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di Paola Troncone

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Glenn Kurtz

Suite per chitarra sola. Il ritorno di un musicista alla musica

tr. it. Torino, EDT, 2010, pp. 188.



Se questo scritto appartenesse agli anni ’30 del secolo scorso e il suo Autore provenisse dal cuore dell’Europa tra le due guerre, (tra l’altro il cognome Kurtz evoca proprio le macerie del vecchio impero crollato nel 1918), ebbene, Suite per Chitarra Sola potrebbe essere il contributo di un intellettuale in crisi che trova la strada della purificazione per il tradimento verso l’arte in nome di una visione più alta e comprensiva del suo ruolo.


Ma Glenn Kurtz, in realtà, è americano fino al midollo e il suo modello non è di certo l’Aschenbach di Thomas Mann quanto piuttosto  il Marlon Brando di Apocalypse now, e, ancor di più, il tanto celebrato Forrest Gump. Perché?


Perché l’America ha la capacità di trasformare anche le scorie di una rinuncia in perle di saggezza, (e ce ne vengono dispensate tante in questo volume!), come il colonnello Kurz trasformava il napalm in musica di Wagner, o Forrest Gump la propria emarginazione nel trionfo. Ma veniamo al libro, cercando innanzitutto di ricostruirne la vicenda ponendola nel suo ordine cronologico.


Kurtz  ci racconta  gli esordi della sua esperienza a partire dal 1970, quando a soli otto anni, (il limite di età per l’iscrizione era di dieci anni), venne preso al “Guitar Workshop”, una scuola di chitarra classica sorta a Great Neck, Long Island. Se l’atmosfera da “giovane America” sembra avvolgere i corsi di quest’istituto, tuttavia emergono nel vissuto dell’adolescente Glenn le prime curiosità a partire da ascolti “ispirati” di una sinfonia di Beethoven che gli rivelano una visione della vita che coincide con quella che appare nella musica e mediante la quale è possibile intravedere le “possibilità sconfinate”(p. 24) della realizzazione di un individuo. E traspare qui il convincimento di avere attinto la verità e di essere, dunque, un vero Musicista.


La permanenza al New England Conservatory di Boston, la più antica scuola di musica indipendente americana, fondata nel 1867, trentotto anni prima della celebre Juillard School, mantiene ancora vivo l’entusiasmo, con descrizioni di giornate all’insegna dell’esercizio e della competitività. E Kurtz ci presenta il suo insegnante di chitarra come chi, agli occhi di tutti, ce l’aveva fatta, nel senso che aveva raggiunto “quella misteriosa apoteosi chiamata carriera da solista” (p.47).


E qui assistiamo alle prime incrinature della perfezione: la prima lezione di strumento, al di là di tutte le aspettative, fu disastrosa, al punto da considerare che “in un quarto d’ora ero precipitato da chitarrista da concerto a principiante”. A questo punto, l’ormai maturo Glenn riflette su come i divertimenti del Guitar Workshop nascondessero dei limiti, come quello di rafforzare le dita facendo studiare la tecnica con l’uso della sordina da una parte, ma, dall’altra, facendo irrigidire la spalla, l’avambraccio destro, i muscoli del collo e della mano.


Come uscendo da una fiaba, Kurtz si accorge che “nemmeno una nota era nitida”(p.46). Bisognava ricominciare tutto da capo. Infatti, osserva l’Autore, quando non si è consapevoli di ciò che fa il proprio corpo, si va incontro all’acquisizione di atteggiamenti posturali sbagliati. La scoperta di essere schiavo, succube di una serie di esercizi, scale e arpeggi svolti in modo routinario, porta ad una nuova consapevolezza, che cioè per migliorare si devono riuscire ad abbandonare tutte le vecchie abitudini.