Liuteria e oltre

 
O.Caiazzo

STORIA DI DUE CHITARRE POSTUME.

Era l'anno 1995 quando io, studente di Conservatorio e appassionato liutaio in erba, ebbi l'idea, mai messa in pratica, di commissionare ad Ottavio Caiazzo una chitarra, chiedendogli di poter assistere a qualche fase della sua realizzazione.

All'epoca conoscevo Ottavio soltanto di fama: era un giovane liutaio napoletano in rapida ascesa, Aniello Desiderio suonava una sua chitarra e il suo nome era già molto noto tra i chitarristi classici.

A Napoli, sua città natale, se ne parlava come di un talentuoso sperimentatore dall'indole artistica e dal carattere difficile.

E’ facile immaginare quale fascino potesse esercitare su di me, allora ventiduenne, un simile personaggio. Tornando al racconto: un giorno mi recai a Cremona per acquistare del legno e decisi di cogliere l’occasione per andare a conoscere Ottavio che, nel frattempo, si era trasferito da poco nella città lombarda e parlargli della mia idea.  Era una mattina di fine luglio ed io, senza preavviso, suonai al citofono del suo laboratorio.

Non mi rispose nessuno e allora proseguii la giornata come avevo pianificato. Di ritorno a Napoli, dopo qualche giorno, appresi la terribile notizia della sua scomparsa.

Negli anni successivi, dopo il diploma in chitarra nel 1999, diventato ormai un liutaio professionista, ho avuto modo di visionare e lavorare su diverse chitarre di Ottavio, arrivando quindi a conoscerlo attraverso la sua opera.

Fin da subito sono rimasto colpito dal suo approccio molto originale alla costruzione, dalla sua enorme voglia di sperimentare per migliorare le caratteristiche acustiche della chitarra. In particolare mi hanno  molto impressionato  alcune intuizioni tecniche utilizzate per l’incatenatura, che coincidevano quasi perfettamente con idee che avevo avuto anch’io, anni dopo, in maniera del tutto indipendente. Sempre dall’analisi dei suoi strumenti, mi sono reso conto che si era ispirato sicuramente all’opera di Antonino Scandurra e questo rappresentava un ulteriore punto in comune con me.



Sono arrivato perfino a pensare che la nostra “napoletanità” ci abbia accomunati nel modo di intendere e sviluppare il nostro lavoro, pur avendo personalità profondamente diverse. Dalle chitarre di Ottavio  si evince chiaramente una spiccata vena artistica e una maniera di procedere molto istintiva e intuitiva, si percepisce la volontà di dar vita a qualcosa di assolutamente originale ed innovativo. Insomma, in una parola, è stato un pioniere. Purtroppo non ha avuto il temo di sviluppare le sue potenzialità.

Nel 2013 mi arriva una telefonata. Antonio Jasevoli, chitarrista che avevo ascoltato circa 20 anni prima in un concerto a Salina, mi dice che mi sta contattando perché, dopo una accurata ricerca tra potenziali candidati, ha deciso di commissionarmi un lavoro.

La famiglia di Ottavio, di cui era amico d’infanzia, gli ha affidato gli ultimi strumenti rimasti, con la nobile motivazione di ritenere giusto che circolassero e che fossero suonati, tra cui 2 chitarre restate incompiute nel laboratorio di Ottavio alla sua morte, eventualmente da ultimare.  Abbiamo fissato subito un appuntamento e Antonio mi ha portato le chitarre. Non so descrivere appropriatamente la mia emozione quando ho visto i 2 strumenti quasi finiti e rimasti così per tanto tempo.

Quelle 2 chitarre che, con ogni probabilità, si trovavano in quel laboratorio a Cremona dove io bussai 18 anni prima, pochi giorni prima della scomparsa di Ottavio, il destino le aveva portate proprio da me…

Dopo l’emozione iniziale, si trattava di fare una attenta valutazione sull’opportunità di fare quel lavoro, sia in termini tecnici ma soprattutto morali. Le 2 chitarre si presentavano entrambe con la cassa completamente finita, con anche il ponticello incollato. I manici, incastrati a coda di rondine, non erano ancora scolpiti e una delle 2 era senza tastiera.

Si trattava quindi di realizzare ed incollare una tastiera, scolpire i manici e i tacchi, mettere i tastini, rifinire il tutto, verniciare, e montare. Insieme ad Antonio, ci siamo chiesti se fosse giusto che un altro le portasse a termine al suo posto e se questo avrebbe potuto snaturare il risultato finale tradendo le sue intenzioni iniziali. Ragionandoci su, abbiamo considerato che le casse erano ormai complete e quindi il suono  già definito, la mia opera sarebbe stata più che altro una rifinitura che, seppur indispensabile, non avrebbe inciso sul carattere degli strumenti.

Ma c’era un altro problema: le chitarre erano 2, una era l’ultima su cui Ottavio stava lavorando quando è venuto a mancare, l’altra invece era una chitarra che egli stesso aveva lasciata in sospeso 4-5 anni prima. Per me è stato molto importante cercare di capire se Ottavio avesse deciso di abbandonare quella chitarra per sempre o piuttosto ne avesse soltanto sospeso la costruzione per
ché preso da lavori più urgenti.

A causa di questo dubbio, ho deciso di dedicarmi subito all’ultimazione della chitarra più recente, riservandomi di decidere se fare o meno lo stesso con quella più antica. Per me era fondamentale lavorare con lo spirito del massimo rispetto della sua personalità: non avevo avuto modo di conoscerlo personalmente, l’avevo ammirato professionalmente e adesso mi veniva offerta questa incredibile possibilità, desideravo assolutamente dimostrarmene degno.

Ho ultimato la prima delle 2 chitarre nel giro di pochi mesi, si tratta di uno strumento in abete con l’incatenatura totalmente realizzata in fibra di carbonio, con un ponticello tipico della sua ultima produzione, con le corde passanti e annodate all’interno della cassa. Ho lasciato la paletta e il ponticello satinati, come faccio sulle mie chitarre, giusto per lasciare un piccolo segno distintivo del mio lavoro.

La seconda chitarra l’ho finita in questi giorni, dopo più di 3 anni. Non avendo elementi per sapere quale fosse il motivo per cui Ottavio non l’avesse finita, decisi di provare a montare le corde nello stato in cui si trovava, ovvero senza tastiera e col manico rettangolare.

Feci quindi un capotasto provvisorio che incollai sul mogano del manico, realizzai i fori per le meccaniche e montai una cordiera. Il mio scopo era quello di collaudare la tenuta statica della cassa, alla ricerca di qualche problema nascosto che avesse indotto Ottavio ad abbandonarne la costruzione. Ma, montate le corde, che potevano ovviamente risuonare soltanto a vuoto, non notai alcun problema, né in termini di sonorità né di deformazione della tavola. Ma questo non era ancora sufficiente a farmi decidere di procedere.

La svolta avvenne un pomeriggio, quando I maestri Aniello Desiderio e Lucio Matarazzo mi vennero a trovare in laboratorio per provare un mio strumento. La chitarra di Ottavio era appesa al soffitto ed io, che non vedevo Aniello da qualche tempo e sapendo della sua grande amicizia con Ottavio, raccontai loro tutta la storia, inclusi i miei dubbi. Aniello si soffermò a lungo con lo sguardo sulla chitarra e poi ruppe il silenzio dicendomi: ” Alessandro, dai voce a questa chitarra”. Quello fu il momento in cui ogni mio dubbio si sciolse.

Ed eccomi oggi, con i tipici tempi da liutaio (poco meno che biblici), ad aver ultimato questa seconda chitarra postuma. E’ uno strumento in cedro, più tradizionale rispetto all’altro, con l’incatenatura a raggiera realizzata in legno e il ponticello con un doppio sistema di incordatura, antesignano del ponte con corde passanti che ho decritto prima.

In questi giorni sto suonando spesso questa chitarra nella solitudine del mio laboratorio, in attesa di riconsegnarla ad Antonio Jasevoli e spero di non mancare di umiltà raccontando che l’immagine che mi evoca è quella di un passaggio del testimone. Un testimone che sono orgoglioso e grato di aver raccolto da un grande  Liutaio Napoletano: Ottavio Caiazzo (29/02/1964 - 17/08/1995).

Pozzuoli (Na), 11 Aprile 2016.

Alessandro Marseglia





 

di Alesssandro Marseglia

Le foto dei particolari del restauro >>

marseglia_caiazzo_2.html