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Recensioni scelte

di Carlo Campanile



 

Vivo - Nocturnal

M.Feri, guitar

Rainbow Classical











Marko Feri ed il suono spontaneo

Registrare ed incidere su disco, oltre ad essere una scienza, rappresenta un’arte tanto delicata quanto pericolosa.


Ciò perché la realizzazione di un lavoro che sia pulito ed elegante, spesso se non sempre, va a scontrarsi con una buona percentuale di desideri del musicista che influenzano il prodotto fino a poco prima che possa essere considerato da ogni punto di vista, finito.


Ed è così che uno strumento come la chitarra, tanto ricco timbricamente da essere stato più volte paragonato ad un’orchestra in miniatura, viene sovente svilito da pratiche di sala d’incisione che, con la pretesa di donare allo strumento ancor più spazialità di quanto già non ne abbia, finisce per appiattirne tutte le finezze sonore: i bassi divengono cannoni, i cantini diventano più impastati che mai e la sensazione risultante è quella di trovarsi a tutti gli effetti con la testa nella buca della chitarra, storditi da questo organo a tre tastiere ciecamente forzato in un corpicino tanto aggraziato.


E se è vero che il direttore d’orchestra e filosofo della musica Sergiu Celibidache riteneva insufficiente qualsiasi tipo di registrazione, in quanto mera illusione d’una irraggiungibile spazialità sonora, pagando ogni registrazione lo scotto della mediazione elettronica e meccanica, è anche vero che la riproducibilità dell’opera d’arte rappresenta una delle più preziose opportunità che la nostra “era tecnologica” ci offre.


Bisogna tuttavia precisare che nelle registrazioni spesso è il suono della chitarra a risentire particolarmente della mancanza di spazialità sonora tanto che sempre più frequentemente si finisce per modificarlo in modo così artificioso da fargli smarrire qualsiasi radice originaria, rendendolo innaturale e costruito. 


Ed è così che solo con la fruizione diretta di un pubblico che sappia apprezzarne la raffinatezza, lo strumento riacquisisce i suoi naturali colori timbrici, per quanto essi soffrano i limiti di una cassa armonica ridotta ma non per questo meno vibrante. La chitarra è un magico connubio di complessità e semplicità, è un ossimoro musicale:
il sinfonico ed il solistico, magicamente insieme.  
 

  
Eppure è da ritenersi che almeno in parte esista un punto di mediazione fra l’ascolto di un cd ed un’esecuzione concertistica, che mantenga i pregi della fruibilità musicale associata alla sincerità sonora.


E’ il caso dei lavori di Marko Feri. Provengo dall’ascolto dei suoi due recenti album , Vivo (2014) e Nocturnal(2004), molto ben strutturati.


Si tratta di due lavori diversi per composizione e per condotta del suono, sebbene abbiano il denominatore comune d’accogliere brani ancora poco conosciuti come i due movimenti (Larghetto, Vivace) di A.Srebotnjak o la Sonata (2008) di G.Tortora accostati a brani di fama mondiale quali Nocturnal di Britten, Jazz Sonata di Bogdanovic e Libra Sonatine di Dyens, entrati a pieno titolo nel repertorio di ogni chitarrista che si rispetti.


L’elemento che mi ha colpito fin da subito, oltre che riguardare Feri in quanto ottimo esecutore,  concerne la qualità della registrazione, che risulta per nulla contraffatta, o meglio, curata in maniera così attentamente studiata e proporzionata da dare come risultante un suono “legnoso”, mi si conceda il termine, solo apparentemente grezzo, che è invece realistico e d’ambiente, un suono semplicemente naturale. Apprezzabile in particolare la scelta di non filtrare troppo quei piccoli fruscii fra corde e dita che ricordano il rapporto carnale fra il chitarrista e lo strumento, una scelta  funzionale all’idea di base, cioè il rispetto per il suono reale, che se filtrato indistintamente con un denoiser ne avrebbe perso sicuramente.


Questa forma di approccio si sposa quasi perfettamente con la filosofia esecutiva di Feri, il quale per quanto abbia un tocco molto ponderato non sembra mai sfociare in maniere eccessivamente liriche; si pensi al Lento dalla Jazz Sonata di Bogdanovic in Vivo, eseguito più nell’ottica di una miniatura balcanica che in quella di un movimento di sonata, oppure alla prima variazione su Nuages di Django Reinhardt, quasi intesa come un ghiribizzo meccanico, molto distante dalla cantabilità del tema.


Ciò se da un lato è dovuto al carattere della composizione, dall’altro viene corroborato dal gusto raffinato e nel contempo originale di Feri che in entrambi gli album non sembra mai cedere troppo banalmente al concetto di “lasciar vibrare” (l.v.) che invece altri esecutori sembrano usare senza distinzioni in qualsiasi repertorio che appartenga al novecento chitarristico o ad un secondo romanticismo.


In particolare  il virtuoso italiano ha un rispetto meticolosissimo per gli andamenti e per la notazione, non risultando però mai freddo o statico espressivamente poiché egli bada all’opera eseguita nel suo complesso. Si consideri ad esempio la maniera di interpretare il primo e il terzo movimento di Libra Sonatine (India-Largo-Fuoco) di R.Dyens nel CD Nocturnal, da molti esecutori plasmati in maniera rapsodica se non esageratamente spinta ritmicamente.


Feri invece pare averli resi in quanto cornice del Largo intermedio: ciò lo ha portato ad interpretare gli altri due tempi in maniera “libera” (come il nome della Sonata) ma non nel senso comune di “eccessiva”, “furiosa” bensì libera da sovra interpretazioni che avrebbero eccessivamente posto l’accento su caratteri che sono già esposti nella forma compositiva di Dyens. Il ritmo in tal caso non è tradotto in velocità bensì in intelligibilità degli accenti, e ciò rende ancor più apprezzabile l’opera nel suo complesso.


Altro caso è invece l’interpretazione del Nocturnal di Britten in cui, associata alla costante meticolosa lettura v’è spesso l’uso di un tocco omogeneo e moderato dal punto di vista dei volumi che tuttavia esplode nei punti notevoli della composizione in cui le tensioni raccolte vanno a sprigionarsi, quali l’Agitato e l’Ansioso.


Nell’Ansioso, in particolare, Feri affronta la lettura delle quartine e dei ribattuti in maniera molto più brouweriana che britteniana (del resto il Nocturnal(1963) fu composto solo pochi anni prima di Canticum(1968) o Parabola(1973) quindi è più che naturale che si possano rinvenire punti di incontro sebbene in due contesti compositivi diversi), rendendo invece l’anafora sonora della Passacaglia, imitazione delle prima battute d’accompagnamento di “Come, heavy sleep” di J.Dowland, molto vicina alle peculiarità timbriche di un liuto, quali il tocco smorzato delle corde di budello, che rende quelle ripetizioni sotterranee ma ancor più terrificanti e perentorie, come nel testo l’incombere della notte, sinonimo di morte (“Come, heavy sleep the image of true death”v.1).


Sembra, da come sono stati disposti i brani nell’album, che quelle glaciali ripetizioni del Nocturnal costituiscano il vero tema di tutto il lavoro di Feri, al di là dell’indubbia centralità del brano che del resto dà il nome allo stesso disco.


Nel Nocturnal after John Dowland  op.70 il chitarrista triestino riesce a riunire tutte le mille raffinate sfaccettature delle sue interpretazioni. Egli riesce a mascherare il proprio suono facendolo sembrare contemporaneamente il più freddo ed espressivo possibile, stimolando l’ascolto verso un recupero dell’emotività associata al timbro dello strumento.


Il lavoro di Marko Feri affronta i limiti e le possibilità della chitarra dal punto di vista di un filologo del suono, in cui più che prevalere lo stimolo verso un’esecuzione plateale, prevale il senso di veridicità rispetto al carattere del repertorio in funzione dello strumento.


Il suono, schietto e spoglio d’ogni esagerata rielaborazione, risulta formalmente sincero e vero,  spontaneo nella sua oggettività.
Vivo. Anzi, Vivo (2014).



C.C.