di Giorgio Signorile

Qualche idea su metodi e impostazione

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Chi come me ha superato i 40 anni - io ne ho 46 - è stato partecipe di una specie di passaggio di consegne tra la tradizione, Carulli, Carcassi, Giuliani, Aguado, Sagreras e altri sempreverdi capisaldi, e la nuova didattica, supportata anche dai metodi e dalle composizioni di Dodgson, Smith Brindle, Brouwer, Carlevaro, Chiesa, Storti, Gilardino (anche se la sua opera, a livello di studi, si è indirizzata alla fase di studio superiore rispetto a quella di cui ci stiamo occupando).


Parallelamente, con la nascita delle scuole medie a indirizzo musicale, sul finire degli anni 70, ha iniziato a formarsi tutta una generazione di insegnanti che, dopo alcuni anni di sperimentazioni didattiche, ha iniziato la costruzione di nuove metodologie, per raggiungere obiettivi che poco hanno a che vedere con quelli tradizionalmente offerti dai Conservatori.


Lo scopo di queste scuole non è più quello di formare dei musicisti in senso stretto ma di offrire, attraverso lo studio dello strumento e della sua pratica sia in veste solista che di assieme, un modo differente di leggere il mondo e il vivere quotidiano: pensiamo a quante sono le “regole” che sottintendono ad una esecuzione, e a come queste stesse regole possono positivamente riflettersi nella vita di ognuno di noi: suonare insieme = stare insieme = condividere un ideale = relazionarsi = ascoltarsi = accettarsi...


Parlavo di forma e di sostanza: anche i testi sono cambiati, nella grafica e nei contenuti.

Non mi interessa tanto il fatto che abbiano dei colori sgargianti e dei fumetti che accompagnano  ogni brano, quanto  il materiale che contengono: deve essere chiaro il messaggio che parte dal compositore-insegnante e cioè: “io voglio portarti a questo risultato, passando attraverso questa strada”.


E in quest'ottica non mi fa affatto impressione usare le famigerate canzoni o canzoncine per avvicinare l'alunno a ciò che voglio ottenere; se posso insegnare il legato o l'arpeggio attraverso l'uso di una melodia a lui cara perché non farlo? L'importante è questa tattica non sia un'improvvisazione ma abbia un fondamento preciso ed io sappia sempre dove andare a parare e fino a che punto spingermi nell'offrire mediazioni tra il mio mondo ed il suo.



Metodi a confronto


Vorrei fare un'osservazione di tipo strettamente tecnico sui due metodi che vedo più citati da colleghi, studenti e amatori: il Sagreras, particolarmente il 1° volume, e il Guitar Gradus di Ruggero Chiesa. Fra i due libri passa un arco temporale di più di cinquant'anni, teniamolo presente nella nostra disamina, ma soprattutto fermiamoci ad osservare come, al di là della parte introduttiva e di impostazione preliminare, si studiano le prime note suonate con un certo senso “melodico”. Sagreras lavora esclusivamente con posizioni accordali: mano sinistra ferma, due, a volte tre dita sui tasti e mano destra in arpeggio. Chiesa inizia invece con la sinistra “libera”, nella ricerca delle note in prima posizione attraverso la realizzazione di brevi melodie prese da canzoni popolari e temi classici.


La mia idea, frutto di esperienza (e molti errori sicuramente!) è che bloccare la mano sinistra nella fase iniziale di studio è controproducente: ci va una certa forza, sia per mantenere giù le dita che per allargarle - pensate ad una posizione come il re minore o il sol maggiore -,  la mano  tende a perdere il corretto equilibro centrale e la falange del primo dito prima o poi inevitabilmente cede rendendo difficile la posizione a martello del 3° e del 4° dito.


Lavorare su frammenti melodici lo trovo più utile: si ha tempo di ragionare sul singolo dito, lo si bilancia correttamente giocando col pollice dietro al manico, si “canta” la melodia mentre la si suona, la mano destra pizzica le corde senza troppi problemi di impostazione, cosa ben diversa dal dover arpeggiare, anche con un semplice p.i.m.i.


Curiosità: il fatto stesso che una riga di musica si chiami “esercizio 1” o “lezione 3” (come in Sagreras o svariati altri testi classici)  toglie la voglia di studiarla anche all'alunno più diligente. Anche se ci sono già i titoli, cerchiamo di ridare ad ogni brano, anche solo di due battute, un'idea accattivante...”passeggiata sul sol”, “il compleanno”, “il sole e la luna”, e il risultato sarà sicuramente migliore. E' solo una questione di forma ma può servire.


Ciò non toglie nulla al valore del testo di Sagreras, ma semplicemente, anziché adottarlo come testo base all'inizio dello studio, preferisco sceglierne alcuni brani e proporli quando la mano ha acquisito  sufficiente sicurezza, forza ed indipendenza di movimento.



Impostiamoci


Ma alla prima lezione è il caso di parlare di impostazione? O è meglio curiosare fra i suoni della chitarra, esplorarla, smontarla?

Un semplice lavoro che possiamo fare già dalla prima lezione è quella di prendere contatto con le corde, suonandole, senza curarsi per ora del come, per scoprire  le sonorità e le possibilità espressive della chitarra, forte, piano,dolce, aspro, accelerato, rallentato.


Non è mai troppo presto per entrare nel mondo del suono e dell'interpretazione, per scoprire che la musica non è fatta solo dalle note, ma soprattutto da ciò che è dietro alle note stesse.


Nella nostra tradizione le prime lezioni sono rigidamente destinate all'impostazione dello strumento: provate a fare “indossare” la chitarra ad un ragazzino, senza dargli troppe  regole e  consigli: il più della volte, semplicemente specchiandosi in voi, assumerà una buona posizione di base, dalla quale basterà fare pochi aggiustamenti ed il gioco è fatto, possiamo iniziare a suonare con la mano destra. 


Ci sono infiniti “brani” da improvvisare: bastano poche note a vuoto e la fantasia dell'insegnante nell'accompagnare: un libro bellissimo per queste prime lezioni è “La chitarra volante” di Vito Paradiso.
Semplici melodie, anche solo corde a  vuoto, con un utile accompagnamento su cd,  per dare più divertimento ma anche peso ed importanza al lavoro che stiamo facendo.


L'esperienza mi insegna che la postura e l'impostazione vanno sempre controllate e verificate, bastano pochi giorni di assenza dell'insegnante e probabilmente tutto si “capovolge”: con calma bisogna rimettersi a lavorare, sempre tenendo bene a mente che il lavoro che si sta facendo è importantissimo e darà preziosi frutti soprattutto in futuro; questo argomento è troppo importante per poterlo delegare al solo senso di responsabilità dell'alunno o alla sua sensazione di “stare bene con la chitarra addosso”.


Ho visto troppe volte ragazzi entusiasti e desiderosi di suonare ma con enormi difficoltà dovute a impostazioni non curate: e in questo caso la responsabilità è solo del docente, che ha preferito probabilmente un piccolo (e sovente banale) risultato sonoro subito, che desse una piccola soddisfazione all'alunno, anziché un serio e giusto lavoro, mirato al suo bene e al suo futuro. Posso dire, concludendo, che dove c'è etica, competenza e metodo si vive bene, i ragazzi si accorgono di avere di fronte un insegnante autorevole che sa dove vuole portarli e in quale strada camminare...e in questo caso state sicuri che potete anche far loro suonare i Guitarcosmos di R.Smith Brindle e li avrete sempre dalla vostra parte!


G.S.