Un chitarrista per i compositori*
Gli incontri di Piero Bonaguri
Osservazioni e suggerimenti sullo scrivere per chitarra

*Anteprima della prima parte del volume di prossima pubblicazione

(Edizioni Ut Orpheus)

 
Prefazione di Davide Anzaghi

Presidente della Società Italiana di Musica Contemporanea (S.I.M.C.)


Mi è accaduto di raggiungere la soglia dei settant’anni senza aver mai scritto alcunché per chitarra. Non fu per avversione allo strumento a sei corde che mi astenni dal comporre per esso. Al contrario. Della chitarra condividevo la memorabile definizione che Claude Debussy ci consegnò: “la guitare est un clavecin mais expressive".


Perché allora eludere l’incontro con il clavicembalistico strumento "espressivo"?. La causa della sistematica elusione della composizione chitarristica risiedeva nell'essere la chitarra divenuta, simbolicamente e durante l'adolescenza, un fantasma paterno con il quale permaneva una irriducibile conflittualità.


Varcati i settant'anni apparve la figura di Piero Bonaguri la cui chitarra era sì paternamente e fantasmaticamente infestata ma "espressiva" di una seduzione che le sei corde da lui pizzicate emanavano, invitandomi ad scoprire il rifuggito strumento. Bonaguri fu talmente convincente da indurmi a dirottare verso la psicanalisi la predetta avversione e ad orientarmi, non senza tremore, verso la scrittura per lo strumento.


Bonaguri fu con me maieutico come lo è il suo libro dal significativo titolo: "Un chitarrista per i compositori". Si sa che per comporre con congruità per uno strumento occorre conoscerlo, meglio ancora suonarlo. Ma si sa anche che i compositori non suonano tutti gli strumenti per i quali scrivono. Devono però almeno introiettare la fisionomia dello strumento non suonato a tal punto da consentire loro di rappresentarsi come si disporrebbe lo strumentista nell'affrontare le figurazioni che la scrittura propone. L'assenza di tale rappresentazione strumentale sospingerebbe la composizione verso una ineseguibilità o una eseguibilità impropria che è assente nelle grandi opere.


Io sono pertanto l'esemplificazione vivida della propedeutica proposta dal libro di Bonaguri. Fui infatti surrettiziamente indotto a comporre qualche bazzecola per il suo strumento, allettato dall'affermazione che poi lui mi avrebbe suggerito come tarare idiomaticamente per la chitarra esiti non propriamente idiomatici.


Nonostante avessi preventivamente compulsato i trattati per chitarra i primi esiti confermarono che l'invenzione non s'era opportunamente accoppiata con il suo divenire gesto strumentale. L'apprendistato proseguì di brano in brano similmente a quanto Bonaguri scrive: grazie a Piero "Un chitarrista per i compositori" vola lieve da citazione a citazione su di esse soffermandosi per enunciare commenti, riflessioni, puntualizzazioni, divergenze. L'autore fornisce istruzioni basiche per avviare una conoscenza del suo strumento e se ne deduce una sperimentata sapienza.


A sorprendere sono citazioni desunte da compositori eterogenei quando non eteronomi. Tagliamacco e Guarnieri non hanno alcunché in comune se non l'interesse del chitarrista Bonaguri. Il solipsismo di non poche opere della cosiddetta neoavanguardia scaturisce in parte da codici linguistici non socialmente condivisi e in gran parte dall'uso autistico di quei codici.


Nacquero opere non votate all'ascolto. Non votate all'ascolto sono però anche quelle opere che scritte con codici neotonali non investono che nei mezzi linguistici noti e non affidano all'uso di quei mezzi che il compito di consentire il riconoscimento del già noto. Reputo superfluo spiegare la differenza fra "conoscere" e "riconoscere". Un'opera nella quale all'ascolto è demandato il solo riconoscere, senza nulla da conoscere, è un opera inutile.


Bonaguri si prodiga generosamente perché nascano composizioni nelle quali "conoscere" e "riconoscere" coesistano felicemente.

 

Davide Anzaghi


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I. Note di metodo

 

L'editore mi ha proposto di scrivere questo testo come aiuto ai compositori non chitarristi intenzionati a scrivere per chitarra; ho accettato di farlo nella forma di osservazioni e suggerimenti che provengono dalla mia ormai trentennale esperienza in questo campo - del 1984 è "Frammento A" di Pippo Molino, primo pezzo scritto per me - dopo i Tre Ricercari che scrisse mio padre quando io non ero ancora ventenne.

 

Non intendo qui, anche per mancanza di tempo, scrivere un manuale o trattato sistematico nel quale vengano analizzate tutte le possibilità foniche, timbriche e di "effetti" della chitarra; vorrei piuttosto provare a fornire alcune osservazioni, spunti di riflessione e suggerimenti pratici che mi auguro possano essere concretamente utili ai compositori.


Per quanto riguarda gli esempi musicali farò ampio riferimento alla collana di musica contemporanea che sto curando per Ut Orpheus e ad altri brani scritti per me in precedenza (credo che il loro numero oscilli ormai fra i trecento ed i quattrocento - ho smesso di contarli - e possa darmi un "punto di vista" parziale ma anche statisticamente significativo).

 

Io non ho il dono di essere compositore, ed anche la mia educazione musicale in conservatorio ha seguito un percorso non molto lineare. Ho però avuto la fortuna di avere, fin da giovanissimo, incontri con importanti figure di musicisti che mi hanno veramente segnato ed insegnato, e di cui i lettori pazienti troveranno tracce in questo scritto: certamente mi riferisco ai grandi chitarristi con i quali ho studiato, ma non dimentico che prima ancora sono stato introdotto alla musica da mio padre, e poi che devo molto all'incontro con tanti compositori non chitarristi con i quali ho collaborato.


Ai rapporti con i compositori debbo almeno due acquisizioni che i miei soli studi chitarristici non mi avevano e forse non mi avrebbero dato:

1)un'ulteriore crescita della mia formazione musicale anche attraverso l'esperienza (seppure indiretta) del guardare il pezzo di musica dal punto di vista del compositore.

2) una convinzione che potrei esprimere così:

"la musica, compresa l'interpretazione, va avanti se va avanti la composizione".

Oltre a queste, una convinzione pratica si è fatta strada in me: per ampliare il repertorio concertistico "vero" della chitarra è necessaria la collaborazione tra chitarrista e compositore.

 

Spesso la musica per chitarra scritta da compositori non chitarristi ha sofferto e soffre, più di quello che può apparire superficialmente, a causa di una mancata o inefficiente collaborazione di questo tipo.


Come dico ai miei allievi, dietro le copertine ugualmente lucide e fiammanti dei volumi di pezzi per chitarra che si possono trovare nei negozi di musica o nei cataloghi degli editori potrebbero esserci "storie" molto diverse tra loro: in pratica, al di là delle migliori intenzioni ed anche dei valori compositivi "assoluti" che sono espressi volta per volta, alcuni pezzi "funzionano" sullo strumento ed altri meno, ed anche per questo alcuni pezzi avranno una probabile vita concertistica, altri no.


Si tratta di una difficoltà oggettiva del comporre per chitarra, di cui dà testimonianza Franco Donatoni in un lucido intervento - pubblicato su uno dei quaderni di Settembre Musica 1979 intitolato "Chitarra e Liuto":

"...testimoniare la granitica resistenza,l'asperità impervia che lo strumento oppone all'ideazione quando l'ideatore non sia provvisto di una fisiologia chitarristica che lo assista sin dalla punta delle falangi.". Donatoni afferma poi che si tratta di utilizzare la digitalità "in amicizia col pensiero", per concludere il suo intervento affermando:

"Se pensare una pratica dalla quale si è esclusi può essere scoraggiante, ancor più lo sarebbe escludere la possibilità di praticare un pensiero mai prima d'ora pensato. Anche la chitarra può servire a questo: essere lo strumento di un esercizio".

 

Riprendendo il discorso, la maggiore o minore pertinenza strumentale della musica scritta per chitarra da compositori non chitarristi  dipende spesso anche dalla presenza o meno - e dalla qualità - di un a volte indispensabile controllo strumentale del brano da parte di un chitarrista prima della pubblicazione - e magari, lo vedremo, anche dopo.