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di Paola Troncone

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Angelo Gilardino

Andrés Segovia. L’Uomo, l’Artista

Milano, Edizioni Curci, 2012, pp. 256.




Pubblicato in coincidenza del venticinquesimo anniversario dalla scomparsa dell’artista e, oggi, nella ricorrenza dei centoventi anni della nascita, il  volume costituisce a nostro avviso la più completa tra le biografie in commercio su Segovia. Infatti, sia quelle recenti  ̶̶̶̶ i due volumi curati nel 2009 da Alberto Lopez  Poveda -- che quelle precedenti, l’una del ‘97 in inglese ad opera di Graham Wade e l’altra, un’autobiografia, pubblicata nel 1976 per un editore nordamericano, che si ferma però agli anni ’20, non  danno risposta ad una domanda, quella fondamentale pensata da un giovane chitarrista di oggi: “chi era Segovia?”. 


L’Autore del presente volume è una figura poliedrica: chitarrista, didatta, compositore, rappresentante della chitarra nel mondo. Se da una parte Gilardino non si considera né seguace, né allievo di Segovia, ma piuttosto  un affezionato e attento studioso, dall’altra la competenza “interna” che  ha acquisito è suggellata dall’assunzione, fortemente voluta dagli eredi di Segovia della direzione artistica della Fondazione di Linares, la cittadina andalusa dove il grande chitarrista era nato, e dalla presa in esame di una quantità di documenti di estrema importanza. 


La caratteristica del libro risiede in un incarnarsi progressivo come in un romanzo dell’anima, la cui trama coincide con la vita ‘autentica’, vera ed emotiva del protagonista. La penna di Gilardino svela al lettore il volto meno conosciuto di Segovia, attraverso una storia fatta di luoghi, di situazioni, di piccoli e grandi avvenimenti inerenti la sua vita.


Dal clamore rumoroso che si sprigiona nell’attesa del pubblico del mondo intero, fino all’intimità dell’appartamento  di Avenida Concha Espina, in cui si spense il 3 giugno del 1987 alle ore 7.30 del mattino,vegliato dal figlio Carlos Andrés, la cui nascita, quando il Maestro aveva 77 anni, era stata salutata quale “benedizione celeste”  da lui e dall’amatissima Emilita, la  giovane senorita dalla chioma corvina e dallo sguardo luminoso come i cieli di Castiglia che poco più che adolescente, nel ’55, aveva frequentato assiduamente i corsi estivi, da lui tenuti, alla Chigiana. L’unica donna che gli avesse dato quella serenità familiare a lungo anelata e consacrata finalmente davanti all’altare nel 1980. L’ultimo recital Segovia lo tenne qualche mese prima a Miami alla veneranda età di novantaquattro anni.


Gilardino biografo non viene mai risucchiato nel vortice dell’esaltazione e, anzi, scrostando ruggini mitografiche, con sguardo critico e nello stesso tempo, delicato, ci regala spunti e riflessioni  su quella che è stata  la svolta e il conseguente sviluppo della storia della chitarra nel Novecento. Il sottotitolo del libro, ‘l’uomo, l’artista’, porta alla sintesi dei due elementi attraverso un criterio di alta leggibilità che viene assegnato anche ad un modello d’impaginazione privo di capitoli, con una larga prevalenza delle coordinate di luogo e  di tempo incorporate nell’immediatezza discorsiva.


La narrazione si alterna a pagine autobiografiche dello stesso Segovia, o al movimentato e ricco carteggio (in particolare, tra lui e Ponce) che ci portano ad affermare che ci si trovi di fronte ad un libro detto oltre che scritto.


Per Gilardino, Segovia era un sapiente, un sapiente della terra, era, secondo un termine spagnolo un ‘alumbrado’, colui che professa il rifugiarsi in se stesso, a colloquio con la propria anima, in contatto diretto con Dio; un uomo che aveva una visione ampia e complessa, sapienziale per l’appunto del mondo, della quale la chitarra e il suo suono erano l’espressione ultima, ma che aveva radici filosofiche e artistiche profonde.


La  prima questione che viene affrontata è quella che riguarda la collocazione temporale di un fenomeno come quello di Segovia. Ebbene, Gilardino considera come  la sua lezione, non solo da un punto di vista strettamente musicale ma culturale in senso più ampio, sia ancora molto attuale anche per le nuove leve chitarristiche.


Nel toccante prologo in forma di epistola, che costituisce la prefazione all’opera, l’Autore, rivolgendosi con il Lei a Segovia, scrive: “Io credo che la Sua lezione, letta senza l’inganno delle passioni e depurata di ogni falsità, possa essere loro maestra” (p.4). E continua dichiarando la sua volontà di gettare luce, in particolare, sul periodo giovanile del chitarrista spagnolo, in quanto meno conosciuto e, a suo avviso, di enorme importanza per comprenderne la cifra interpretativa e, più in generale,  la poetica.


Ripercorrendo le tappe significative del percorso artistico e umano di Segovia, un primo punto di rilievo è dato dal rapporto con la figura di Francisco Tarrega, morto nel 1909; si tratta ovviamente del rapporto, che potremmo meglio definire scontro, con i seguaci di Tarrega; quando nel 1915 Segovia andò a Valencia, fu accolto in un primo momento con estrema diffidenza; tuttavia, quando alcuni componenti della cerchia dei seguaci di Tarrega lo ascoltarono, rimasero allibiti per la maestria e il talento del chitarrista andaluso.

 


Ma è il 7 aprile 1924 uno dei momenti più importanti per la carriera di Segovia: quello del debutto in una Parigi nel pieno dello scoppiettante fermento di quegli ‘anni folli’, veloci e fecondi in cui tra le atmosfere liberali e mondane della Ville Lumiere, nei teatri, nei caffè e nelle gallerie d’arte  s’intrecciarono le principali tendenze artistiche del Novecento. 


Gilardino ricorda come Segovia si fosse presentato con un programma diviso in tre parti (lui usava così, ma non c’era questa convenzione nei concerti per altri strumenti), partendo dallo specifico compiuto linguaggio di Sor, passando per quegli autori spagnoli che “avevano già sottoscritto il suo appello per il nuovo repertorio (Moreno-Torroba e Turina)”, per concludere infine, dopo essersi prostrato “all’epicedio debussiano di Falla”, con delle trascrizioni “da quella musica spagnola in cui il pianoforte evoca una ideale chitarra: manovra perfetta”(p.97). Dunque, a 30 anni, Segovia suonava già quella che poi diventerà musica ‘segoviana’. 


Questo concerto marcò la distanza che c’era tra lui e tutti gli altri chitarristi che lo avevano preceduto. Infatti,  fa notare Gilardino  che la chitarra a Parigi non era una ‘parvenue’, un’ultima arrivata; al contrario, si fondava su una tradizione che era alle sue spalle, che andava da Mozzani a Llobet, senza dimenticare Pujol che risiedeva lì dal 1922.