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Recensioni scelte

di Paola Troncone

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Manuel Ponce


Il riferimento è ad autori dello spessore di Torroba, Turina, Ponce, le cui opere si connotano quale “musica moderna” e quindi, secondo un diffuso luogo comune, a cui il giudizio di Terzi non si sottrae, musica ostica, complessa, pressoché incomprensibile, e in ogni caso ai limiti del piacevole (“sta però il fatto che tentativi di musica moderna portata davanti al pubblico da sommi concertisti, non hanno mai profondamente convinto nemmeno gli intellettuali”, p.23).


L’idea che la musica “moderna” sia una pillola amara di cui il pubblico farebbe volentieri a meno prende il sopravvento, avvalorata dalla constatazione che la chitarra “per sua natura ha un carattere spiccatamente romantico” (p.23) e, in quanto tale, poco adatta ai nuovi linguaggi a meno che non si voglia “chiedere allo strumento più di quello che possa dare”. 


Il dibattito continua negli scritti degli altri collaboratori della rivista animando una “querelle” in cui si fronteggiano due rivali, la musica ‘antica’ e la musica ‘moderna’ attraverso un aperto quanto serrato scontro tra i sostenitori dell’una e dell’altra.


Nella seconda sezione (“Il repertorio chitarristico dell’epoca”) è di rilievo lo scritto intitolato “Contro il “chiaro di luna” chitarristico, a cura di Rezio Buscaroli, con riferimento all’aspetto che connota buona parte delle opere scritte per chitarra nell’Ottocento, e cioè il trattamento della melodia legato a filo doppio “a un forte concetto del cantabile, dell’orecchiabile, del ‘motivo filato’ con passione”, per cui nei programmi da concerto abituali si va dalla “serenata sentimentale al preludio ‘arioso’, alla quasi –romanza, quando non sia valzer”, alla “pastorale, alla sinfonia d’effetto, al ‘pezzo’ suddiviso in parti ben distaccate e colorite” (p. 80).



Il mantenersi fedeli a una tradizione di questo tipo, le cui figure di riferimento comprendono soprattutto i compositori dell’Ottocento spagnolo, ha prodotto un’estatica indifferenza da parte della chitarra e della musica per chitarra verso tutto ciò che li circondava in campo musicale, fino al punto da -- e qui Buscaroli ci va giù pesante -- non aver tratto “alcuna proficua esperienza […] dalla profonda riforma wagneriana, ad esempio, o debussyana; o dai caratteri originali di tanti altri musicisti moderni”; oltre ad aver sostanzialmente ignorato “quell’astro di prima grandezza che ha nome Giuseppe Verdi” (ibid.).


In definitiva, l’Autore conclude dichiarando che dalla musica antica rinascimentale e secentesca si potrebbe, e si dovrebbe spiccare un volo per arrivare direttamente alla musica ‘moderna’, in particolare quella di Castelnuovo-Tedesco.


Giovanni Murtula


Interessante come a queste affermazioni seguano una serie di risposte sia da parte di abbonati (dato davvero sorprendente e più che moderno, riguardo all’editoria!), che da parte di addetti ai lavori come il compositore Giovanni Murtula, il quale da un lato si associa alla crociata portata avanti da Buscaroli per un affrancamento della letteratura chitarristica dai dogmi del passato, ma, dall’altro, rifugge dal “ghiaccio del cerebralismo” di un certo “modernismo contemporaneo” (p. 92), affermando che “certe esperienze nel campo dell’arditismo cromatico non sono consentite alla chitarra, che è ricca di risorse, sì, ma a condizione che si consideri tale ricchezza in senso relativo (estensione, sonorità, impostazione dello strumento, limitate possibilità fisico-meccaniche del chitarrista, chiunque esso sia…)” (p.92).


Di fronte a prospettive di questo tipo ovviamente non c’è da aggiungere nulla, se non osservare la difficoltà dell’ascolto dello stile raffinato, un po’ manierato e arcaicizzante della musica chitarristica del  primo Novecento, peraltro rigorosamente tonale nella maggior parte dei casi, per chi era radicato in una visione musicale costellata di sguardi retrospettivi, commemorazioni del passato e nostalgiche meditazioni. Tuttavia, resta convincente il tentativo dei collaboratori de “La Chitarra” di ricollocare l’esperienza musicale nella dimensione di una fruizione critica e  intelligente, senza ridurre l’intero processo musicale, dalla composizione all’esecuzione alla ricezione, a un mero e acritico godimento. 


Va piuttosto aggiunto che al giorno d’oggi, dove la lettura on-line tenta di sostituirsi al libro cartaceo, il merito di pubblicare gran parte della rivista è grande, in quanto il ritorno ad una lettura old-style ci porta a considerare in maniera non superficiale il significato, all’interno di un’epoca, di una rivista di “sconfinamento”, nel senso proprio che all’interno delle sue pagine, gli scritti (sia letterari che musicali) si fanno politica, la fotografia racconto, in una parola la musica si fa immagine. Un’occasione dunque da non perdere, auspicando anche per il futuro la riscoperta e la riproposizione di testi che ci aiutino a comprendere la ricchezza e le ambivalenze della modernità.


P.T.