Heitor Villa-Lobos

Douze Études, pour guitare seule

Edizione critica di Frédéric Zigante

Durand-Salabert-Eschig, Parigi, 2011, pagg.52 + commentario



Ci sono delle opere che nascono già “mito” e che non smentiscono questa peculiarità nel corso di tutta la loro storia. È questo il caso certamente della celeberrima raccolta dei Douze Études di Heitor Villa-Lobos, opera emblematica e basilare nella storia moderna della chitarra, le cui lunghe e complesse vicissitudini editoriali sono state pari a quelle della stessa complicata e estrosa gestazione artistica.


Nati quasi per caso - secondo un aneddoto riferito dallo stesso Villa-Lobos - dopo un fortunoso e “duro” incontro-scontro avuto tra il compositore e il giovane Segovia nei salotti parigini agli inizi degli anni ’20, i Douze Études furono il frutto di quella che poi si tramutò in una profonda amicizia tra i due artisti, dopo gli iniziali “dissapori” (Segovia, nei primi tempi, in particolare, criticava – senza farsene scrupolo di dichiararlo pubblicamente anche allo stesso Villa-Lobos - una certa primitività e rozzezza nella scrittura chitarristica del musicista brasiliano!).


Pare che Segovia, al rinsaldarsi dell’amicizia, avesse chiesto all’amico uno Studio: Villa-Lobos, con una certa boria, tipica del suo carattere, rispose presentando al celebre chitarrista un ciclo di ben 12 Studi, e –diremmo noi - che Studi! Fin qui gli aneddoti tramandati, ormai difficili da verificare.


Come siano andate le cose per davvero, sta di fatto che gli Studi ebbero una prima stesura completa nel 1928 proprio a Parigi, quando il compositore li consegnò insieme ad altre sue opere (tra cui la Suite populaire bresilienne) alle edizioni Max Eschig per la pubblicazione.


Nel frattempo Villa-Lobos, tornato in Brasile, non ebbe più occasione di ritornare in Francia, in quanto per vicende politiche intercorse (un colpo di stato militare) gli fu impedito di espatriare. È l’inizio di una vera e propria epopea che vede l’editore francese non pubblicare le opere, il compositore perdere i suoi primi manoscritti francesi e riscrivere gli Studi negli anni successivi accavallando numerose stesure di nuove versioni basate su vecchi appunti originali (di cui si ha testimonianza in vari manoscritti rimasti a lungo “nascosti”), ed infine, la definitiva pubblicazione dell’intero ciclo avvenuta nel 1953 sempre per la Max Eschig, sotto gli auspici dello stesso Segovia (che ebbe gli Studi in dedica e firmò le note di copertina), il tutto a più di 25 anni dalla reale gestazione dei lavori!


È chiaro che con una storia così lunga e contorta, le pagine arrivassero alle stampe in una veste a dir poco enigmatica, con tutto un fardello di punti dubbi e irrisolti, la cui soluzione ha tormentato per decenni gli studiosi e gli interpreti di tutto il mondo.


Errori di copia e di stampa, unitamente a indicazioni criptiche e dubbie di segni e simboli, hanno fatto sì che si sviluppasse tutta una dietrologia con tanto di studi analitici e di interpretazioni e correzioni, il tutto senza prove reali (testi originali e quant’altro), ma in base solo a supposizioni “accademiche”.