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di Paola Troncone

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Alirio Díaz. Il chitarrista dei due mondi

Traduzione e postfazione di Angelo Gilardino

Autore: Alejandro BRUZUAL

Formato: 14,5x21

ISBN: 9788863951707

Pagine: 240

ED. CURCI (Vai al Link)


Il volume su Alirio Díaz. Il chitarrista dei due mondi (Milano, Curci, 2014, pp. 240), costituisce la prima biografia in lingua italiana sul grande chitarrista venezuelano. L’Autore, Alejandro Bruzual (Caracas, 1957), è poeta, insegnante di chitarra e  professore di Letteratura latino-americana presso la Scuola delle Arti all’Università Centrale del Venezuela. Angelo Gilardino, che ha curato la traduzione, è autore di una postfazione. 


Il volume, la cui primissima stesura risale al 1995, ed elaborata con la collaborazione dello stesso Díaz, “che fornì buona parte del materiale e molte ore di interviste e conversazioni” (p. 5), è stato pubblicato in Venezuela solo nel 2001, a carico esclusivo di Bruzual in un’edizione limitata on demand,, che ora non è più distribuita. Fu insignito del Premio Municipal de Música, rilasciato dal sindaco di Caracas.


La versione italiana si presenta in una veste riveduta e corretta, nonché  arricchita con un cospicuo apparato di note, che fornisce delucidazioni sul contesto politico-sociale venezuelano, rendendone più comprensibile la lettura ad un pubblico lontano dal mondo latino-americano.


Va anche ricordato che Díaz scrisse  e pubblicò nel 1984, Al divisar el humo de la aldea nativa (Scorgendo il fumo del villaggio natio), una sorta di autobiografia, che tuttavia ricostruisce solo la prima parte della sua vita, quella legata all’infanzia. Molti stralci di essa confluiscono però in questo testo, che assume così una duplice veste.


Da una parte infatti il volume si presenta come un saggio, in cui l’esposizione a tratti  non è molto accattivante, appesantita da qualche data e descrizione di troppo, con uno stile quasi enciclopedico, data l’approfondita conoscenza dei materiali e delle fonti, che vengono esaminate spesso in modo frenetico; dall’altra, sotto forma quasi di diario, valorizza le parti  autobiografiche e ha il merito di farci conoscere i testi delle molte interviste rilasciate da Díaz
nel corso del tempo; e ancora, lettere, opuscoli e raccolte di recensioni; note dei dischi e materiali audiovisivi; nonché scritti dello stesso Díaz e di intellettuali, critici e musicisti che sono venuti a contatto con lui; e qui la trattazione è resa più viva e partecipe.


Lo scopo che sottende tutto il lavoro è , come dichiara l’Autore, quello di “storicizzare la vita chitarristica nazionale”(p. 7) attraverso una ricostruzione dei fatti della vita musicale e culturale del Paese, a partire dagli anni ‘40 del Novecento, che vide protagonisti, accanto a Díaz, personalità artistiche importanti, quali Antonio Lauro, Raúl Borges, suo primo maestro di chitarra, e intellettuali come  don Cecilio Zubillaga, suo principale mentore e sostenitore. Leggere la vita di Alirio Díaz è, dunque, come compiere un viaggio nelle viscere della cultura sudamericana e questo lavoro ci fa capire approfonditamente almeno due dei suoi amori: il Venezuela e la chitarra.


Guardando la fotografia presente nel libro che ritrae Díaz affacciato alla finestra della sua casa natale con le mura di bahareque e il tetto intrecciato con foglie di pianta grassa, in quell’assolato villaggio situato in una regione del Venezuela, lo stato di Lara, torturato dalla siccità, a cinquecento chilometri da Caracas,  l’immaginazione corre veloce al piccolo Alirio e ci si sente parte della luce calda delle ore dei giorni trascorsi in quel luogo dove non c’è nulla, se non il colore e gli odori della terra.


Non siamo a Macondo; alla Candelaria c’è una presenza di suoni, accordi ‘di natura’ che si animano nelle musiche suonate con il cuatro e la chitarra dalla gente del posto: “la  Candelaria, come tutto lo stato di Lara, si caratterizzò per il ben noto talento musicale dei suoi abitanti e per la loro naturale inclinazione verso la chitarra” (p.13). Eppure, questo  suo essere sospesi tra cielo e  terra, nella sua equidistanza dagli elementi contaminanti del mondo (fino a quando non fu letteralmente travolta da quell’invasione uraganica che fu il boom petrolifero degli anni ‘70 del secolo scorso) e, più che mai, dalla cristallinità dei cieli dove albergano gli dei, ci ricordano i luoghi cari a Márquez.


In questo mondo che, a dispetto di tutte le coordinate date, vive  un isolamento geografico, dove i poveri sono davvero poveri, nasce e vive la sua infanzia  il giovane Díaz, classe 1923, ottavo figlio della famiglia campesina di Pompilio Díaz González e di Josefa Leal Álvarez.