di Leonardo MELCHIONDA


1. Contesto storico della formazione di Smith Brindle: la chitarra, Dallapiccola, la Scuola dodecafonica fiorentina


Reginald Smith Brindle nacque nel 1917 in una tranquilla cittadina del Lancashire inglese. All’età di 15 anni iniziò a lavorare come architetto, tuttavia, seppur sostenuto e incoraggiato dai suoi genitori, sapeva che quella non era la sua strada.


Da sempre infatti ciò che più di ogni altra cosa lo appassionava era la musica e desiderava che fosse la musica a guidare la sua esperienza tanto umana quanto professionale. Fu lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale ad offrirgli l’occasione per portare la sua vita verso quella direzione tanto desiderata. Arruolatosi all’inizio degli anni ’40 e spedito verso il fronte africano fu costretto a lasciare il tanto odiato lavoro e a mettersi in marcia con un commilitone molto particolare, che avrebbe contrassegnato la sua futura fortuna: la chitarra.




Per sfuggire dall’alienazione della vita di trincea il giovane Smith Brindle decise di iscriversi ai corsi per corrispondenza istituiti dal reparto educativo dell’esercito e grazie ai quali i soldati potevano ricevere i libri di qualunque corso gratuitamente.


Tra gli oggetti di studio che maggiormente lo incuriosivano c’erano l’armonia e il contrappunto, tuttavia tali argomenti venivano affrontati solo in maniera teorica e questa esperienza si rivelò alquanto frustrante per lui, più tardi infatti scriverà che «lo studio dell’armonia e del contrappunto, senza la possibilità di udire le note, non costituisce un’esperienza positiva»[1]


. Fu a questo punto che riuscì a procurarsi una chitarra siciliana di modesta fattura che divenne subito la sua più fedele compagna di battaglia, nonché insegnante di composizione: infatti la chitarra è «l’unico strumento completo facilmente trasportabile e capace di consentire gli elementi essenziali della musica: melodia, armonia e contrappunto. Per di più, uno se la può portare sulla spalla e, senza troppo sforzo, usare la mitragliatrice o il revolver!»[2]


La sua vita con la chitarra era dunque iniziata ufficialmente, ma si dovette attendere la fine della guerra e in particolare lo sbarco in Italia e l’arrivo a Firenze nel 1945 prima che essa potesse ricevere una svolta decisa.
Un incontro fondamentale fu quello con Giuseppe Gullino, musicologo fiorentino, che aveva trascritto per la chitarra alcune musiche rinascimentali per liuto; dopo che Smith Brindle entrò in possesso di tali musiche ne volle conoscere il trascrittore.


Tra i due si instaurò una solida amicizia: fu Gullino che lo aiutò a migliorare la sua tecnica chitarristica e a prendere maggiore dimestichezza nella scrittura per questo strumento, lui per primo gli fece ascoltare le nuove composizioni per chitarra eseguite da Segovia e fu grazie a lui che conobbe il chitarrista e compositore Alvaro Company[3].


Lasciata Firenze nell’estate del ’45, Smith Brindle sapeva di voler far parte del mondo della chitarra, così iniziò a mettersi in contatto con i chitarristi e i liutai italiani cercando di imparare da ognuno di loro quanto più gli era possibile, si cimentò nelle trascrizioni delle musiche dai dischi e nello stesso anno compose i suoi primi pezzi per chitarra, tra i quali il più maturo era la Fantasia Passacaglia[4].


Congedato dal servizio militare Smith Brindle dovette fare ritorno in Inghilterra, ma la permanenza lì durò solo un paio d’anni, infatti nell’estate del 1949 fece ritorno a Firenze e per dieci anni vi si stabilì. Nell’estate del 1950 l’incontro con il più grande chitarrista del tempo, Andres Segovia, costituisce un momento di rinnovato amore da parte del compositore inglese per la chitarra: ora la chitarra gli veniva presentata in tutta la forza poetica che essa era in grado di esprimere. A tal proposito si possono leggere le parole di Smith Brindle:


[…] ciò che veramente appresi allora furono la delicatezza del timbro e la bellezza del suono nonché la gamma di colori che offre la chitarra nelle mani di un grande maestro. Egli prendeva lo strumento e quietamente cominciava a suonare, senza fare nessun commento sulla musica e continuava per un’ora o più. Non vi era infatti bisogno di commenti: si poteva imparare solo guardando e ascoltando e più tardi cercando di imitarlo. Senza alcun dubbio ciò che appresi sul suono della chitarra, della sua varietà di timbro e possibilità di espressione, mi è rimasto impresso per sempre, ed è stato l’ideale dominante nella mia musica.[5]



La chitarra andava perciò assumendo un ruolo sempre più concreto nella vita del compositore.


La chitarra, l’incontro con Segovia e l’amicizia con Company, costituivano in realtà solo una parte della vita musicale di Smith Brindle: era la composizione a costituire la sua principale attività. Nel 1949 partecipò al corso di perfezionamento di composizione all’Accademia di Santa Cecilia con Pizzetti, l’anno dopo frequentò quello tenuto da Vito Frazzi all’Accademia Chigiana e nei primi anni del ’50 prese lezioni da Dallapiccola.





 
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1. Smith Brindle, Variazioni ed interludi. Cinquant’anni con la chitarra, p. 26.

  1. 2.Ibidem.

  2. 3.L’incontro tra Smith Brindle e Company avvenne per merito di Gullino nel 1949, dopo che il compositore inglese avrà fatto ritorno nel capoluogo toscano dall’Inghilterra. Per ciò si veda Smith Brindle, Variazioni ed interludi. Cinquant’anni con la chitarra, p. 29; e inoltre Company, Prosperi, la chitarra, la Schola, pp. 384-385.

  3. 4.L’opera non venne mai pubblicata nella sua versione originale per chitarra perché al fine di poter partecipare al concorso di composizione indetto per l’Army Arts Festival di Roma del 1946, il compositore ebbe la necessità di trascrivere l’opera per orchestra da camera. Per ciò si veda Smith Brindle, Variazioni ed interludi. Cinquant’anni con la chitarra, p. 28.

  4. 5.Cfr. Smith Brindle, Variazioni ed interludi. Cinquant’anni con la chitarra, p. 30.

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Leonardo Melchionda

El Polifemo de oro 
Ricchezza timbrica in dodici suoni