ridottissimo numero di opere.


Ciò non può che confermare il mio credo relativista quanto ai valori che la storia della musica così come ci è tradizionalmente trasmessa sembra volerci inculcare.







Un concerto “d’annata” di R.Fabbriciani al Festival internazionale di musica contemporanea “Proposte musicali” di Acqui Terme (1981/84).

In prima fila, da sinistra, Paolo Ugoletti, Federica Lotti e Renzo Cresti.

 
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