Intervista di Duilio Meucci (continua)

Flavio con O.Ghiglia e R.Chiesa

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C’era quindi un tipo di libertà che mi piaceva molto, era una scrittura molto intelligente perché comunque lo suonassi il pezzo era quello, riusciva benissimo.

Ho suonato tantissimo questa musica, come La Espiral Eterna, peccato non averla incisa all’epoca! Poi Brouwer, come tutti i musicisti di carattere, ha avuto anch'egli un’evoluzione, però mantenendo sempre la sua caratteristicha: la capacità di comunicare anche con linguaggi diversi.



D.

E il pezzo di Brouwer che suoneresti tutta la vita?


F.

Mah, forse tutto sommato La Espiral Eterna, infatti stavo pensando di rimetterla in piedi. All’epoca faceva molto effetto, non potevi paragonarla a nulla. Per Brouwer penso sia stata importante la collaborazione con Hans Werner Henze.

Henze andò a Cuba, negli anni ’ 60, per scrivere El Cimarron, e Brouwer fu il chitarrista che ne fece la prima esecuzione mondiale, beh... io penso che questo abbia in qualche modo spinto Brouwer nella direzione che poi ha intrapreso.



D.

E invece con la musica dei compositori contemporanei che rapporto hai? Hai un punto di riferimento attualmente?


F.

Non in questo momento. Ci sono alcuni compositori interessanti della mia generazione che fanno cose buone per la chitarra come Nuccio D’Angelo (che tra l’altro ha scritto un duo che suoneremo tra poco in prima esecuzione) oppure Bogdanovic.


Poi tra i giovani mi viene in mente Iannarelli ed altri. Ce ne sono diversi. Sì, apprezzo delle cose però non credo che ci sia, o almeno non conosco in questo momento, un nuovo Leo Brouwer, qualcuno che rivoluzioni, una personalità che sappia proporre qualcosa di nuovo che abbia delle caratteristiche così prorompenti, cioè una facilità strumentale, (perché i pezzi di Brouwer, anche quelli più virtuosistici, stanno tutti perfettamente sulla chitarra) un linguaggio nuovo, una comunicativa forte: è difficilissimo mettere insieme questi tre elementi.


Segnalo però Oliviero Lacagnina, che è un compositore che ha scritto diverse cose per me. Non è chitarrista, lui mi manda le partiture e io le revisiono, ed ha fatto davvero delle cose belle. Comunque non c’è nessuno che mi ecciti particolarmente, e infatti sono un po’ “parcheggiato” in questo periodo con dei programmi storici, anzi ti dirò di più, in questo periodo sto facendo cose che non ho mai suonato in vita mia, tipo Albèniz…una volta ero troppo snob per suonare le musiche di questi autori, ho sempre cercato di essere “contemporaneo”, questa è un’altra caratteristica che secondo me deriva dall’aver suonato musica pop.

“Con Nuccio sono amico perché abbiamo molte esperienze in comune, anche lui da giovane ha suonato musica pop”


Ero molto attratto dalla contemporaneità. Adesso che del contemporaneo non c’è niente che mi affascina, dico “però, guarda te che bella Sevilla!”, o anche Manjon, che non avevo mai suonato…e adesso sto facendo un DVD mettendoci anche queste musiche.



D.

Hai parlato di Nuccio D’Angelo. Ho visto diversi video su YouTube del vostro duo e mi sembra di capire che il vostro sia, oltre che un sodalizio artistico, un’amicizia oramai pluridecennale…


F.

Sì! Siamo amici da tantissimi anni, eravamo nello stesso Conservatorio. Con Nuccio sono amico perché abbiamo molte esperienze in comune, anche lui da giovane ha suonato musica pop.


Fare musica pop significa avere anche un altro tipo di rapporto con lo strumento, non è lo stesso di chi suona sempre ciò che è scritto, è molto più immediato, è un’abilità che ti viene improvvisando, per cui mi accorgo che quando suono con Nuccio non ci guardiamo neanche, ci si segue.. se succede un pasticcio ci riprendiamo al volo, c’è una totale sicurezza, perché abbiamo quell’esperienza lì…poi siamo amici anche perché lo stimo molto, è una persona di grande correttezza etica, sia nella vita che nella musica.


E poi è un compositore, secondo me, di livello. Ha un linguaggio tutto suo in cui bisogna entrare, i pezzi di Nuccio non sono facilissimi da suonare, perché pur essendo scritti da un chitarrista per la chitarra, per cui tutto funziona, inventa di sana pianta delle scale, delle combinazioni che danno il colore al pezzo, non ti puoi riferire al sistema modale o a quello tonale,  per cui prima di entrarci c’è da lavorare un po’. 

Anche il duo che stiamo preparando è scritto in questo linguaggio, sembra facile ma non sei mai sicuro delle note che suoni. Poi però pian piano che lo ascolti ti rendi conto che funziona, diventa anche melodico, comunicativo, insomma, molto interessante…



D.

Il repertorio del vostro duo è piuttosto eterogeneo, spaziate da Sor ai Beatles….


F.

Sì, ma quello è perché, appunto, siamo dei vecchi sessantottini! (ride) …non c’è niente da fare..! Abbiamo ritrovato tra l’altro questi vecchi video di registrazioni che abbiamo fatto diversi anni fa, e ci siamo entusiasmati riascoltandoli, per cui ci siamo rimessi insieme a suonare e in questi giorni stiamo provando.


Sì, il repertorio è così perché…beh, io continuo a pensare che quando si fa un concerto si deve creare un’ora di emozione. Altrimenti uno fa una conferenza.

Negli ultimi tempi in alcuni ambienti chitarristici si è sviluppato un atteggiamento troppo intellettualistico, forse per fare da contrappeso alle troppe facilonerie del passato, questo lo ammetto.


Un programma fatto sul filo di una logica intellettuale può diventare pallosissimo, se mi passi il termine.

Chi va a un concerto non ha lo scopo di studiare la filologia o di imparare l’integrale di un compositore,  perché questo si fa in altri luoghi.

Quando faccio un concerto cerco quindi di fare un programma che dia un qualche genere di emozione.


 
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