di Carlo Campanile
L'universalità del discorso musicale
Leo Brouwer: Preludi epigrammatici
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di Carlo Campanile


Preludi Epigrammatici: Il tema dell’attesa


Una delle nozioni più consistenti portata dal poeta tedesco Hugo Ball e dall’intero gruppo Dada allo scoccare della prima guerra mondiale, nell’ambito delle concezioni artistiche di inizio secolo è stata in assoluto la platealità. 


Al di là delle riflessioni sul significato del movimento, lontano anni luce da qualsiasi tipo di “-ismo” burocraticamente artistico, al di là del concetto tanto criticato di irrazionalità incorniciata, sul quale le opinioni sono troppe e troppo relative,
al di là ancora della visione politica della guerra intesa unicamente come strazio e carneficina, ciò che avveniva nelle serate del Cabaret Voltaire di Zurigo a partire dal 1916 credo fosse un’esplosione di fermenti drammatici.


Infatti la lettura contemporanea di frammenti di poesie urlate in tedesco, francese ed inglese da parte del gruppo di Tristan Tzara, Hans Arp, Marcel Janco, ha rappresentato, sebbene in un contesto nichilista e storicamente tragico, uno dei traguardi nella maniera di focalizzare la generica espressione artistica, dove, accanto alla genialità della scelta creativa v’è accostato il vero simbolo della dignità artistica: il palcoscenico.


Ciò che di primo acchito appare come forma straziante di comunicazione rivela in realtà la presenza di forme liriche che influenzeranno l’arte per tutto il resto del ‘900 e che  saranno fondamentali per la corrente artistica metafisica di cui il pittore Giorgio De Chirico fu fondatore e principale esponente.


Amante delle forme classiche scultoree e dal tratto ben definito, De Chirico ha saputo coniugare il senso della spazialità, con i temi della solitudine esistenziale e dell’enigma del vivere. I quadri rappresentano personaggi misteriosi, principalmente manichini dalla forma umana, inseriti all’interno di contesti che solo apparentemente sembrano non avere nulla a che vedere con gli oggetti in questione.


Si pensi alla nota tela “Le Muse inquietanti” (1917) dove, di fronte alla vista del Castello Estense di Ferrara e di un sito industriale forse disattivo, De Chirico colloca un busto, un manichino seduto ed una statua in lontananza, accompagnati da una testa ovale, un bastone  cilindrico ed una scatola per giocattoli: sembra per un attimo di trovarsi di fronte a casuali disposizioni sceniche. In verità ciò che la mente coglie solo successivamente, è la presenza di un sottile pensiero, dolce come una folata di vento, che lega in qualche celata maniera tutti gli elementi dell’ambiente.


Li rende capaci di raccontarci le loro storie, silenziosamente e perennemente immersi in una solitaria atmosfera d’attesa. Unico palese legante di tutto ciò, il palco. Esso è l’elemento che porta il silenzio dei personaggi immoti a divenire come un suono sottile, una costante voce, una forma lirica quanto mai delicata ed elegante, dalla quale noi spettatori ci lasciamo, inermi, guidare, riscoprendo nel contempo noi stessi.


E questa lunga attesa sul “palco della vita”, riporta alla mente il primo dei più celebri capolavori di Samuel Beckett, datato 1953. “Waiting for Godot”
(Aspettando Godot) tratta appunto questo tema e sebbene in quel caso una seppur minima azione scenica  si generi da parte dei quattro protagonisti (Estragon, Vladimir, Lucky, Pozzo), resta imperante la completa assenza di vere volontà, soppiantate invece dalla costante e quotidiana richiesta: “Quando verrà Godot?”.


L’essere umano si rivela al pubblico in tutta la sua fragilità, aspettando per un tempo infinito la soluzione a problemi forse troppo profondi per essere rimossi.


Godot, da alcuni critici ricollegato in maniera azzardata alla figura demiurgica di un qualche dio (“god” in inglese), rappresenta la sintesi dell’esistenza umana, un alternarsi di momenti di moto e di decisioni (“go”, nel senso di “andare”) a momenti di completa stasi (“dot”, nel significato di punto, tregua, fermata), come teorizzato dalla critica e saggista  Rosangela Barone. In tal caso questa modalità appartiene anche alla sfera del continuo ritorno, che nel suo ciclico interminabile evolversi, proprio come nel caso di un moto pendolare, porta al completo sfaldamento di qualsiasi energia creatrice.


Questo affievolimento della silenziosa costante che in Beckett è rappresentato dall’attesa di un evento messianico e in De Chirico dall’attesa di una enigmatica verità, affonda le sue radici anche in buona parte della musica di Leo Brouwer.


I Preludi epigrammatici, infatti, sembrano riproporre temi molto vicini a quelli precedentemente trattati, nell’ottica di una coralità nella quale l’elemento enigmatico  appare costante.


Si consideri ad esempio il primo preludio. “Moderato”, “eguale e legato”, “leggero”, “sonoro ma legato sempre”, “dolce”, sono alcune delle espressioni che a prima vista ci colpiscono, e che sembrano voler ricondurre l’atmosfera generale a forme alquanto oniriche e molto meditate,  alle quali si alternano momenti di grande impeto e di rottura timbrica segnalati dagli “sforzato”.