di Giorgio Signorile

Sor, Pastorali, traslochi e vecchi saggi...

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Un trasloco non è solo spostare mobili e quant'altro da una casa all'altra ma è anche, e per qualcuno soprattutto, un modo per mettere ordine nel proprio piccolo mondo fatto di ricordi costituiti da libri, scritti, spartiti, musiche abbandonate e date perdute.

Ritrovare programmi di vecchi saggi e leggere cosa suonavo più di 40 anni fa è stata una bella emozione e, al di là del piangere sugli anni che scorrono, mi è servito per riscoprire cosa si intendeva per “saggio” ai tempi, anche nei corsi di base. Musiche sobrie, e intendo di autori classici nel vero senso della parola, non musiche che sovente si suonano ora, di confine tra i generi, non esisteva l'idea di una chitarra classica...ma non troppo: la chitarra, almeno da noi a Cuneo, era Tarrega, Torroba, Turina e il repertorio ottocentesco e antico suonato da Segovia.


Questo era il mondo chitarristico per me e i miei compagni e, grazie alla sensibilità di un insegnante come Pino Briasco imparammo prima ad amare lo strumento e poi a suonarlo. E, accanto al lavoro didattico tradizionale, suonavamo pagine d'album meravigliose, almeno per noi lo erano, senza curarci troppo di contestualizzarle come si dice ora, di storicizzarle, le suonavamo e via e il suono, a cui tanto teneva Briasco, era la prima cosa a cui davamo importanza. L'idea dello studio “filologico” o simile era lontana, d'altra parte la chitarra come strumento inserito nei Conservatori muoveva i primi passi, passando da corso straordinario permanente a corso ordinario e il repertorio si stava pian piano organizzando.


Ma torniamo ad oggi e al trasloco: bene, tra gli spartiti non più suonati da lustri sono comparsi questi programmi di saggio dei primi anni 70 di cui con qualche fatica ho rintracciato gli spartiti ingialliti tenuti insieme da scotch fossilizzato, ritrovandoli poi però in forma digitale grazie ad internet. Le opere che avevo il piacere di suonare da “bambino” erano le più tradizionali del periodo: si andava dallo studio di Giuliani al brano di Tarrega osando fino a Pernambuco, che già mi sembrava una cosa da fiesta latina che imbarazzasse quasi il direttore (ed era così effettivamente...): quando però ho letto in un titolo “Pastorale di Sor” ho avuto un attimo di commozione essendo un brano che ricordavo benissimo per la dolcezza della melodia (sapete quei pezzi che quando sei piccolino i genitori ti fanno suonare in continuazione non appena arriva un parente in casa? Ecco, quello).



Ricercandolo su youtube l'ho subito riportato alla memoria e rileggerlo con piacere e affetto è stato il passaggio obbligato. E' un piccolo brano facente parte dei “Six petites pièces op. 32” raccolta scritta e dedicata da Sor alla sua alunna M.elle Mainewright. Gli altri brani sono carini, nel senso delicato della parola, ma non brillano per bellezza melodica e dolcezza come questa Pastorale.

La tonalità di Re maggiore con la sesta corda abbassata aiuta a dare profondità e spessore all'accompagnamento, giocato sovente su un bordone di Re e La a vuoto che risuonano al di sotto di un dolce e semplice sviluppo melodico. Ecco, la semplicità dell'esprimersi è cosa da pochi, e chi riesce a farlo senza banalizzare il contenuto è un grande: qui secondo me Sor dimostra di esserlo, come e forse meglio che in altri brani più corposi, sono due paginette che dicono molto e molto hanno da offrire al chitarrista che vuole suonarle. Su tutto deve imporsi la cura del tocco, bello, pulito, in linea con la chiarezza della melodia, nelle ripetizioni ovviamente è ammesso un gioco di timbro tra buca e ponte ma sempre con garbo, mantenendo l'idea della danza calma e rilassata in 6/8, il cui procedere per terze è elemento caratteristico, come pure la ripetizione di certi passaggi, a confermare un senso di piacevole abbandono a sentimenti di benessere, cullati dalla melodia di Sor...