Giovani

Home archivihttp://www.dotguitar.it/zine/archivi/index.html

di Guido Fichtner

guidofichtner@libero.it

Homehttp://www.dotguitar.it/

INTERVISTA A GIULIA BALLARE’

 

G.F: Dopo anni di lavoro e tante ore trascorse insieme tra soddisfazioni, difficoltà, aspettative emozioni e sorprese, trovo molto simpatico e stimolante essere proprio io a intervistarti trasformando il solito rapporto allievo-docente in quello di musicista-giornalista. Partendo dal presupposto che tu sia stata un’allieva fantastica, vediamo come va la conversazione...

Cosa ti ha avvicinato alla musica e in particolare alla chitarra?



G.B: Come succede in tante famiglie italiane, anche nella mia si è sempre ascoltata molta musica e di tutti i generi, dalle opere italiane di Verdi e Rossini a Radio Italia... Inoltre i miei genitori hanno sempre partecipato alla vita musicale della parrocchia: mia madre cantava e mio padre suonava proprio la chitarra.

Avendone una in casa quindi, le sono cresciuta accanto e ad un certo punto fu proprio mio padre ad insegnarmi i primi accordi fino a che, esaurite le sue conoscenze, decise di mandarmi a lezione!

Interessante fu, qualche anno dopo, l’ammissione in Conservatorio. Non fui ammessa subito alla classe di chitarra, seppur idonea, ma a quella di flauto fino a che non si fosse liberato un posto nella classe del M° Francesco Biraghi. Fu così che dopo poco e senza mai toccare un flauto iniziai il mio lungo percorso di studio al Conservatorio di Novara. Dodici lunghi anni di cui nove, se non sbaglio, sotto la tua guida.



Sì, credo che il numero sia esatto. Quando hai capito invece che la tua vita sarebbe stata questa?



La prima risposta che mi viene di getto è legata allo studio del Capricho Arabe di Francisco Tàrrega, che so essere anche uno dei tuoi pezzi preferiti e che tu mi assegnasti quando ero iscritta al sesto corso. Lo suonai per un anno intero: ne ero innamorata, però, a pensarci bene, quel brano significò solo la scoperta di questa passione.

Solo alla fine del liceo classico mi resi conto che la musica sarebbe diventata la mia compagna di vita e ne presi coscienza in particolare quando mi accorsi che la chitarra riempiva tutte le mie giornate e il suo studio finì col sacrificare aspetti della vita sociale che molti dei miei coetanei non capivano.

Per me invece era linfa vitale.



Ricordo molto bene quel periodo e ricordo anche che il cambio di passo nel tuo studio mise in luce un problema che per molto tempo ti ha occupato, nel bene e nel male. Parlacene.



Avevo le unghie fragili; quando lo studio si fece sempre più regolare, e cominciò a occupare molte ore di ogni giorno, arrivai a un punto di rottura, nel vero senso della parola!!!

Per cercare di arginare questo problema iniziai a prendere confidenza con le unghie finte. Per le prime che mi feci utilizzavo le palline da ping-pong, metodo molto diffuso: colla, forbici e tanta pazienza … ma non sempre le unghie duravano a lungo.

Un giorno scoprii un metodo di ricostruzione delle unghie, basato sull’acrilico, in voga tra le signore che vanno dall’estetista.


All’inizio per imparare frequentavo proprio uno di questi centri in cui mi facevo ricostruire l’unghia e poi chiedevo gentilmente di poterla limare e lavorare da sola utilizzando però i loro attrezzi (piccole frese speciali che permettono di dar una buona impronta all’unghia).


Poi a casa con la chitarra in mano, perfezionavo la forma ed il suono. Alla fine ho comprato direttamente tutto il necessario per rendermi autonoma, soprattutto per far fronte ai momenti più critici della vita di un chitarrista: ad esempio prima di un concerto, quando non si ha la possibilità di un’estetista personale al seguito!! Naturalmente pensavo, più di ogni altra cosa, alla sopravvivenza delle mie unghie, ma la notevole manualità che ho sviluppato in questi anni mi ha fatto capire di avere una buona attitudine anche per questo mestiere... chissà!

























Qualche tempo fa hai avuto un importante contatto con la musica flamenca, ce ne vuoi parlare?



Certo! Durante l’ultimo anno del triennio d’interpretazione, ho partecipato al progetto Erasmus e quasi per caso sono andata a studiare in Spagna, a Murcia. Lì ho incontrato Carlos Piñana, titolare di una delle poche classi di flamenco dei Conservatori spagnoli, cosa inusuale poiché il flamenco pur diffusissimo, è considerato un’arte di strada.


Le sue lezioni mi hanno avvicinata a questo modo “de tocar la guitarra” che mi ha coinvolta molto. Passavo intere giornate a studiare, facilitata dal fatto che non conoscevo nessuno e mi sono ritrovata a trascorrere tutto il tempo del mio soggiorno a Murcia con lo strumento in mano, proprio alla maniera dei flamenchisti. Infatti per loro ogni momento della giornata è coronato con un baile, un cante e una schitarrata.


Era affascinante come, a qualsiasi cena organizzata, una chitarra spuntasse dal nulla e così tra un bicchiere di vino e una sigaretta chiunque partecipava all’evento: anche chi in quel momento si trovava ai fornelli picchiettava con il cucchiaio le compas. Mi ha stupito molto scoprire che tanti studenti di altri strumenti sapessero impugnare una chitarra e suonare almeno un frammento musicale del grande Paco De Lucia. Per capire quanto il flamenco sia diffuso là, mi piace dare l’immagine di un qualsiasi papà spagnolo che insegna al proprio figlio un motivetto alla chitarra, al pari di uno italiano che insegni al figlio a giocare a pallone.


Spesso oggi, come bis ai miei concerti, propongo una guajira e una bulerìa del mio insegnante; so bene che saper suonare solo due brani non voler dire essere dei veri flamenchisti, ma mi diverte molto suonarli e continuare ad esercitare le tecniche dei  rasgueò o del todo pulgar o todo apojiando. Con lo studio di queste tecniche inoltre sento di aver ampliato la mia gamma espressiva anche sul repertorio più tradizionale.