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“Stagione internazionale

di chitarra classica“

Città di Lodi




 


  di Francesco Tagliaferri

  francesco90tagliaferri@gmail.com

 

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"Inizia con il botto l'undicesima Stagione di Chitarra Classica di Lodi.


Malgrado l'infelice sovrapposizione di date con la stagione degli Amici della Musica, l'Incoronata registra ancora una volta il tutto esaurito, con ben 250 persone affollate sulle panche e le sedie e in parte disposte ad assistere in piedi. Il merito del pienone, oltre che agli ormai ben oliati meccanismi dell'Atelier Chitarristico Laudense, è certamente da attribuire alla fama dell'ospite, Paul Galbraith.


Classe 1968, il chitarrista scozzese, ormai sostenuto da una carriera più che consolidata (iniziata con gli apprezzamenti di due numeri primi come Alirio Diaz e Andrés Segovia e proseguita sui principali palchi internazionali), non ha tradito la fiducia dei molti che avevano intrapreso viaggi impegnativi per ascoltarlo a Lodi domenica; e ciò nonostante il clima gelido con cui il bellissimo Tempio lodigiano l'ha accolto: nessun segno di intorpidimento nelle mani, nessun cedimento nell'intensità dell'interpretazione.


Va detto che una parte del suo successo è indubbiamente legata al particolare strumento che egli da anni imbraccia; parte che, tuttavia, può essere a sua volta ascritta fra i meriti di Paul Galbraith, che negli anni Ottanta ideò tale strumento insieme al liutaio inglese David Rubio.


Si tratta di una chitarra ottocorde, con le sei corde centrali intonate come quelle di una normale chitarra, ma con l'aggiunta di una corda più acuta (un La, per la precisione) e una più grave (un Si). Tale estensione altro non era che l'espressione del desiderio di Galbraith di potersi cimentare in un repertorio non usuale per un chitarrista.





In questo senso, il concerto di domenica, aperto dalla Suite francese n. 2 di Bach e chiuso dalla Sonata per pianoforte n. 17 di Mozart, è stato particolarmente rappresentativo. Persino alcune pagine tipiche del repertorio segoviano, come le danze spagnole di Isaac Albéniz, sono state ritrascritte da Galbraith in maniera molto più fedele all'originale pianistico, rivelando alcuni aspetti che le tradizionali sei corde avevano necessariamente dovuto escludere: una preziosa quanto rinnovata Sevilla ha chiuso il primo tempo, anche se forse è stata Malaga a sorprendere maggiormente in quanto a originalità.


Non è escluso che, in questa impressione positiva, abbia giocato un ruolo anche la scelta di fare scaturire questo splendido brano, senza soluzione di continuità, dalla Sonata del compositore vivente Manfred Trojahn, intelligentemente utilizzata a mo' di preludio.


D'altronde, altra nota positiva ha riguardato proprio l'eleganza nella strutturazione del programma: si pensi, ad esempio, all'impressionante accostamento fra le Allemande della Suite in Mi minore BWV 996 di Bach e di quella in Do maggiore K399 di Mozart, che ha rivelato il dialogo sotterraneo intervenuto a Vienna nel 1782 (guarda caso, proprio l'anno di composizione della Suite  di Mozart!) fra i due grandi compositori, grazie alla fornitissima biblioteca del barone Gottfried Van Swieten.


In parte per questo ampliamento del repertorio e in parte per il suo timbro particolarmente ricco, la strana chitarra inventata da Galbraith e Rubio prese il nome di Brahms-guitar (mentre errato è il nome 'chitarra-violoncello', spesso attribuito dalla critica: esso, più che a una caratteristica dello strumento, si riferisce alla particolare posizione scelta da Galbraith per suonare, da lui già adottata prima di sviluppare la Brahms-guitar).


Questo grande successo per gli organizzatori e gli sponsor (Fondazione BPL e Comune di Lodi) non può che rinnovare la grande attesa per il prossimo appuntamento, domenica 17 aprile al Verri, con il vincitore del Pittaluga Rovshan Mamedkuliev. Da non perdere!"


Francesco Tagliaferri