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di Elisabetta Falcioni

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Giulio Tampalini

Finalmente ho perso tutto


Autore: Giulio Tampalini e Marcello Tellini, Prefazione di Angelo Gilardino, Introduzione di Filippo Michelangeli

Postfazione di Omar Pedrini



Anno ed.: 2015

Collana: SoundCiak

Pagine: pp. 128

Formato: 140x21,5 mm

Rilegatura: Brossura (copertina morbida)

ISBN: ISBN 978-88-6861-100-2

Codice: LB 24

ED. Infinito (Vai al Link)








UN CHITARRISTA SOCIAL ROCK:

GIULIO TAMPALINI SI RACCONTA


“Ogni storia che si rispetti ha un inizio e una fine. Questa comincia con un orologio nero…”.

Finalmente ho perso tutto, di Giulio Tampalini e Marcello Tellini, si presenta subito come un libro misterioso, destinato a stupirci. L’incipit ci fa pensare a un giallo, a un thriller, magari a un romanzo gotico alla Edgar Allan Poe.


Abbiamo tra le mani, invece, un libro carico di felicità, un inno alla vita attraverso quella di Giulio Tampalini, uno dei più grandi chitarristi italiani a livello nazionale e internazionale – tra i suoi meriti il Premio delle Arti e della Cultura 2014, oltre 25 dischi solistici all’attivo e l’onore di aver suonato per il Papa in Vaticano –  che si racconta all’amico Marcello Tellini, di professione medico, chitarrista per passione, che ha compiuto la mission impossibile: fermare, almeno su carta, questo grande artista.


Un’autobiografia? No, Giulio ha quarant’anni, tante strade battute ma altrettante ancora da percorrere, non è possibile mettere un punto fermo ora. Per dirla con le parole del grande Maestro Angelo Gilardino “la riflessione esige la sosta, e Tampalini fermo, io, che lo conosco da quand’era adolescente, non l’ho visto mai”.


Finalmente ho perso tutto è come una power ballad, una storia, quella di Tampalini, con riflessioni profonde e spunti di vita che si realizzano in dodici capitoli di sfumature, – lo stesso numero dei semitoni, non a caso – ognuno con un titolo evocativo e con un sottotitolo che indica al lettore il “modo” di leggerlo: “Vigoroso ed energico”, “Con fuoco”, “Maestoso” e così via.


“Leggere questo libro assomiglierà a compiere un viaggio in auto o in aereo con l’artista sempre disposto a parlare con voi, e con lo sguardo rivolto al prossimo concerto. Sorvegliando l’orizzonte, vi darà tutto quello che ha, meno che la sua voglia di restare: quella, proprio gli manca”. (Angelo Gilardino, chitarrista, compositore, massimo esperto di Segovia).


Con Finalmente ho perso tutto il lettore è tutt’uno con Giulio e avrà risposta a tutte quelle domande che vorrebbe porgli alla fine di un concerto, o davanti a una buona bottiglia di rosso. Come si diventa artista? Chi è l’uomo dietro la chitarra che, come dice Filippo Michelangeli, direttore di Suonare news e Seicorde, “parla, spiega, racconta agli spettatori i brani che si accinge a suonare, coinvolgendo il pubblico in un fiume di parole e di note che diventano un ponte immateriale per unire l’isola di chi suona all’isola di chi ascolta”.


Nel libro incontriamo Giulio bambino e l’orologio nero, quello che guardava con desiderio affinché finisse la lezione di chitarra. Lui voleva cantare! Poi l’innamoramento per le sei corde e i compiti fatti a scuola tra un’ora e l’altra per poter suonare ore e ore nella sua cameretta, tra spartiti e guantoni. Sì, perché scopriamo che Giulio era una promettente stella del calcio bresciano. Un portiere, ruolo di artisti, come Albert Camus e il grande violinista Salvatore Accardo, anch’essi tra i pali prima di diventare rispettivamente scrittore e musicista.


Poi gli anni del Conservatorio, gli studi, i concorsi vinti, uno su tutti il trampolino di lancio, quello di Lagonegro, – Black Lake il capitolo dedicato – i viaggi all’estero e perfino – difficile a dirsi di uno come Giulio – le difficoltà, superate con un ritrovato “equilibrio della forza” in stile molto orientale. Infine i desideri e le passioni di un adolescente che sta diventando un professionista. Un “eterno insoddisfatto” come si definisce lui stesso, un artista che “scorre” costantemente come il fiume di Eraclito. In eterno cambiamento, sempre a migliorarsi. È così che si diventa grandi.


Omar Pedrini, leader dei Timoria, definisce Giulio “un artista di musica classica nell’era di Facebook” con il rock nel sangue. Un chitarrista social rock quindi, con la voglia di rivoluzionare. Cosa? Tutto. Il termine “musica classica” e non solo. “Nei Conservatori il rock dovrebbe essere materia obbligatoria” sostiene Giulio “e quel ‘palazzo con il nome sbagliato’ perché non lo chiamiamo Scuola di Felicità per Talenti Luminosi della Creatività?”.


Non si può concludere meglio che con le parole del suo compagno d’avventura, Marcello Tellini. Da spettatore, Marcello assiste a uno dei concerti di Giulio, tra brani di Aguado, Ginastera e…la Ciaccona di Bach. Nel capitolo “Sipario – Vivace e animato” ci regala con stile coinvolgente e sconvolgente l’emozione unica che si prova al termine di un’esibizione di Giulio.

Ecco il mistero svelato. Ecco chi è Giulio Tampalini.


“Tutti, senza distinzione di razza, religione, ceto sociale, cultura musicale o sesso, sono in assoluto silenzio. Ognuno trattiene il respiro per non rovinare l’atmosfera. Se i minuti in cui ha suonato sono stati quattordici o tre o settanta non lo saprei dire, il tempo in quella chiesa s’è fermato. L’ultimo “re” si è affievolito nel silenzio, senza che nessuno osasse spezzare la magia. Solo il chitarrista, riaprendo gli occhi, ci ha riportato alla realtà.


Parte l’applauso. Giulio si alza, sorridente. Mentre abbraccia con lo sguardo la platea, per un istante i nostri sguardi s’incrociano. Sorride e fa un respiro profondo. Quello sguardo ha un significato preciso e adesso lo capisco anch’io: finalmente ha perso tutto”. (Marcello Tellini)


E.F.