C'era un ragazzo

che come me ...

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Flavio Cucchi




Definito dalla critica come uno dei più interessanti chitarristi europei sulla scena internazionale, Flavio Cucchi ha tenuto centinaia  di recital  in America, Europa, Asia  e Australia partecipando a trasmissioni radiotelevisive delle più importanti emittenti del mondo (BBC, RAI, ZDF, Bayerischer Rundfunk, Televisa Mexico, Television Corporation of Singapore, Radio Praga e altre).

Come solista ha suonato in più di trenta città europee con orchestre quali: Orchestra della Toscana, English Chamber Orchestra, Radio Brno Chamber Orchestra, Guitar Symphonietta, Pomeriggi Musicali di Milano, Orchestra Toscanini, Orchestra  dell’ ATER, Orchestra nazionale dei Paesi Baschi.

Ha  partecipato  a  festival internazionali come il Festival Estival-Parigi, Festival de la Habana-Cuba, Festival M.Ponce-Messico, Wexford opera festival, Irlanda, Bath guitar festival-Inghilterra, Cantiere internazionale d'arte di Montepulciano, Omaggio a Segovia-Firenze, Singapore guitar festival, Gendai Guitar Tokyo,  ecc.

Dopo  la sua   prima stagione concertistica  (ha dato il primo recital di chitarra classica all’età di 8 anni), Flavio Cucchi si è  dedicato alla musica pop, vivendo  la   stagione musicale tra gli anni 60 e 70 impegnato  con vari gruppi di avanguardia e con artisti di musica folk e incidendo   per RCA e Fonit Cetra.

Tornato alla musica classica si è diplomato col massimo dei voti e la lode al Conservatorio Cherubini di Firenze, sotto la guida di Alvaro Company e si è perfezionato con Oscar Ghiglia all’Accademia Chigiana  di Siena (Borsa di studio e Diploma di Merito).

Vincitore del concorso nazionale di musica contemporanea “Città di Lecce”  e secondo premio ai concorsi internazionali di Gargnano e Alessandria, fin dai tempi del Conservatorio ha avviato una intensa attività concertistica rivolta alla musica contemporanea.

E’ stato uno dei primi chitarristi italiani a diffondere la musica di Leo Brouwer, che ha scritto: ”il suono perfetto e l’approccio virtuosistico di F.C. rendono un ottimo servizio alla mia musica”.

Flavio Cucchi è stato anche  uno dei più attivi chitarristi impegnati nella musica da camera contemporanea (ha tenuto la prima esecuzione mondiale di “Sestina d’autunno” di Petrassi, ha eseguito   il “Marteau sans Maître” di Boulez alla Scala di Milano, ha eseguito numerose recite di “El Cimarron” di Henze, ha partecipato all’esecuzione di opere di Bussotti, Berio ecc.)

Sempre interessato a nuove esperienze artistiche, ha collaborato artisti di aree diverse,  tra cui  il celebre attore Carmelo Bene, che nella sua autobiografia l’ha definito “la più grande chitarra classica vivente”.

Nel corso della sua carriera ha stimolato molti compositori (tra cui  Alvaro Company, Nuccio D’Angelo, Oliviero Lacagnina, Anthony Sidney, Chick Corea) a scrivere per lui, contribuendo così ad arricchire il repertorio della chitarra.

Dal 1986 è  titolare della cattedra di chitarra presso L’Istituto di alta cultura  “Mascagni” di Livorno.

Ha tenuto Masterclass per:

  1. Indiana University (Bloomington - USA)

  2. Gendai Guitar (Tokyo – Giappone)

  3. Texas Tech University (Lubbok - USA)

  4. Arizona State University (Phoenix - USA)

  5. Universidad Autonoma de Mexico (Mexico City - Mexico)

  6. UDLA (Puebla - Mexico)

  7. Universidad Veracruzana (Vera Cruz - Mexico)

ed altre istituzioni musicali in Europa, Asia e America.

E' stato membro della giuria a importanti concorsi internazionali quali ARD competition- Monaco, Concorso M.Ponce- Città del Messico e altri.

Recentemente il poeta americano Yusef Komuniakaa (premio Pulitzer per la poesia 1994)  gli ha dedicato  “Ode alla chitarra” presentata al Festival Internazionale della poesia di Genova nel Giugno 2004

 

di Duilio Meucci

Le foto ed i video contenuti di questa intervista sono tratti da
flaviocucchi.com


http://www.flaviocucchi.com

Chiamo Flavio Cucchi un lunedì mattina di fine giugno, per fissare l'appuntamento in videoconferenza Skype per l'intervista. Risponde una voce giovanile, con un poco marcato accento toscano (non la classica “c” aspirata per intenderci): “Maestro...” “ma no, diamoci subito del tu, così togliamo ogni problema...”.


Ho subito avuto l'impressione che sarebbe stata un'intervista simpatica. Poi prosegue “...facciamo domattina alle 11, orario da musicisti...” Impressione confermata. La mattina seguente parliamo di tutto. Ma davvero di tutto. Dalla sua amicizia con Nuccio D'Angelo alla collaborazione con Carmelo Bene, dalla passione per gli aerei ai “Memoires” di Casanova, dalle “Madri Superiori” ai Padri della chitarra. L'ultimo secondo Cucchi? Leo Brouwer.



Duilio

Flavio, tutte le mie interviste cominciano con una domanda semplicissima: che cos’è per te il virtuosismo?


Flavio

Per me il virtuosismo è riuscire a fare le cose esattamente come si hanno in mente: quindi avere una visione del pezzo (come deve fluire, il tipo di impatto che deve avere) ed essere capaci di farlo. Non è un fatto di “andare veloci”. Poi c’è anche la definizione di virtuosismo come capacità digitale di velocità, di coordinamento, che è anch’esso un aspetto della musica, però oggi come oggi in particolare, laddove ce ne sono tantissimi di virtuosi di questo genere, mi sembra che sia più importante porre l’accento sull’essere capaci di realizzare un’idea nei minimi dettagli.



D.

E nell’idea da realizzare quanto spazio occupa il pensiero di chi ha composto il pezzo?


F.

Certo, bisogna chiarire bene i ruoli. E’ come un’opera teatrale, bisogna vederla allo stesso modo: un attore legge il testo, lo deve comprendere, deve capire quello che intendeva dire chi lo ha scritto, però poi deve dire la sua,deve dare un suo taglio interpretativo. La comprensione del testo è fondamentale ma deve essere la base su cui l’interprete crea la propria visione del pezzo per renderlo vivo a modo suo.



D.

Come hai cominciato a suonare la chitarra?


F.

Ho cominciato da bambino piccolo, avevo cinque anni. Sono rimasto folgorato da un amico di mio padre che era un amatore - come si diceva all’epoca - della chitarra, parliamo degli ”antichi” anni ’50. Mi suonò la chitarra classica e mi fece un effetto fantastico, rimasi incantato. Quindi, al mio quinto compleanno, mio padre mi comprò una chitarrina e così è cominciata la storia.



D.

Ricordi ancora quale fu il primo pezzo che ti ha fatto innamorare di questo strumento?


F.

Certo! Era un Capriccio di Legnani, me lo ricordo perfettamente, il n. 26 in Do diesis minore.



D.

Dev’essere stato qualcosa di virtuosistico per colpirti quando avevi appena cinque anni!


F.

…guarda, quello che mi ha colpito è stato il suono, più che altro. Ho trovato “fascinoso” il suono della chitarra più che il virtuosismo, la velocità…forse era uno in Si minore…ma era una cosa più incantevole che impressionante. Ne rimasi incantato, questa è la parola.



D.

Facendo qualche ricerca ho trovato delle cose molto interessanti a proposito della tua formazione artistica. Hai avuto con la musica, nel corso degli anni, un rapporto che, credo, si possa definire tutt’altro che accademico. Mi piacerebbe parlare di queste tue esperienze extracolte e di quanto ti hanno influenzato…


 

“nell’adolescenza mi sono poi ritrovato assolutamente allineato con il “rinascimento del pop”

F.

Si, negli anni ’60, dopo aver avuto un periodo di esperienze di musica strettamente classica già da piccolo come dicevo prima, sono “scoppiato”, come succede spesso quando si comincia troppo presto…nell’adolescenza mi sono poi ritrovato assolutamente allineato con il “rinascimento del pop” …



D.

….Ed era in atto anche un altro tipo di rivoluzione culturale a quei tempi che immagino tu abbia seguito…


F.

Esattamente: avevo anche il tipo di età giusta per poterla seguire bene - nel ’68 avevo 18 anni -quindi in quel periodo mi sono dedicato alla chitarra elettrica, suonando con diversi gruppi e all’epoca, ti posso assicurare, era un’atmosfera veramente molto stimolante, molto eccitante…


Una cosa interessante che vorrei dire è questa: all’epoca eravamo tutti molto ignoranti. Quello che è successo in questi ultimi 40 anni è stato un innalzamento del livello, sia tecnico che culturale, intellettuale, altissimo. I chitarristi di oggi sono davvero informatissimi, hanno studiato molto più seriamente di noi, hanno anche gli strumenti per avere, in media, una tecnica di base molto più elevata.

Però succede una cosa strana, che vorrei segnalare e che ho notato anche nel jazz: questo innalzamento medio del livello di qualità ha in qualche modo reso più difficile a chiunque sia più geniale, fuori dalle righe, di esprimersi.

Infatti trovo chitarristi molto bravi ma non riesco  a distinguere l’uno dall’altro.

Con questo non voglio dire che era meglio prima o che è meglio adesso, è una riflessione che lascio all’interpretazione di tutti, perché io stesso non l’ho ancora elaborata bene come idea, però l’ho notato.


 
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