di Carlo Campanile
L'universalità del discorso musicale
Leo Brouwer: Preludi epigrammatici

Quando si sostiene che la cultura occidentale sia stata in gran parte una continuazione storica di quella ellenica non si sbaglia, né per quanto concerne gli aspetti storici, né per quanto riguarda  quelli meramente culturali, aventi a che fare con l’impostazione dell’insegnamento  e lo sviluppo dei saperi.


I Greci avevano una visione universale della cultura e, sebbene non fossero lungi da classificazioni della conoscenza,
ammettevano con piacere che alcune facoltà dell’intelletto necessitassero di un continuo dialogo con altre discipline, quasi come se il motto socratico “so di non sapere” potesse eliminare del tutto le distinzioni di genere e le categorie dell’intelletto.


Si pensi ad esempio ai numerosi casi di filosofi  matematici quali Pitagora di Samo o ancora l’immenso Platone, che insieme alla filosofia delle idee aveva coniugato la matematica, la musica, la sociologia e l’etica, facendo incidere a grandi lettere sul frontone della sua Accademia filosofica: “Non entri nessuno che non conosca la geometria”. 


Nell’ottica di questa visione lata della realtà culturale e, soprattutto, del potere conoscitivo che la mente umana possiede anche in certi casi  inconsapevolmente, non risulterà poi così stupefacente il fatto che i Greci stessi fossero riusciti a rintracciare una facoltà sopra le facoltà, una scienza che fosse il connubio perfetto fra tutte le forme d’arte e di conoscenza, riunendo teatro, danza, arte strumentale, letteratura, filosofia, fisica, matematica. “Mousikè”, ovvero “Musica”, significa proprio questo: “L’arte delle muse per eccellenza”.


Essa nasce dalla creatività umana e si ciba di tutte le forme di sapere, prefigurandosi come un linguaggio unico ed universale, quasi come se i limiti delle capacità cognitive umane si possano riscoprire e sperdere nel contempo in essa, senza per questo sentirci noi limitati, poiché sospinti sempre da un desiderio di infinita conoscenza socratica, mirante al bello e al sensibile.


Nel momento in cui mi trovai di fronte alla volontà stendere una tesi multidisciplinare che chiudesse il percorso d’esame di maturità, ho sentito la necessità di approfittare dell’universalità del discorso musicale dedicandola ad una delle opere a cui mi sento più legato, scoperta tra l’altro per puro caso navigando in rete.


Ciò che più mi incantò fu come, in poche righe, il compositore fosse riuscito a descrivere in maniera compiuta forse alcuni dei più importanti temi cui l’uomo da sempre ha rivolto il suo interesse artistico. L’opera in questione è “Preludi epigrammatici” per chitarra classica sola,  l’autore è Leo Brouwer, musicista cubano tuttora vivente e fecondo compositore. Lo si potrebbe considerare un vero e proprio poeta della musica. 


La sua musica, infatti, è proprio come la poesia: una lunga riflessione sui temi del passato,
del ricordo, della malinconia, dell’essenza delle cose, presentata agli uditori come un concerto di silenzi ed incanti sonori. Le armonie, come cristallizzate, raccolgono le istanze del nostro presente, ci parlano del nostro divenire, e noi, proprio nel momento della “rivelazione sonora ” ci accorgiamo di quanto poco sia durata questa musica dell’anima, ma quante cose ci abbia raccontato di noi stessi in così poco tempo.


La parola “preludio” del resto, richiama  naturalmente ad un concetto di estemporanea riflessione, ed al di là del significato meramente musicale, esso mi sembrava far riferimento ad una condizione molto umana e molto comune: quella dell’attesa.


L’improvviso senso di smarrimento che pone l’uomo di fronte alla condizione di “lupo della steppa”, ma che contemporaneamente sembra giostrare con le memorie personali, riportando alla luce i lati più inconsci della sua solitudine.


E’ così che, ascoltando anche solo la prima di queste composizioni, ci rendiamo conto della grazia con cui questa riesce a sollevare il velo delle nostre insicurezze, rendendoci inermi, spaesati ed al tempo stesso, vittime di quel senso d’attesa che essa voleva trasmetterci.


Sembra quasi che la vera opera d’arte non sia la composizione stessa ma la reazione che al suo ascolto consegue.  Noi stessi, per paradosso, diventiamo la composizione che ascoltiamo e, senza rendercene conto,  ne siamo l’ideale continuazione e la “canticchiamo” in ogni gesto della nostra quotidianità.  Essa, infatti, risulta talmente leggera all’udito, che potrebbe essere facilmente scambiata per un pensiero. Ed il mio pensiero, al primo ascolto, mi riportò alla mente la pittura di uno dei miei autori preferiti, padre di una corrente che ha talmente tanto in comune con la filosofia e la poesia, da essere stata definita “Metafisica”: Giorgio De Chirico.


Gli epigrammatici molto spesso mi hanno ricordato gli ambienti ed i personaggi di De Chirico, solenni, composti e alquanto mesti. Come dei manichini, a volte come delle ombre, essi sono simbolo della stasi e di una enigmatica incomunicabilità. Anche i preludi di Brouwer , del resto, presentano un’impronta di incomunicabilità, da un punto di vista formale e non sostanziale.


Essa è racchiusa tutta nella parola “epigrammatico”. Sono brevi, alcuni brevissimi: si pensi al VI, un lampo. E chissà perché, per trattare  riflessioni che investono i più grandi temi dell’esistenza, il compositore abbia scelto forme piccolissime, ma contemporaneamente così lontane dal concetto comune di miniatura musicale? Si ha l’impressione che egli stesso si sia lasciato avvolgere dall’imponenza dei temi trattati, sino al punto in cui anche il genio creativo si dev’essere arreso di fronte alla felice constatazione che la compiutezza artistica era ormai raggiunta.


Oppure, ipotesi ancora più incisiva, si tratta di una scelta coerente, secondo la quale l’essenzialità diviene una necessità: scrivere poco poiché è tutto ciò che il poeta può dire. La musica, vista da questa angolazione, diviene allora ancora più umana di quanto già non lo sia, ancora più aperta ad interpretazioni e sconvolgimenti, ancora più vera. E risuonano i versi di Montale da “Non chiederci la parola” (da “Ossi di seppia”):  “Non domandarci la formula che mondi possa aprirti, sì qualche
storta sillaba e secca come un ramo.”


Gli “ossi di seppia” di Brouwer sono questi stessi preludi, detti epigrammatici anche per un ulteriore motivo. Ognuno di essi è ispirato, e nel contempo accompagna, un verso del poeta e drammaturgo Miguel Hernandez.


Curiosa è la scelta di aver accostato al secondo preludio, dedicato ad Ichiro Suzuki, la frase “Tristes hombres si no mueren de amores”, che oltre che una solida verità, sembra insinuare con eleganza che il primo evento (l’essere tristi) sia la concausa dell’altro e viceversa.


A partire  da queste riflessioni del tutto spontanee sulle composizioni e sull’opera complessiva, si sono quindi venute a generare due tematiche di per sé importantissime, quella dell’attesa e quella dell’essenzialità. Su queste due intendo soffermarmi prossimamente, ritenendole due dei pilastri del pensiero filosofico e poetico d’ogni tempo e luogo. Il legante di questo sposalizio poetico-musicale è ovviamente il culto per il suono, al quale Brouwer ha dedicato tutta la vita.


Carlo Campanile


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