La chitarra e lo studio dell'armonia








Conobbi Luciano Contini a Recanati nel 1971; eravamo entrambi ragazzini e partecipavamo alla Rassegna di Recanati - che ricordo bene anche perché fu uno dei pochi concorsi che vinsi...


Dopo quel primo incontro non lo avevo più visto, anche se mi giungevano notizie sulla sua bella carriera come liutista; a sorpresa l'ho rivisto a Vienna al mio concerto all'Istituto Italiano di Cultura nel febbraio di quest'anno.


Chiaccherando in un simpatico Cafè viennese il giorno successivo, e sapendo della sua duplice attività di docente presso il Konservatorium e l'Università della capitale Austriaca mi ha colpito il fatto che tra le varie materie da lui insegnate ci sia un corso di armonia per i chitarristi (immaginiamo: un italiano che inseghna armonia nella città delle due Scuole di Vienna...). Allora mi è venuta l'idea di invitarlo al conservatorio di Bologna a tenere lezioni su questo argomento (perché spesso noto che si crea un divario tra l'armonia che gli studenti devono imparare in conservatorio e l'applicazione delle conoscenze armoniche acquisite allo studio dei brani in programma).


Spalleggiato dai colleghi Walter Zanetti e Massimo Nalbandian (ma quest'anno ha lavorato a Bologna anche l'ottimo Andrea De Vitis) abbiamo invitato Luciano Contini a Bologna e ne è scaturita una fantastica due-giorni costituita da una conferenza iniziale ed una masterclass.


Grande successo, entusiasmo tra colleghi e studenti e personale contentezza nel riconoscere una sintonia con tanto di quello che Luciano Contini insegna, a partire da quella divisione (che giustamente lui stigmatizza) tra l'aspetto conoscitivo e l'aspetto emozionale nel fare musica...(in generale, per l'educazione ricevuta, mi affascina la definizione dell'affezione umana come una conseguenza, nell'uomo, di un giudizio).


Ho chiesto a Luciano Contini di offrirci un suo contributo sulla "armonia per i chitarristi" e lui mi ha inviato il seguente scritto, che comprende buona parte di quello che ha detto a Bologna nella conferenza introduttiva.




Perché studiare Armonia?


Francesco Gasparini si era già posto nel 1708 la stessa domanda riguardo alla necessità di uno studio lungo e faticoso del basso continuo:


„[. . . ] sò, che dirai: à che perder il tempo in una fatica poco utile, e meno necessaria? Non vi è Maestruccio, che in poche lezioni non la sappia insegnare, nè scolaretto, che in pochi mesi non l‘apprenda.“1



Allo stesso modo noi tutti conosciamo molti esempi di musicisti di successo che non conoscono l’armonia. Perché allora faticare?


Perché la musica è si un linguaggio, ma tutt’altro che universale - come viene purtroppo spesso ripetuto - e la tonalità è uno degli elementi più importanti del repertorio che va dal 18 secolo ad oggi.


Questo malinteso sull’universalità del linguaggio musicale è alla base di molti problemi

ed è conseguenza della confusione tra musica e suono. La musica non è infatti il suono in se, bensì un certo modo di organizzare i suoni.2 Per questo motivo si parla di linguaggio musicale in analogia con il linguaggio parlato che è, per l’appunto, un modo ben definito e condiviso di strutturare suoni.


Confondere i due concetti porta alla nefasta conclusione che per suonare basti seguire

il proprio istinto, la ‘pancia’: va dove ti porta il cuore. . . O addirittura che la conoscenza delle regole porti ad un ‘inaridimento’ della nostra istintiva creatività. . . (vedremo in seguito che in realtà avviene esattamente il contrario). Provate a comunicare verbalmente in cinese seguendo il vostro istinto e vediamo dove vi porta il cuore (NB: verbalmente e non a gesti o sorrisi).


Che la musica non venga recepita allo stesso modo in contesti diversi diventa evidente

se si considera che nel linguaggio verbale i suoni vengono spesso organizzati in modo simile, se non assolutamente uguale, con significati diversi. Pensiamo alla parola ‘burro’ che, scritta e pronunciata allo stesso modo, significa in spagnolo ‘asino’. Oppure ad ‘eventually’ che in inglese significa ‘alfine, finalmente’, molto diverso dal nostro ‘eventualmente’.


Allo stesso modo un accordo può suonare più o meno allo stesso modo in Monteverdi o Brahms, avrà però un significato probabilmente molto differente. Conoscere e riconoscere queste differenze distingue un’interpretazione da un’esecuzione.



Interpretazione vs. Esecuzione


Un’ interpretazione presuppone la comprensione di ciò che si fa, un’esecuzione no.

Nella gerarchia militare un ordine viene eseguito e non interpretato.


Una legge, invece, viene interpretata da un tribunale, il quale poi fa eseguire la sentenza. Eseguire un brano significa quindi cercare di suonare le cose scritte sulla partitura senza pretendere di capirle.


In quest’ottica non è sicuramente necessario lo studio dell’armonia, basta seguire le indicazioni che ci sono state date nel corso dello studio dello strumento dal nostro insegnante.


Questo processo non è però creativo bensì meramente riproduttivo.

È come recitare un testo in cinese avendone imparata alla perfezione la pronuncia senza però sapere ciò che si dice: va tutto bene sino a quando si riproduce esattamente ciò che si è appreso, senza cambiarne una virgola; è evidente che non potremo però inserirvi alcun elemento proprio senza disturbare la comunicazione con gli ascoltatori.


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  1. 1.Francesco Gasparini, L’Armonico Pratico al Cimbalo, Venezia 1708

2. Questo non è ovviamente sempre corretto per una certa produzione musicale contemporanea, la cui

discussione richiederebbe però un’altro spazio e contesto.