Perché amo parlare dei modi...


Di modi ce ne sono tanti quanti ne sappiamo ascoltare. Nessuno di loro appartiene a uno stile, semmai é lo stile che se ne serve, per esprimersi attraverso gli stessi e i loro derivati: le "scale".


Senza le scale non ci sarebbe né BACH né JAZZ.

Ma le scale sono fatte artificialmente, collegando due tetracordi, i modi esistevano da molto prima.


Con questo intendo sottolineare che, quantunque i compositori di tutte le epoche le ebbero utilizzate, in stili completamente diversi, non è mai stato intaccato il contenuto espressivo dei modi di cui le scale (quale che fosse il loro scopo nella formazione della melodia) erano state formate. Nella ricerca di un'espressione insita in ciascun pezzo da me eseguito, la ricerca dei modi è sempre stata determinante, onde rifuggire dai luoghi comuni, onnipresenti in tutto ciò che si riferisce all'interpretazione del contenuto puramente "sonoro" della musica.


Riguardo a quest'affermazione, ricorderei volentieri il momento in cui Franco Donatoni mi complimentò per l'esecuzione di "Algo", in una serata denominata "Chigiana Novità": "Sei stato capace di creare una "poesia" anche in quello che non lo richiedeva..." E io risposi: " I pezzi sono tuoi, ma le note c'erano già..."


È mia ferma convinzione che l'emozione immediata, recepita e rivissuta nell'ascolto di gruppi di suoni determinati è il più sincero e personale tributo che l'interprete possa restituire a ciò che la pagina musicale gli offre - senza riferimento ad alcun particolare stile di composizione.


Naturalmente, le note possono provocare emozioni diverse a seconda della loro disposizione nella nostra memoria tonale... Tocca all'interprete il compito di trovare quella giusta evidenziandone i modi sottintesi.


Per questo scopo, di fondamentale importanza, si potranno riordinare le note del pezzo studiato, collocandole entro spazi di quarta, dando così forma a gruppi di note riconoscibili come modi "latenti" insiti nella melodia. L'impatto "emotivo" ricevuto riascoltando questi modi, così evidenziati, costituirà una delle basi su cui costruire la curva espressiva totale del pezzo interpretato.


Questi "concetti" sonori, estranei al linguaggio parlato, seppur riflettenti la logica che con esso condividono, esistono perché noi umani siamo capaci di apprezzare gli "intervalli" e di raggrupparli entro lo spazio di uno dei più significativi di essi: la quarta. In questo spazio possiamo inserire più gruppi di suoni, ottenendo così altrettanti modi, con caratteristiche espressive diversissime tra di loro.


Evitati metodicamente nella melodia di "ispirazione" post romantica, "seriale" nonchè generalmente "atonale", questi modi non fuggono però alla nostra ricerca, poiché, qualunque sia la disposizione delle note di una melodia, queste, per il loro carattere tendente a raggrupparsi, agiscono nell'inconscio di chi ascolta, oltre che nell'ordine in cui appaiono sul rigo, anche in quello che è loro dato istintivamente, ossia per grado congiunto.


Il mio allievo Jurgen Ruck, dopo il diploma ottenuto con menzione a Basilea, rispose alla mia domanda :" che cosa ricordi dei lunghi anni passati a studiare con me?" "Ricordo una lezione su alcuni pezzi contemporanei... Mi dicesti che dovevo ascoltare meglio gli intervalli."

E continuò, in inglese :" But this music is twelve-tone! And you answered me: "twelve tones, not twelve stones!!".


Ma come è iniziato questo processo evolutivo?


Noi umani, dotati di sensi come la vista, l'udito, l'odorato, il tatto, il gusto dobbiamo al loro uso la quasi totalità della nostra esistenza.


Un improvviso rumore, un odore o un sapore insolito, la visione di in oggetto ignoto in movimento nelle immediate vicinanze, poteva significare un improvviso pericolo per la nostra sicurezza...


Quanti di noi non sono sopravvissuti a momenti critici come questo...

 
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di Oscar Ghiglia
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