I maestri della chitarra

Giulio Tampalini

Castelnuovo-Tedesco - 24 Caprichos de Goya

Michelangeli Editore, SEICORDE, SEI 107, 2011, DDD










I 24 Caprichos de Goya para la guitarra op.195 di Mario Castelnuovo-Tedesco sono uno dei lavori più emblematici non solo del poderoso catalogo del compositore fiorentino, ma dell’intera letteratura novecentesca della chitarra.


Si tratta di un ambizioso e ampio progetto compositivo comprendente 24 brani, raggruppati in 4 volumi, che si ispirano all’altrettanto emblematico ciclo di raffigurazioni a stampa intitolata Caprichos del pittore spagnolo Francisco Goya.


In questo ciclo, comprendente 80 incisioni realizzate con varie tecniche, Goya raffigurò, in maniera quasi visionaria, un’allegoria e una metafora delle miserie, dei vizi e delle aberrazioni del vivere quotidiano.


Le incongruenze e le stravaganze, dovute all’ignoranza e a consuetudini ormai radicate e accettate dalla società civile, sono alla base di grotteschi e sferzanti quadretti, nei quali il pittore ritrae la quotidianità, ma anche i “mostri” generati dall’animo umano nella dimensione del sogno e dell’allucinazione.


Insomma un capolavoro pittorico, che non deve aver lasciato per nulla insensibile Castelnuovo-Tedesco, al punto tale da affidare a questo ciclo l’ispirazione di quella che – a detta dello stesso compositore – è la sua “opera chitarristica più ambiziosa”. I 24 Caprichos del musicista fiorentino partono dall’autoritratto con cui si apre il ciclo pittorico, Francisco Goya y Lucientes, pintor, che nell’immaginazione musicale di Castelnuovo-Tedesco si traduce anch’esso in una sorta di personale autoritratto in musica.


L’esordio dell’opera è rappresentato, infatti, da una sorta di affermazione dell’identità artistica del compositore, tratteggiata con alcuni degli stilemi peculiari dello stile di scrittura del musicista: a seguire si snoda, poi, l’intero ciclo chitarristico, il cui complesso e lungo sviluppo viene a toccare i registri più vari.


In che modo Castelnuovo-Tedesco si ispiri e si identifichi nei quadretti di Goya prescelti non è dato sapere.


Il compositore nella sua autobiografia, infatti, ci dà solo qualche debole indizio, dicendo che in realtà l’opera si rifà stilisticamente in primo luogo alla musica spagnola, intendendo per essa non tanto i luoghi comuni o i quadretti oleografici in stile, ma più che altro il rimando ai suoi ritmi di danza e atmosfere, presi in prestito anche dalla coeva musica settecentesca francese (Minuetto, Gavotta, Riguadon, etc.), tanto di moda nella Spagna all’epoca di Goya.


Invero, ad una prima analisi, la raccolta sembrerebbe più che altro l’occasione per far emergere ancora una volta la poliedrica e sfavillante invenzione compositiva dell’autore.


Si tratterebbe, infatti, di una sorta di “ripensamento” e di “immedesimazione” in musica, non tanto del singolo quadretto proposto da Goya, ma dell’intero spirito che aleggia nel ciclo pittorico, rivissuto quasi come se il compositore stesso riflettesse in prima persona sui medesimi argomenti di cui si è servito Goya, per tirarne fuori una propria amara e ironica rappresentazione in musica.