Nicoletta Confalone
A proposito di Emilia Giuliani-Guglielmi (1813-1850)
e della sua opera omnia pubblicata dalla DGA Editions

di Nicoletta Confalone


niconf@libero.it


PRESENTAZIONE



Emilia Giuliani in un ritratto di Franz Nadorp (1794-1876). Roma, 1839. Proprietà del Principe Salm-Salm (Germania)


Non cercavo Emilia Giuliani. Sapevo che era l’ultimogenita di Mauro, e dunque una figlia d’arte.


Una caratteristica che, di per sé, non suscita grandi simpatie, perché emana un vago ma persistente retrogusto di facilitazione immeritata, per non dire di raccomandazione implicita.


Così, anch’io mi accontentavo di sapere che Emilia aveva ereditato il talento del padre, che aveva debuttato con lui, e che poi, dal 1840 aveva fatto perdere le tracce di sé, dopo il matrimonio con un non meglio identificato signor Guglielmi.


Me la immaginavo appagata nel ruolo di brava moglie e mamma, che scodellava torte e bambini, magari ricordando, all’ora del thè, i fasti concertistici di gioventù.


Per di più, Emilia è donna, in un tempo in cui il talento artistico al femminile era concesso soltanto alle cantanti: Maria Malibran, Giuditta Pasta, Isabella Colbran erano autentiche dive, mentre per due pianiste e compositrici della statura di Clara Wieck Schumann e Fanny Mendelssohn-Bartoldy il cammino era molto più impervio, al punto che tuttora sono ricordate prevalentemente come la moglie di Robert e la sorella di Felix. Figuriamoci quali potevano essere le possibilità di successo per una chitarrista!


Eppure i suoi bellissimi Sei Preludi op. 46 sono sempre rimasti in catalogo, prima da Artaria, e poi da Schott; sarebbe bastato leggerli per constatare quanta strada aveva percorso Emilia nel 1841, quando li scrisse e li fece pubblicare a Vienna, appunto da Artaria.


Certo, le sue meditazioni sull’arpeggio partono dall’esperienza paterna, ma sono arricchite da una tensione armonica che è pienamente consapevole della propria contemporaneità, ed è capace addirittura di intuizioni premonitrici, come quella discesa di settime diminuite su un arpeggio spezzato, tanto vicina al celeberrimo e liberatorio arpeggio del primo dei Douze Études di Heitor Villa-Lobos, nato ben 87 anni dopo!

Di tutto questo ero assolutamente inconsapevole, quando, per caso, quattro anni fa, mi sono imbattuta nelle prime edizioni delle Sei Belliniane, mentre stavo alla Biblioteca Marciana di Venezia, e cercavo tutt’altro.


Le Sei Belliniane furono pubblicate da Ricordi fra il 1834 e il 1836, e si trattò senza alcun dubbio di un’intelligente operazione pubblicitaria dell’abilissimo editore milanese, per rinverdire i fasti delle fortunate Sei Rossiniane di Mauro Giuliani, ancora in catalogo dopo più di dieci anni dalla loro prima uscita.


Ma anche in questo caso Emilia non si rivela soltanto un epigono del padre; basti pensare che alla sfida dei modelli paterni si aggiungono per lei le difficoltà oggettive di tradurre in pronunzie chitarristiche le arie belliniane, quelle «melodie lunghe, lunghe, lunghe», come le definiva Verdi, così ardue da evocare per uno strumento che non ha un né il fiato né un arco per sostenere tali sublimi ampiezze.


Emilia ci riesce, grazie ad una conoscenza profondissima delle risorse strumentali, che la rendono capace, anche in questo caso, di precorrere i tempi: ecco il tremolo, che ritroviamo purissimo ed emozionante nella Variazione della cabaletta di Gualtiero, «Ma non fia sempre odiata», presente nella Belliniana n. 1 op. 2, datata 1834. Non erano una novità gli arpeggi a note ribattute, basti pensare ad alcuni Studi di Mauro Giuliani e al terzo movimento della Grande Sonata di Niccolò Paganini, ma non sono tremoli in senso stretto, perché portano la melodia nel basso, a note lunghe, mentre nel vero tremolo è la nota ripetuta che canta. Come in Rêverie Nocturne op. 19 di Giulio Regondi, peraltro scritto nel 1864, trent’anni esatti dopo Emilia.

 
HOMEhttp://www.dotguitar.it
HOME 
APPROFONDIMENTIhttp://www.dotguitar.it/zine/archivi/approfondimenti.html