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Conferenza ricordo di Sergio Bruni



 


  di Paolo Saturno, redentorista


 
 

Sergio Bruni compositore


Giovedì 20 ottobre scorso, nella Sala teatro del II Circolo Didattico “G. Rodari” di Villaricca (NA), s’è tenuta la presentazione del cd Speranzella – le canzoni di Sergio Bruni con la partecipazione dell’ensemble “Antonio Saturno Classic Quintet”. La manifestazione si è svolta secondo questa scaletta: saluto delle autorità amministrative della città: il sindaco Francesco Gaudieri, l’assessore Giovanni Granata e il presidente della Pro Loco Armando De Rosa.


È seguito un breve dibattito a cura del poeta Salvatore Palomba e lo scrivente sul tema “Sergio Bruni compositore”. Ha condotto la serata con sobrietà, classe ed altissima competenza, Mimmo Falco, vicepresidente dell’ordine dei giornalisti della Campania.  


Ideatore e promotore della serata di studio e di musica è stato Armando De Rosa che ha voluto omaggiare il concittadino Sergio Bruni a un decennio dal suo ottantesimo compleanno con la presentazione del cd realizzato in buona parte (orchestrazione, arrangiamenti e direzione) da Antonio Saturno.


Il cd riporta diciotto tracce. Insieme a canzoni note al grande pubblico come Carmela, Palcoscenico, sono stati incisi brani meno conosciuti come Oje sole, Na canzone ’e Napule, Speranzella da cui il titolo del cd.


La voce è quella di Mimmo Angrisano, allievo per dieci anni di Sergio Bruni, dal quale ha ereditato gusto, finezza, stile, vocalità, spirito e spiritualità. Grazie anche alla straordinaria musicalità di cui è dotato, Mimmo ha contribuito con Antonio e gli altri musicisti (Andrea Sosto, Francesco Pepe, Giuseppe Massimo Della Rocca, Luigi  Bordo, Gaetano Ambrosino, Giovanni Iannone, Giulio Piccolo, Angelo Spinelli, Rosa Gargano, Francesco Cardaropoli, Michele Franza, Aristide Buonafine, Giuseppe Scala, Enrico Olivieri, Giovanni Coppola, Vincenzo Viscardi) e cantanti (Nadia Pepe, Adriano Maria Poledro) a realizzare un’opera che va al di là del fattore commerciale e a consegnare alla storia quel tanto che il comune Maestro, Sergio Bruni, aveva omesso. Infatti l’elenco dei brani scelti dal team  M. Angrisano, Gianluigi Esposito, S. Palomba, A. De Rosa, A. Saturno ha previsto – come già accennato – accanto ai successi popolari anche qualche brano che Bruni aveva lasciato inedito o solo abbozzato.    

   

Il cd rimane un capolavoro discografico per la rinnovata e ritrovata bellezza melodica di Sergio Bruni; per la qualità vocale ed interpretativa di Mimmo Angrisano che lo ha firmato con una napoletanità tanto autentica e genuina quanto unica nel pur vasto e stupefacente mondo canoro partenopeo; per la sublimità dell’orchestrazione-arrangiamento di Antonio Saturno che ha saputo coniugare con sapiente cromatismo  di colori il melos bruniano con un dotto apparato strumentale, in cui il classico e il leggero si fondono in un abbraccio sognante; per l’alta qualità della registrazione risultato di una tecnica divenuta arte, grazie allo spessore professionale e musicale di Andrea Sosto; per la valentia degli strumentisti che vi hanno conferito il meglio di se stessi.


Il concerto che è seguito alla discussione è stato pari alla registrazione. In taluni momenti il canto di Mimmo, anche grazie alla perfezione dell’apparecchiatura microfonica,  si è trasformato in calamita che ha ipnotizzato la numerosa platea; gli orchestrali – G. Piccolo (violino o viola), A. Spinelli (violoncello), F. Pepe (flauto), G. M. Della Rocca (chitarra o mandolino), A. Saturno (chitarra) – hanno dato una lezione di bravura e di classe sia quando hanno giocato di squadra, sia quando si sono lanciati in episodi solistici.


Dopo aver delineato momenti e aspetti della magica serata bruniana di Villaricca, vorrei proporre alla cortese attenzione dei nostri gentili lettori l’argomento così come l’ho presentato suffragato il più delle volte dal favorevole consenso del poeta e amico Salvatore Palomba, che ha condiviso con Sergio Bruni anni splendidi della sua preziosa esistenza.


Sergio Bruni compositore

L’argomento non appare semplice data la sua non univocità di significato, come vedremo. Diventa poi più impegnativo, ma anche più affascinante perché il Nostro non proviene da una scuola ufficiale entro i cui schemi sarebbe facile collocarlo.


Sergio Bruni si fa compositore da solo, così come da solo s’è fatto cantante. Due altre considerazioni si impongono: la sua composizione musicale è condizionata dalla sua straordinaria voce; voce e arte compositiva sono in continua evoluzione e complementari l’una all’altra al punto che non si può parlare dell’una prescindendo dall’altra.     

Dunque esiste un compositore accademico, che proviene da studi ufficiali e scrive secondo determinati canoni.


Esiste un compositore  spontaneo, dilettante che non proviene dagli studi accademici (il Gruppo dei Cinque russi) ma che comunque scrive in maniera autentica, anzi talvolta in maniera nuova fino al punto da arricchire ed innovare il linguaggio musicale. Ciò, ovviamente, è dovuto al fatto che tali compositori sono superdotati musicalmente da Madre Natura al punto da sopperire con la naturalezza alla carenza di cultura accademica. Il discorso che qui si fa per la musica, naturalmente è valido per tutte le altre arti: pittura (ricordiamo Giotto), poesia, scultura, ecc. 


Nell’ambito dei compositori accademici possiamo includere anche quelli dotati di particolare virtuosità esecutiva. La storia della musica di tutte le epoche ne è piena. Pensiamo per esempio a Liszt, Thalberg, Beethoven, Mozart, Chopin, Rachmaninov, ecc. per il pianoforte; a Maurizio Colonna, Tarrega, Mauro Giuliani, ecc. per la chitarra; a Bach, Franck per l’organo; a Paganini per il violino.


Fino all’Ottocento e cioè fino al periodo romantico, il compositore era anche esecutore e/o direttore delle proprie opere strumentali.

Dall’Ottocento in poi – dal periodo romantico appunto –, in conseguenza dell’estrema evoluzione del linguaggio musicale sia sotto il profilo della scrittura che dell’esecuzione, si sdoppiarono l’attività esecutiva e quella compositiva, tranne casi non comuni come, ad esempio, quelli menzionati. Infatti difficilmente coesistettero nella stessa persona le necessarie abilità sia di compositore che di esecutore come era stato precedentemente. D’altronde la specializzazione, che si è affermata sempre più nel tempo, ha portato a questa differenziazione di ruoli.


Un esempio emblematico di compositore romantico, che non è stato anche esecutore, è  Schubert il quale, contrariamente alle sue eccezionali doti di compositore, non è stato un buon esecutore né della musica altrui, né della propria. Questa limitazione, per l’epoca, comportava un handicap per la diffusione e la conoscenza delle proprie opere. Infatti le sue sonate per pianoforte, non proposte al pubblico dall’autore, sono rimaste per molto tempo sotto il velo dell’oblio. La loro conoscenza e valorizzazione è piuttosto di epoca recente.


Nel contesto del discorso che stiamo facendo, va detto anche che lo sdoppiamento dei ruoli – compositore-esecutore – non ha nociuto alle opere interpretate da esecutori diversi dall’autore. Infatti, per quanto riguarda la musica sinfonica, si è registrato un sensibile affinamento di gusto, di cultura e di tecnica della direzione. Pensiamo a direttori del calibro di  Toscanini, Karajan.


Per quanto attiene all’esecuzione delle musiche strumentali, va detto anche che negli ultimi due secoli, si sono formate scuole sempre più abili al punto da permettere traguardi comuni, precedentemente appannaggio esclusivo di pochi eletti. A tal riguardo mi piace riferire un’espressione di Vincenzo Vitale, uno degli ultimi grandi Maestri di pianoforte della Scuola napoletana il quale, negli anni settanta, durante  una serie di trasmissioni radiofoniche dal titolo “Il mio Liszt: una scelta sentimentale e ragionata”, affermò, nella presentazione di un concerto per pianoforte e orchestra del Compositore, eseguito per l’occasione dall’allora giovane pianista Vincenzo Balzani: “una volta l’esecuzione di concerti del genere era merito esclusivo di pochissimi pianisti al colmo della celebrità e della bravura esecutiva e ne consegnava il nome alla storia. Oggi baldi giovanotti, grazie al progresso tecnico, affrontano con ardimento, competenza e relativa facilità il medesimo repertorio”.


Tutto ciò che abbiamo detto finora costituisce la premessa alla presentazione del nostro Sergio Bruni sotto il profilo di compositore.

Infatti, a nostro parere, Sergio Bruni, oltre ad essere stato il cantante che tutti conosciamo e apprezziamo, è stato decisamente anche un impegnato e innovativo compositore.


Abbiamo prima parlato di compositore  spontaneo, dilettante che non proviene dagli studi accademici ed abbiamo citato, a mo’ d’esempio il Gruppo dei Cinque della Russia: Mussorgski, Borodin, Cui, Balakirev, Rimski-Korsakov, i quali rifiutano gli studi accademici e soprattutto il collegamento con la tradizione occidentale, italiana e francese per il melodramma, tedesca per la musica strumentale, contro il parere di Ciaikovski che, invece, proponeva tale aggancio. Il risultato finale fu sorprendente perché, da “dilettanti” quali si professavano di essere (Mussorgski era un militare, Borodin  professore universitario di chimica, Rimski-Korsakov ufficiale di marina, ecc.), rinnovarono il linguaggio musicale europeo al punto da divenire un polo di riferimento dell’intera musica europea.


Pensiamo al nostro Ottorino Respighi che si reca in Russia per studiare il nuovo linguaggio sinfonico con Rimski-Korsakov. Ciò   gli permetterà la composizione dei capolavori della sua <<Trilogia romana>>  Fontane di Roma, Pini di Roma e Feste romane.


Rapportando quanto accennato a Sergio Bruni, dobbiamo dire che egli, forse senza conoscere il Gruppo dei Cinque, ha operato, in rapporto alla canzone napoletana, in modo analogo. Infatti, quando ha potuto – cioè quando la Televisione ha spento i fari sul tradizionale Festival di Napoli, ha preso decisamente le distanze dai compositori napoletani di quel filone. Per intenderci i compositori di Guaglione, Lazzarella, Scapricciatiello, ecc. Questo repertorio oggi appare piuttosto commerciale e legato al momento, come d’altronde è stato quello successivo, e com’è quello di Sanremo.

Perché Sergio Bruni prese le distanze dal gusto dei festival? Perché si convinse che tale produzione avrebbe determinato in maniera irrevocabile la morte della canzone napoletana.


In rapporto alla canzone d’autore – Core ‘ngrato, Torna a Surriento, ecc. – quale fu la sua posizione? Bruni riconobbe in essa il periodo d’oro della nostra produzione e l’accettò. Ci ha lasciato incisioni di taluni brani che sono sorprendenti per l’interpretazione, oltre che per la vocalità. Nelle canzoni da lui scelte da questo repertorio sia per incisione che per concerti, egli fa un’operazione coerente con i principi da cui parte anche per la sua attività compositiva.


Esegue questo repertorio non alla maniera liricheggiante, come fanno quegli interpreti che posseggono una voce fondamentalmente lirica – Claudio Villa,  Tullio Pane, Luciano Tajoli, Nunzio Gallo, Mario Abbate,  ecc. –.  Escludiamo i veri tenori (Del Monaco, Di Stefano,  Beniamino Gigli, lo stesso Caruso, ecc.), i quali eseguono il repertorio napoletano in maniera apertamente lirica perché la loro impostazione vocale è tagliata esclusivamente per tale repertorio. Bruni, al contrario, riporta questo patrimonio nell’alveo della vocalità napoletana della prima tradizione fatta di gorgheggi e inflessioni tipicamente popolari, note di striscio, ritmo alquanto libero per soddisfare l’esigenza dell’espressività.


Tutte queste cose sono tipiche, come detto, del canto popolare più antico di Napoli. Sergio Bruni ritiene che il vero melos  partenopeo sia questo e verso di esso bisogna orientarsi. Il Maestro, pertanto, s’impegna con tutte le sue energie a recuperarne vocalità e struttura.


In tale direzione il nostro compositore ha compiuto un’operazione analoga a quella che i Benedettini di Solésmes realizzarono in rapporto al recupero del canto gregoriano imbastardito prima dal melodizzare polifonico prerinascimentale e rinascimentale e poi dalla vocalità lirica.          


Premesso che in Bruni parlare di vocalità e attività compositiva – come abbiamo già detto – non significa sdoppiare il discorso, ma considerare due aspetti dello stesso argomento, tentiamo di affrontarne quello relativo alla composizione. Il Maestro è autentico figlio di Napoli e come tale non accetta che la sua città possa smarrire la “dritta via” in quella che lui ritiene la manifestazione più emblematica della sua autenticità: la canzone. Parte, quindi, dal presupposto che, per conservare la propria identità, si deve conoscere la propria storia. Sono emblematiche alcune sue espressioni diventate ormai slogan come “Io canto per essere non per avere”, “Se non sai da dove vieni, non saprai neanche dove andare”.


Questo concetto – lo sappiamo –  l’hanno detto e ripetuto filosofi, storici, pensatori. Leibniz affermava “Il presente è figlio del passato; il futuro lo sarà del presente”.


Bruni come realizza questa convinzione?...

Occorre dunque ritornare al passato musicale napoletano, però quello del “popolo non plebeo – secondo l’espressione di Gianluigi Esposito – ma di quello nobile”. Se  Napoli ha una sua connotazione musicale e vocale, che sta smarrendo, bisogna recuperarla per rilanciarla. E qui l’associazione d’idee richiama sia la Memoria di cui parlano gli Ebrei a proposito della loro Shoah,  sia la Memoria e Identità di Giovanni Paolo II, il libro pubblicato poco prima della scomparsa del grande Papa.


Dunque Bruni, davanti al pericolo del disfacimento della canzone napoletana, si sente investito da un sacro fuoco, che lo fa diventare compositore non per diletto, ma per apostolato. Egli, infatti, si sente l’apostolo della vera canzone, la quale deve rivivere attraverso la sua arte. E la memte, a tal riguardo, richiama i cari amici Silvano Carella e Don Giovanni Scialdone che, invece, hanno scritto per puro diletto del cuore un centinaio di preludi il primo, e altrettante canzoni il secondo!...


Penso anche all’operazione compiuta da sant’Alfonso M. de Liguori con il proprio laudario. Egli vuole restituire al popolo il suo vero repertorio poetico-musicale, che non è quello polifonico di Leonardo Giustinian del ‘400, né quello di San Filippo Neri del ‘500-‘600 entrambi destinati ad aristocratici, a circoli scelti  e specializzati, ma quello monodico che nasce dalla lauda francescana del Duecento; vive anonima e mortificata durante il periodo d’oro della polifonia modale; viene trasmessa solo oralmente per circa quattro secoli, ma risorge, proprio grazie al santo vate napoletano, in maniera nobilmente popolare nel Settecento, pervenendo ai nostri giorni unitamente all’analoga produzione dei suoi figli spirituali.


Questa produzione alfonsiano-redentorista ha costituito un supporto strategico-pedagogico per la veicolazione del messaggio evangelico trasmesso negli ultimi tre secoli dai Missionari Redentoristi, come è emerso dal Convegno internazionale di Studi “Musica e Strategie pastorali di età moderna” svoltosi a Roma presso l’Università “La Sapienza” nel febbraio 2006.


Chiusi i battenti dei festival e brindato insieme alla propria sposa, la signora Maria, all’evento, Sergio Bruni si tuffa nello studio della canzone antica napoletana: da quella delle origini – la villanella del 1200 –  fino a quella del Settecento e oltre.  Riscopre e rilancia canzoni del tutto dimenticate di quel nostro “grande mondo antico”. È la stessa operazione che, in qualche modo, ha tentato Roberto de Simone con le sue commedie musicali oltre che con il melodramma sei-settecentesco napoletano, o Di Florio, e il sottoscritto con la musica sacra popolare alfonsiana.


Allo studio Bruni fa seguire i fatti scrivendo brani come O je Sole, che apre il cd realizzato dal duo Angrisano-Saturno, la cui melodia si mimetizza totalmente con il tipico melos partenopeo secentesco.


E qui s’impone il riferimento a Bela Bartòk, il musicista ed etnomusicologo ungherese che si fuse talmente con il canto popolare magiaro da lui ricercato, da non dare adito alla distinzione tra i canti realmente popolari e quelli da lui composti sulla stessa falsariga.