Niccolò Paganini: “Ghiribizzi”

Editions Habanera







Prefazione



           

L'opera per chitarra di Niccolò Paganini ha avuto una certa fortuna editoriale, da quando pochi decenni fa i manoscritti paganiniani custoditi presso la biblioteca Casanatense di Roma sono diventati utilizzabili a questo scopo. 


Tale fortuna è ovviamente meritata dato il grande valore di questa musica, valore che risulta ancor maggiore  se rapportato al livello musicale medio della produzione chitarristica coeva (scriveva Segovia nella prefazione ai celeberrimi 20 studi di Sor: "escasos nombres que, en el siglo XIX, pertenecieron a talentos poco robustos") in un momento storico in cui i maggiori compositori del tempo ignoravano totalmente o quasi totalmente la chitarra.


Ma Segovia scriveva quanto riportato sopra nel 1945, ben prima che l'opera integrale di Paganini diventasse di dominio pubblico - e bisogna anche ammettere che probabilmente il pensiero chitarristico paganiniano, così diverso dai modelli in voga e particolarmente da quelli spagnoli, è lontano dalla concezione della chitarra del Maestro andaluso.




A questa fortuna editoriale della musica per chitarra di Paganini (ricordiamo solo le edizioni a stampa uscite per i tipi di Ricordi, Suvini Zerboni, Chanterelle, e più tardi Ut Orpheus, oltre alla fondamentale integrale discografica realizzata da Frédéric Zigante) non ha seguito però una analoga fortuna per quanto riguarda la diffusione concertistica e didattica di questa musica.


Si tratta, è vero, di musica "semplice" (cosa che non vuole dire "facile da suonare"!) e apparentemente quasi scarna, e forse per questo meno appetibile al chitarrista medio; ma è musica semplice proprio in quanto si basa, in modo disarmato e quasi totalmente, sulla fantasia dell' inventiva melodica del compositore.


Da questo punto di vista il livello di creatività di Paganini è stupefacente, e forse non è stata ancora sufficientemente notata  l'enorme quantità di contrasti espressivi presente anche in pezzi brevi ed apparentemente non molto variati.


Spesso, e lo si vede anche leggendo i Ghiribizzi, Paganini supplisce alla essenzialità della condotta armonica e polifonica proprio con una enfatizzazione del contrasto espressivo tra i periodi musicali - ed anche tra unità formali più piccole; e proprio nel fare questo sfida e sollecita nell'interprete una corrispondente capacità  di ricerca espressiva. 



Alle caratteristiche musicali di questi pezzi è poi collegato un uso particolare della chitarra, che come dicevo spesso si distacca dai modelli in vigore in quel tempo e probabilmente deve molto anche alla esperienza violinistica del Maestro genovese.


A mio parere bisogna comunque dar credito alla scrittura chitarristica paganiniana (che illustri interpreti e compositori come Andrés Segovia, Alirio Diaz, Manuel Ponce, John W. Duarte pensavano invece andasse "rimpolpata" aggiungendo note che rinforzassero e/o variassero l'armonia).



E bisogna dare credito alla scrittura di Paganini non tanto perché operazioni "aggiuntive" non siano lecite in assoluto (i primi a sorridere di tale scrupolo sarebbero proprio gli autori dell'Ottocento che ne sono oggetto, e basti pensare a quanto è accaduto alle Opere di Rossini!), quanto perché, semplicemente, qui  non ce n'è alcun bisogno: sulla chitarra spesso "less is more" (come scrivo nel mio libro "Un chitarrista per i compositori") e Paganini è un fulgido esempio di questo principio: con poche note è spesso possibile, sulla chitarra e sapendolo fare, ottenere un volume di suono ben maggiore di quello ottenibile con combinazioni polifoniche, apparentemente di maggior spessore fonico,ma che spesso risultano poi meno sonore, data la conformazione e l'indole particolare dello strumento.



La presente edizione dei Ghiribizzi, che ho curato su richiesta di Antonin Vercellino, può caratterizzarsi per alcune particolarità:


1. La notazione musicale è stata lasciata sostanzialmente così come appare nel manoscritto paganiniano, con appena qualche piccola modifica riguardante refusi o indicazioni ormai desuete, come i puntini sopra le note che nella letteratura chitarristica dell'epoca indicavano (per sicurezza) note alla quali non applicare la tecnica del legato chitarristico e che avendo nella notazione attuale un significato diverso sono stati omessi.  Non si tratta, quindi, di un urtext, ed è stata inserita una diteggiatura.


  1. 2.Ho scelto, a differenza di quanto fanno editors moderni consapevoli e scrupolosi, di non realizzare la notazione polifonica implicita nel manoscritto. In manoscritti ed anche edizioni dell'Ottocento spesso si usa, infatti, un po' come nelle antiche intavolature liutistiche, proporre una omogenea indicazione di durata  - quella del suono più breve che viene estesa ai gruppi di suoni simultanei, dal bicordo in su. 



Ora, se è vero che spesso è utile, oltre che agevole, ricostruire "a senso" tutti i valori di durata  nei passi polifonici (come appunto si fa nelle trascrizioni "interpretative" delle antiche intavolature) nel caso di Paganini mi è sembrato preferibile lasciare quel tanto di ambiguità che la scrittura originale non risolve.


Anche l'occhio, infatti, vuole la sua parte, e mi è parso più stimolante lasciare le voci di accompagnamento (e qualche volta anche il canto, come si vede in "Là ci darem la mano") in un certo senso "libere" rispetto a probabili valori ritmici impliciti che avrei potuto indicare; valori che, sia pur logici da un punto di vista teorico, potevano "imbrigliare" la fantasia e la conseguente realizzazione sonora dei pezzi da parte  dell'interprete. In questo senso, naturalmente, i miei suggerimenti di diteggiatura indicano solamente una delle soluzioni possibili. E nulla vieta, nel pezzo ora citato, di tenere alcune note del canto un po' di più di quanto strettamente indicato..



Mi è piaciuto, poi, quando possibile e quando a mio parere suggerito dalla musica, usare molto i salti di posizione della mano sinistra che sono conseguenza del mantenere la linea di canto su un'unica corda.


Vorrei infine, a titolo di esempio, segnalare alcune particolarità di scrittura e di diteggiatura presenti in questa edizione dei "Ghiribizzi" che possono esemplificare alcuni criteri adottati nella preparazione di questa edizione.

 

  1. A battuta 2 e 4 del primo Ghiribizzo propongo l'uso della prima corda, con salti della mano sinistra, per il motivo detto sopra.


  1. L'inizio del quinto Ghiribizzo è diteggiato in modo inusuale, per enfatizzarne la cantabilità. Così, nei bicordi iniziali di battuta 6, preferisco i salti al cambio di corda.


  1. Il Ghiribizzo 6 è solo un esempio tra altri della varietà e contrasti impiegati da Paganini: i tre bicordi all'ottava ripetuti dopo l'anacrusi suggeriscono un "gesto espressivo" contrastante con la grazia della battuta seguente e con la cantabilità  di quella ancora successiva...e così via...Paganini è in questo senso una miniera di invenzioni!


  1. A battuta 7 del Ghiribizzo 22 il passaggio di semicrome è diteggiato senza corde a vuoto per favorire una maggiore cantabilità di ogni suono.


  1. A battuta 28 del Ghiribizzo 23 per lo stesso motivo il Mi non è a vuoto, ma sulla seconda corda; per lo stesso motivo nel Ghiribizzo 32 alla terza battuta il Si non è a vuoto. 


  1. A battuta 10 di questo pezzo il basso (Si) dovrebbe essere all'ottava inferiore...ma probabilmente le consuetudini di impostazioni e diteggiatura della mano sinistra in vigore all'epoca rendevano questo inusuale, e Paganini ha optato, facendo di necessità virtù, per un salto di undicesima che mi sembra grazioso...attenzione però a spegnere il La a vuoto quando si suona il Si!


• A battuta 2 del Ghiribizzo 40 ho optato per una diteggiatura delle prime quattro note  che tratti il passaggio in modo melodico e non come un semplice accordo arpeggiato.

 

E così via...

Spero che questa edizione contribuisca ad una maggiore diffusione anche didattica di queste piccole perle del repertorio della chitarra.

 

 

Piero Bonaguri