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di Carlo Campanile



 

Raffaele Bellafronte

Guitar Works

DAVIDE DI IENNO, guitar


Filippo Lattanzi, marimba

Patrik De Ritis, bassoon

Aldo Ferrantini, flute

Quartetto Guadagnini

Fabrizio ZoffoliI, violino

Giacomo Caletti, violino

Margherita Di Giovanni, viola

Alessandra Cefaliello, cello


Label: Tactus

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Appena terminato l'ascolto di "Raffaele Bellafronte: Guitar works": un vero e proprio elogio dell'orchestralità dello strumento; e dal punto di vista dell'esecuzione, e dal punto di vista della scrittura per chitarra.


Non che sia in sè una novità, la chitarra, è risaputo, è uno degli strumenti polifonici più orchestrali che esista.


Ma in questo caso particolare sembra doveroso sottolinearne la qualità, poiché le numerose voci della chitarra, per questa doppia novità esecutiva e compositiva, risultano dialogare contemporaneamente sia con altri strumenti, come nel caso di "Suite n1" e "For five...", sia con vari stili e forme compositive.



Il tutto nella più continua coerenza. Che cos'è la coerenza? Credo sia una brutta bestia prima di tutto.


In secondo luogo credo sia la capacità di creare del nuovo senza sfociare nella mera autoreferenzialità. E Raffaele Bellafronte, autore di tutti i pezzi dell'album, sembra nella sua musica prendere realmente atto della coscienza storica legata allo strumento, traducendo il tutto appunto in coerenza.


A partire dall'ultimo pezzo del disco, un'elegante Tarantella provocatoria come quella di M.Castelnuovo-Tedesco e ponderata come quella di J.K.Mertz, fino a retrocedere al primo brano, una Rapsodia Metropolitana, che sfruttando intenzionalità ritmiche comuni alla pregiata scrittura di V. Asencio (si pensi a "La Gaubanca" dai Collectici Intim) o di A. Ginastera (si pensi al IV movimento della Sonata op.47), giunge a risultati per niente disorganici, bensì di grande capacità descrittiva.


Capacità ben resa anche grazie al non eccessivo patetismo della mano del chitarrista Davide Di Ienno, sempre molto brillante, dal tocco non troppo scuro e mai troppo conservatore.


Questa non comune predisposizione ad incuriosire l'ascoltatore, senza però troppo stressare le frasi musicali, risulta particolarmente efficace nei duetti con marimba (Filippo Lattanzi) e fagotto (Patrick De Ritis) dove la chitarra compone spesso un ordito contrappuntistico in cui le poliritmie ben scandite accompagnano passo passo l'ascoltatore verso le diverse fasi del discorso musicale.


Per quanto ciò sia dovuto in buona parte alla capacità di Bellafronte di descrivere semiograficamente le proprie volontà compositive, il risultato finale vede una buona riuscita solo se, come in questo caso, i due musicisti riescono a suonare l'uno in funzione dell'altro, a volte magari allontanandosi dalla puntuale scrittura, per far fronte a problematiche legate al risultato esecutivo del duo.


Ed infatti il risultato esecutivo dell'altro importante duetto dell'album "The way of my senses" con il flautista Aldo Ferrantini, è forse il più riuscito. Solenne e maestoso come le perle di T.Takemitsu (Towards the Sea) ed A.Corghi scritte per i medesimi strumenti, il pezzo presenta un dialogo strumentale nel quale situazioni di gravosa tensione spirituale vengono spostate dalla pastosità timbrica del flauto alla ruvidità intrinseca del suono della chitarra per poi risolversi in un'assimilazione dei timbri reciproci, in un empatico concedersi del flauto alla chitarra e viceversa.


Sembra che non potesse esserci finale migliore prima della riapertura del sipario con il pezzo per quintetto; esso preannuncia un secondo atto ancora più intrigante del precedente: "Rapsodico","Appassionato" e "Finale" sono i tre tempi di "For five..." che vede Di Ienno in dialogo con il celebre quartetto Guadagnini (F. Zoffoli, violino; G.Coletti, violino; M. Di Giovanni, viola; A.Cefaliello, violoncello).


Bellafronte nei tre tempi risolve il problema della spazialità della chitarra avutosi nel brano precedente con il flauto e con i passaggi di tensione; egli infatti sembra costruire un duplice sistema.


Il primo, dato dal dialogo chitarra-quartetto d'archi, si sviluppa in un approfondimento della globalità del quartetto, generando un dialogo interno alle parti dove è la viola a rompere il ghiaccio con gli altri elementi.


Nel secondo compare invece una visione frammentata della frase musicale, avente nell'omoritmia un buon punto d'appoggio e di raccordo, e che sfocia in una concezione finale del quartetto, visto come un allargamento delle prospettive della chitarra.


Questo lavoro discografico risulta quindi un lungo e conturbante divertimento geometrico, che prende piede da una giocosità ritmica che, insieme alla liricità, rappresenta i due vertici del fenomeno chitarristico di alta qualità



C.C.