Alirio Diaz: un aspetto del suo lascito in cui mi sono trovato coinvolto.





Sulla leggendaria figura del grande Alirio Diaz, scomparso a Roma il 5 luglio scorso, si potrebbero dire - e certo si diranno - tante cose belle; il suo apporto alla chitarra ed alla musica merita infatti di essere ancora profondamente studiato ed assimilato. 

Io vorrei qui soffermarmi su un aspetto particolare del lascito di Alirio Diaz; un aspetto  forse ignoto ai più, e per me molto significativo.

Per farlo parto da due citazioni.


Nel suo ricordo del Maestro fatto alla Camera dei Deputati l'On. Raffaello Vignali ha detto che “Alirio Diaz era nato 93 anni fa, in una famiglia campesina, povera di pane, ma ricca di musica”;  quando l’ho letto mi ha colpito il pensiero che una espressione quasi  letteralmente identica era stata usata nel 2005 dall'allora Cardinal Joseph Ratzinger, futuro Papa Benedetto, nella omelia al funerale del sacerdote italiano Don Luigi
Giussani svoltosi al Duomo di Milano: “Don Giussani era cresciuto in una casa - come disse lui stesso - povera di pane, ma ricca di musica”.


Parto da  questa significativa coincidenza per raccontare come io mi sia “trovato” provvidenzialmente  a far incontrare la creatività artistica del grande maestro venezuelano (che incontrai da ragazzino rimanendone da subito affascinato) con l’esperienza educativa nata dal sacerdote italiano, anch’essa da me incontrata nella prima adolescenza come risposta alla grande domanda sul senso del vivere,  offerta alla mia libera verifica.


Per raccontare il fatto devo premettere che nella proposta educativa di don Giussani  la musica ebbe fin dall’inizio una grande importanza. Chi volesse potrebbe approfondire altrove l’argomento; qui mi limito, per la natura di questo scritto, a qualche minima traccia, che credo sia utile per inquadrare quanto dirò dopo.


Lo stesso don Giussani raccontava un episodio accadutogli da giovanissimo:

“Quando il bravissimo tenore [si tratta di Tito Schipa] intonò “Spirto gentil, ne’ sogni miei…”, al vibrare della primissima nota io ho intuito, con struggimento, che quello che si chiama “Dio” - vale a dire il destino inevitabile per cui un uomo nasce - è il termine dell’esigenza di felicità, è quella felicità di cui il cuore è insopprimibile esigenza”.


Un altro flash: anni dopo questo episodio troviamo il giovane prete don Giussani insegnante di religione in un liceo milanese, ed ancora dal suo racconto apprendiamo:

"Quando insegnavo in prima liceo, per dimostrare l’esistenza di Dio andavo da casa mia al Berchet con in braccio un giradischi, allora c’erano quelli grossi col trombone, mi trascinavo questo grammofono e facevo sentire Chopin, Beethoven...".


E, ancora: “Nessuna  espressione  dei  sentimenti umani  è  più  grande  della  musica. Chi  non  è  toccato  da  un  concerto  di archi,  come  si  può  essere  insensibili dinanzi ai colori di una sonata per pianoforte? Sembra il massimo. 

Eppure, quando sento  la voce umana… Non so se capita anche a voi: ma è ancora di più, e di più non si  può...”.


Per Giussani il canto è “l’espressione più alta del cuore dell’uomo”. Parlando ad alcune persone coinvolte nella esperienza del coro del movimento nato da lui (il discorso intero si trova qui: LINK ).


Giussani diceva tra l’altro:

“Tutti  i  sentimenti umani  più  forti,  il  senso  del  peccato,  la  paura, la misericordia, la nostra gente li ha imparati assai più attraverso il canto che non con le letture. Io li ho imparati da piccolo non innanzitutto dalle prediche, ma dai canti.”.


Così, don Giussani non si stancava di proporre le musiche che lo avevano colpito e segnato.


Da questo nacque anche la collana discografica “Spirto Gentil” da lui diretta, in cui ogni autore ed interprete era scelto proprio da don Giussani, e nella quale ebbi l’onore di essere chiamato  a registrare l’opera integrale per chitarra di Villa – Lobos - ma questo sarebbe un altro capitolo…però non posso non citare qui almeno la valorizzazione impensata che della musica chitarristica di Villa – Lobos fa Giussani, che scrive tra l’altro, nel libretto del cd: “Quando senti una musica così, che è un’autentica bellezza, capisci che Dio ti sta dicendo: ”Guarda che esisto, ci sono, si sono”.
LINK


Ma anche la ricerca di canti di varie tradizioni popolari era stimolata, come pure fu valorizzata la fioritura spontanea di canti nuovi…in un mondo che non canta più, o canta sempre meno, questa ripresa del canto a livello di popolo non è l’ultimo dei meriti di questo grande educatore.


Dalla mia partecipazione alla esperienza educativa nata da Giussani ero stimolato sia ad una ricerca del “senso” del fare musica (“come c’entra la musica con questa ipotesi di significato globale della vita che Giussani trasmette?”) sia ad una attenzione al canto popolare ed alle tracce reperibili in esso - e nella musica in genere - di una cultura in qualche modo segnata dalla religiosità e dal cristianesimo.


Ratzinger infatti avrebbe detto ancora, in quella celebre omelia al funerale di Giussani: “e così, sin dall'inizio era toccato, anzi ferito, dal desiderio della bellezza; non si accontentava di una bellezza qualunque, di una bellezza banale: cercava la Bellezza stessa, la Bellezza infinita; così ha trovato Cristo”.