Intervista di Duilio Meucci (continua)
Ecco, a proposito di questo, c’è una tendenza abbastanza recente che vede tante persone, tra cui anche Maestri affermati e professionisti di grande esperienza, incontrarsi sui Forum online per discutere di musica e chitarra.
Come giudichi il fatto che spesso, in virtù della realtà virtuale, salti la definizione netta dei ruoli, cosa che porta spesso lo studente, magari anche alle prime armi, a confrontarsi in modo abbastanza aspro e polemico verso persone da cui avrebbe tutto da imparare…
F.
Si, hai toccato un tasto…ecco, sui Forum sono un po’ perplesso per i motivi che dici tu. Sono rimasto colpito da alcune cose: su YouTube trovai, nei riguardi un chitarrista storico, che io stimo molto tra l’ altro, una serie di commenti molto offensivi, tanto che mi sentii in dovere di dire “datevi una regolata!”

Per questo ti trovi di fronte a una massa di gente con cui è difficile rapportarsi, perché magari non hanno la possibilità di capire quello che dici, mancandogli l’esperienza, e se non ti riconoscono come una persona che ha più esperienza di te diventa un problema…magari ti mandano a quel paese e chiusa lì, ma allora che senso ha?
E cosi ho smesso un po’ di frequentare questo tipo di Forum, a meno che non si tratti di un ambito in cui si viene riconosciuti. Tutti hanno il diritto di avere i propri gusti, ma il fatto di mancare di rispetto ad una persona che è sulla scena da trent’anni, come ho visto fare, non va bene, perché se si è sulla scena da trent’anni è perché si ha delle qualità, quindi può non piacerti, ma non si può dire “è un cane”…ecco, per questo dico hai colpito nel posto giusto…
D.

F.
Si, poi ho partecipato anche alla musica di Pinocchio, lo spettacolo teatrale.
Carmelo Bene lo conobbi perché stavo facendo dei concerti per chitarra e orchestra diretti da Piero Bellugi, che nello stesso momento stava facendo il Manfred di Schumann con la voce recitante di Carmelo Bene.
Ci siamo conosciuti a casa di Piero…beh, un personaggio incredibile…malgrado fosse così aggressivo verso le persone di teatro - ce l’aveva con tanti - con i musicisti aveva un rapporto di grande rispetto, quasi di timidezza.
Flavio viene premiato da Goffedo Petrassi

Ricordo che quando si fece questo mega-concerto a Milano, quasi ottomila persone, al Palazzetto dello Sport, con i Canti Orfici, lui mi chiese scusa perché in cartellone il suo nome era più grosso del mio, cosa ridicola, perché lui era un personaggio enormemente famoso all’epoca e io un chitarrista emergente... per dirti il tipo di rapporto che aveva, ma era molto divertente.
Una volta eravamo a Milano, dovevamo fare le prove per questo spettacolo, andammo al Teatro alla Scala, lui doveva fare una cosa, e ricordo che parlava col sovrintendente; il problema era che lui voleva un’amplificazione che era molto costosa - ora non ricordo la cifra - insomma un impianto pazzesco.
E ricordo che questo sovrintendente diceva “ma come, con questa cifra qui io ci chiamo Pavarotti” e Bene rispose “e che fa Pavarotti, m’amplifica??” (si ride entrambi) ...un personaggio fortissimo!
D.
Che musiche scegliesti per l’occasione?

F.
Feci i Preludi di Villa-Lobos che funzionavano bene per quella sera, e poi musiche originali. Insomma è stata davvero un’esperienza piacevole…
D.
E c’è oggi un’artista con cui non hai mai collaborato e che ti piacerebbe incontrare per un progetto, per lavorare su qualcosa?
F.
E’ una domanda interessante, sai? Dovrei pensarci e poi magari ti rispondo…
D.
Me la segno allora.
Sei stato uno dei primi chitarristi in Italia a suonare la musica di Leo Brouwer. Mi piacerebbe sapere il rapporto che hai con la musica di questo straordinario compositore, più di ogni altro, forse, sinonimo di “chitarra” nel Mondo…
F.
All’epoca, parlo dei primi anni ’70, i suoi lavori erano veramente originali, era veramente un modo diverso di suonare la chitarra.
Parlo di La Espiral Eterna, Parabola, Tarantos, questo genere era una novità, e mi piaceva moltissimo, perché aveva dei caratteri quasi improvvisativi.
Visto che io venivo dall’ambiente pop, l’unica cosa che mi mancava nell’ambiente classico era quel tipo di libertà che ti dà l’improvvisazione.
La musica di Brouwer, a parte alcuni casi, dà un po' di spazio a questo, perché incarna un tipo di atteggiamento diverso che hai con i suoni, dove la scrittura non è misurata.
All’epoca si chiamava “scrittura proporzionale”, non so se si usa ancora questo termine…non so se hai presente la partitura di Parabola.
Non c’è scansione ritmica, ma gruppi di note la cui velocità viene indicata da uno o più trattini.
Già per come erano scritti, davano un’idea di come dovevano essere suonati.
Flavio con Margherita Hack