Proviamo a scrivere? - parte 1


Da tempo mi occupo di composizione di musica “per ragazzi” e lo dico senza voler svilire il termine Musica ma semplicemente contestualizzandolo in un quadro di maggior semplicità tecnico/espressiva, attento alle soluzioni didattiche e con un occhio rivolto a generi musicali vicini al mondo degli studenti.


E' un discorso pericoloso lo so, scivolare nella china del banale e della faciloneria è dietro l'angolo ma a guidarmi è sempre l'idea di un percorso preciso, fatto di gradini e piccoli obiettivi che, conditi da un sorriso e da piccoli apprezzamenti quotidiani fanno si che un alunno pian piano arrivi a suonare ed apprezzare anche la nostra tradizione classica.


Ho iniziato a comporre lavori didattici per caso, non trovando in quel periodo brani adatti nei quali lavorare su difficoltà tecniche di base: i Metodi tradizionali sovente danno per scontate certe soluzioni e affrettano molto il percorso,  internet era ancora  lontano...e allora, alla ricerca dell'arpeggio giusto, della sequenza di scala, del legato, ho iniziato a pensare di scrivere io quei frammenti tecnici che poi negli anni sono diventati pezzi e raccolte di studi.


Ora il panorama è cambiato rispetto a quegli esordi (parlo di fine anni 80) e i molti colleghi con cui quotidianamente mi relaziono non hanno più difficoltà a reperire materiale ad hoc per i propri alunni, dagli studi classici tradizionali ai metodi più innovativi, ma io invito sempre gli insegnanti a provare a scrivere, abbiamo la fortuna di insegnare con un rapporto 1:1 al massimo 1:2, possiamo davvero “utilizzare” l'alunno per potenziare al massimo la nostra azione didattica andando a lavorare sulla singola difficoltà in modo personale e mirato, e in più trovando ulteriori soddisfazioni e stimoli lavorativi.


Ecco alcuni consigli che posso offrire, frutto di esperienza, errori e ripensamenti più che di studio accademico..


Innanzitutto non considerare il proprio percorso di studio come il migliore a livello metodologico: sovente sento dire “insegno come mi hanno insegnato...se è andato bene per me andrà bene anche per loro...ecc”; quando ho iniziato a studiare chitarra, a 8 anni sul finire degli anni 60, ascoltavo musica dalla radio, dai LP, e qualche volta alla televisione o dal vivo (poco, abitando in provincia). Per me suonare una corda a vuoto del Palladino era già una soddisfazione immensa, era una mia produzione musicale, il mondo intorno a me non aveva stimoli musicali e il confronto con altri era praticamente impossibile, al massimo mi relazionavo con chi studiava ciò che studiavo io...


Ora proporre certe metodologie è impensabile, i ragazzini che arrivano allo studio dello strumento hanno un mondo musicale precostituito, fonti di ascolto immediate e a poco costo, non si può prescindere da questo aspetto: bisogna intelligentemente partire dal loro contesto e, con autorevolezza e competenza, portarli verso il nostro, dove troveranno, se siamo credibili e, ripeto, competenti, un mondo nuovo e meraviglioso da esplorare.


Scriviamo? O almeno proviamo: ogni insegnante ha un suo modo di affrontare il discorso impostazione (questo è anche il motivo per cui non ho mai scritto né mai scriverò un metodo) e lungi da me l'idea di inserirmi in questo ambito per cui passerei all'argomento successivo: le prime difficoltà di impostazione sono quindi superate, abbiamo messo le mani sullo strumento e vediamo cosa iniziare a suonare: posso scegliere di mettere sul leggio Bella stella o qualsiasi melodia fotocopiata (questa parola mi fa sempre venire l'orticaria scusate) e va benissimo, ma proviamo a “improvvisare” qualcosa. Vi riporto quanto scrissi nella relazione relativa al mio anno in prova:


“Dopo alcuni anni di sperimentazioni didattiche relative a metodi di approccio alla chitarra ho elaborato alcune idee che mi hanno permesso di raggiungere gli obiettivi prefissati. Innanzitutto l’individualizzazione del programma: ogni alunno è un caso a sé, dal punto di vista comportamentale, cognitivo, fisico e difficilmente le tappe dell’apprendimento saranno comuni a tutti. Di qui l’esigenza di formare gruppi di due allievi che durante la lezione possano interagire sia praticamente che emozionalmente, suonando ed osservando, anche per poterli utilizzare contemporaneamente per piccole improvvisazioni estemporanee o brevi melodie con l’aggiunta di un semplice accompagnamento. I brani da studiare a volte li improvviso anch’io, seguendo naturalmente dei criteri precisi, nel senso che in basa al momento che si sta vivendo insieme in classe mi oriento su una sequenza di note anziché su un’altra. Es.:Federica mi chiede dove ho trascorso le vacanze. Io le rispondo che sono stato in Oriente. Parlo un po’ di quest’argomento, mi accorgo che la cosa interessa, parlo degli strumenti musicali che usano i ragazzi in Cina, improvviso una sequenza di note di ispirazione orientale, la scrivo alla lavagna, la suoniamo insieme. Scrivo una piccola parte d’accompagnamento sulle corde basse, la propongo all’altra alunna, ed ecco un brano su cui lavorare, non solo a livello strumentale, ma anche a livello culturale più ampio.


Questo tipo di lezione è un piccolo esempio di ciò che significa per me educare alla musica ed educare con la musica, ma non voglio tralasciare del tutto gli aspetti tradizionali del mio insegnamento. E’ importante che un allievo sappia riconoscere una nota, un simbolo, una frase e sappia suonare correttamente lo spartito proposto, ma ciò che mi preme è che il cammino che porta a ciò abbia un connotato di attività e volontà e non di succube passività. Trovo quindi giusto compendiare questo lavoro con lo studio di alcuni brani scelti fra i i classici metodi di Carulli, Giuliani, Sor, Sagreras ecc., tenendo presente che se al posto di “esercizio n.3” o “Moderato” intitoliamo gli stessi brani “Passeggiata nel bosco” o “A caccia delle note”, otterremo che gli allievi saranno più incuriositi e stimolati nello studio, pensando di suonare una loro canzone, e non un esercizio!


A rileggere ora sembra una lezione normale, almeno per me, ma credetemi quando scrissi quelle righe 20 e qualche anno fa, lo feci con un po' di imbarazzo, e tale imbarazzo aumentò nel momento in cui dovetti affrontare la commissione esaminatrice a Roma durante il Concorso riservato che ci permise di entrare di ruolo nelle medie a indirizzo musicale. Il concorso andò benissimo ed ebbi interessanti feedback che mi spronarono nella mia convinzione di andare oltre il repertorio didattico tradizionale e iniziare un percorso parallelo personale.