VII Segovia Day Bergamasco 2009

di Marco Bazzotti
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Il 29 dicembre nella sala “Ferruccio Galmozzi” della Biblioteca Ciro Coversazzi di Bergamo (annessa all’Ateneo di scienze lettere ed arti) si è rinnovato anche quest’anno quella tradizione, iniziata sette anni fa, nella quale si fa memoria dell’unico e storico concerto di Andrés Segovia nella città bergamasca, effettuato nel teatro secondario della sede decentrata di Via Sant’Orsola, tanta fu allora la miopia dell’amministrazione nel non fornire all’evento una sede più adeguata, nell’ormai lontano 29 dicembre 1926.

Varie le novità quest’anno, a cominciare dalla gestione più attenta ai particolari, la proiezione di un filmato su Segovia, un dialogo maggiore tra i musicisti presenti in palco ed il loro pubblico, sempre coadiuvato dal direttore artistico Giacomo Parimbelli.
La manifestazione è iniziata con la proiezione della prima parte filmata (ripreso da Rai educational) con l’intervista al solista grande andaluso che parla dell’uso indispensabile delle unghie per il chitarrista, quindi esegue alcune danze trascritte da Oscar Chilesotti, introducendo così il tema dichiarato con la serata, che era quello di Segovia e l’Italia.


Il suo premio veniva fisicamente consegnato dal presidente della Commissione Cultura del Comune di Bergamo Enzo De Canio nelle mani del chitarrista e compositore Giovanni Podera.
De Canio riprendeva nel suo discorso, l’interesse che da molti anni riscuote e si va sempre più allargando anche verso i non chitarristi e non musicisti, come evento culturale, elogiando le caratteristiche e il suono stesso dello strumento.

Alla domanda che mi ha gentilmente rivolto il direttore artistico, sul perché si ristampino oggi i CD di Segovia, riferendosi al bel cofanetto Segovia & Friends allegato alla rivista Seicorde, e quindi sull’attualità del grande chitarrista, ho tentato di dare una breve risposta che desidero articolare maggiormente e mettere a disposizione dei lettori.
Per dovere di cronaca, ho esordito dicendo che parlando onestamente non so perché si ristampino i CD di Segovia, ma sento che sono ricercati specialmente dai più giovani, cioè proprio coloro che mai hanno avuto possibilità di ascoltarlo dal vivo. A chi, come il sottoscritto, il dato anagrafico ha riservato tale occasione, il fatto non può solo far genericamente piacere, ma deve portare necessariamente alla riflessione su quanto di universale permane nelle sue interpretazioni. Esse continuano a sfidare i tempi, oltre ad aver caratterizzato un’epoca nonché segnato il primo repertorio colto della chitarra, tanto che entrambi mutuano da lui il nome. Si parla infatti, e a diritto, di epoca segoviana e del repertorio segoviano, da decenni entrato universalmente in tutti i piani didattici, nei programmi concertistici nonché discografici dei grandi, come dei piccoli, chitarristi.

Oggi talvolta si riguarda all’artista, in modo un po’ sbrigativo, come appartenente a quel filone tardo romantico, citando il dato oggettivo che il suo repertorio prevedeva la presenza di numerose opere non originali per la chitarra. Bisogna aggiungere però che Segovia nelle interpretazioni delle sue trascrizioni fu estremamente selettivo e coscienzioso, traducendo e suonando per la chitarra solamente quanto era estremamente idiomatico per il suo strumento e il suo modo di suonare. Tradotte dal pianoforte ad esempio abbiamo alcune pagine di autori spagnoli a lui congeniali, quali Granados, Albeniz, Malats, ma anche Mendelssohn e Debussy, e molti altri, tutti reinventati in un misto di raffinatezza e afflati impressionistici.

Segovia procedeva quindi al recupero degli autori antichi, rinascimentali e barocchi, dalle danze del ‘500 trascritte da Oscar Chilesotti ai brani di Dowland, Milan, Froberger, Mudarra, Rameau, Couperin, de Visée, Frescobaldi, Sanz, Scarlatti, Purcell, Weiss, Benda, Schale, Händel e Haydn, ognuna una piccola perla, e un discorso a parte meriterebbero le sue mitiche interpretazioni dell’opera bachiana, sempre frutto di lunghe e sofferte scelte spirituali. Segovia, a very private person come lo definiva il biografo Graham Wade, non era affatto l’artista onnivoro al quale certi suoi epigoni ci hanno oggi abituato: è per questo che non abbiamo nemmeno una suite bachiana intera nei suoi dischi, e ,delle opere originali dell’Ottocento, rimangono solo alcune selezioni, per lo più di Studi, in linea con la sua poetica (Sor, Aguado, Coste, qualche brano di Giuliani, prima di arrivare a Tarrega).
Non ho potuto accennare al repertorio di nuove opere originali di compostori contemporanei, per lo più non chitarristi, vero fulcro del repertorio segoviano inossidabile agli anni: un discorso che ci porterebbe molto lontano, e oggetto di libri quali ad esempio l'ottimo volume di E. Perricone e A. Sebastiani – Segovia e il suo repertorio – Graphos, 2005.
La storia dei rapporti di amicizia tra Segovia e svariati chitarristi italiani è tutt’oggi oggetto di studio e ricerche, al pari di Tarrega. Infatti dalla testimonianza del dott. Guglielmo Castelli (1862-1938), medico chirurgo e chitarrista, il quale è stato ricordato in un recente articolo [Guglielmo Castelli (1862-1938) tra medicina e chitarra italiana (2008) di B. Falconi, A.F. Franchini, G. Parimbelli, A. Porro] sappiamo infatti che "in giovane età", ovvero già prima del 1900, aveva avuto la fortuna di sentire a Clusone (BG) "un concerto del celebrato Maestro Tarrega", aggiungendo che questo fatto avrebbe condizionato la sua vita, facendolo aspirare a diventare chitarrista (La Chitarra, V n.1 gennaio 1938 e simile in B. Terzi, Dizionario dei chitarristi e liutai, 1937 -I ed.-, p. 68), quindi prima del 1900.


Ho quindi concluso citando la storica giornata a Oxford del 19 ottobre del 1972, quando Segovia fu insignito della laurea di Dottore in musica, nella cerimonia allo Sheldonian Theatre, ove era stato di scena in un indimenticabile concerto il giorno prima davanti a un pubblico di oltre 2000 persone, con Alexandre Tansman fra i presenti, e che culminava nella lettura bilingue del poema di Salvador de Madariaga “Guitarra” (l’originale è conservato oggi al Museo Segovia) a lui dedicato.
Un breve stralcio del suo discorso si legge sul numero 114 di Guitar News (Gennaio-Marzo 1973), e getta luce sull’uomo Segovia: " Voglio andare avanti a suonare ancora in alcune capitali: il mio principio è che desidero lavorare duramente in questo mondo il più a lungo possibile. Non mi curo della fatica ora: ho tutta l’eternità per riposare.”

Proseguendo la cronaca della serata, tra gli allievi,
si è presentato per primo il duo costituito da
L.Brembilla e Andrea Manzoni con una delicata
My Lord Willoughby’s Welcome Home trascritta da J. Dowland per due liuti dall’aria vocale omonima.
Manzoni ha poi interpretato anche lo Studio N. 8 di H.Villa-Lobos, e l’effettistica composizione Prélude à la nuit (1996) di G. Podera, che dopo anche l’incisione discografica di L. Marziali non ci stupirebbe entrasse in pianta stabile nel repertorio concertistico più gradito al pubblico, e magari non solo nel nostro paese.

Coraggio quindi ragazzi, a voi le porte non possono che essere aperte, grazie al vostro entusiasmo e passione il successo di pubblico almeno non vi mancherà certo.

Una riflessione dello stesso organizzatore su Segovia e la musica italiana per chitarra del Novecento, con la sua esaltazione del solo Castelnuovo-Tedesco e l’ibernazione del resto, il pur notevole repertorio esistente che doveva conoscere, fornisce spunti sui quali riflettere più seriamente di quanto riuscirei in queste scarne righe. Portando alle estreme conseguenze il suo ragionamento, artisticamente evocativo, vedo il magnanimo Segovia che non andare oltre al suo mandato vocazionale, e lasciare benignamente ai suoi posteri l’onere di riscoprirlo e rivalutarlo, in una sorta di simbiosi a distanza con essi.

Rimane nella storia poi quel 5 dicembre 1948, quando Segovia durante la X Giornata Chitarristica a Bologna abbracciò la chitarra Gallinotti del Geom. Raffaele Suzzi, cedutagli però dalle mani entusiastiche della moglie Olga Coelho, dopo la sua esibizione canora (il fatto è riportato sul periodico La Chitarra n.12/1948), e sulla quale il Maestro suonò “Canzone popolare argentina”(di Julián Aguirre, 1868-1924). Non avrei null’altro da riferire al riguardo, dato che le sue parole di apprezzamento per il lavoro del grande liutaio di Solero si sono perse nei meandri di una storia mai più scritta e forse mai più scrivibile.

Allora un plauso davvero non convenzionale all’associazione Bergamo Chitarra, e alla illuminata conduzione del suo direttore artistico, che già aspettiamo con rinnovato impegno ai suoi prossimi progetti, che sappiamo fin d’ora saranno numerosi e sempre votati all’alto impegno professionale verso il suo strumento, come ormai ci ha abituati.
M.B.