NUOVA MUSICA PER CHITARRA
Rubrica di Musica di Ricerca per Chitarra

a cura di Sergio Sorrentino

sergioguitar@inwind.it

 

INTERVISTA a Stefano Taglietti


La potenza del gesto chitarristico

di Sergio Sorrentino


Stefano Taglietti (1965), compositore tra i più eseguiti ed attivi della sua generazione, ha dedicato alla chitarra una formidabile Sonata in tre tempi ed un riuscitissimo brano per chitarra elettrica:”Rocking Up”.

L’abbiamo incontrato per capire più a fondo il suo mondo poetico-compositivo ed il suo rapporto con le seicorde.



Come nasce il tuo interesse alla composizione chitarristica?


La chitarra, per varie e complesse ragioni, anche non strettamente musicali, è uno strumento in continua evoluzione.

Mi piacciono le potenzialità che esprime,  e anche quella possibilità di avvicinare più persone all’ascolto di nuovi lavori compositivi.


Mi interessa comunicare, ancora una volta, attraverso la commistione di caratteri e stili, in un unico linguaggio . La chitarra, in questo, ha molta importanza e, credo,  futuro.


Quali sono secondo te le peculiarità dello strumento ai fini compositivi?


Sicuramente gli aspetti timbrici, le possibilità di ottenere un  fraseggio molto vario, viste le numerose  strabilianti tecniche di esecuzione che con questo strumento si possono adottare. Colori che nascono sicuramente dagli aspetti tecnico-costruttivi , le possibilità di produrre l’armonia in tante differenti maniere. 


Adoro quelle prassi esecutive che  “totalizzano” la chitarra, facendola diventare percussione, canto, tensione, dolcezza, lontananza, grido lancinante, introspezione, cosmicità, energia.


La chitarra elettrica  è straordinaria,  anche attraverso l’uso di una tecnologia semplice, dei pedali ed effetti, anche tradizionali come distorsori, delay, e bow. Anche solo con pochi supporti, riesce a superare molti confini e può diventare tutto e il contrario di tutto. La chitarra elettrica può travestirsi in moltissimi convincenti modi.


Nella scrittura di un concerto, o di una sonata,questo strumento può far riflettere su molteplici aspetti della ricerca e della connessione culturale, che travalica quelli musicali, sconfinando addirittura nella politica, nella sociologia, nella letteratura, unendosi, finalmente, con tanti aspetti musicali, addirittura creando un significativo ponte temporale verso  quel repertorio apparentemente lontanissimo del 900 storico e dell’avanguardia.


Come definiresti il tuo stile?


La mia opera, come prospettiva musicale, vuole conquistare un linguaggio che non esclude nulla a priori.


La dimensione sonora è quella di un recupero, di una elaborazione della realtà culturale musicale contemporanea; recupero inteso anche come apertura nei confronti dei linguaggi sonori correnti, filtrati nella loro eterogenia poetica, e nella loro fusione con la tradizione musicale colta. La prospettiva del mio lavoro, è quella di cogliere, sistematicamente, la continuità fra  passato e una personale  percezione sulla realtà del mondo contemporaneo, del presente.


Uno dei tratti distintivi del mio lavoro compositivo, anche rispetto alle poetiche delle avanguardie storiche, e a quelle delle generazioni che mi precedono, è quello di utilizzare, reinventare materiali e elementi musicali, anche di lontanissime e diversissime derivazioni, in un linguaggio compatto e unitario; tenendo sempre conto, tuttavia, di un legame del suono teso verso la drammaturgia contemporanea.


Una differente stagione compositiva si sta, in realtà, compiendo da vari anni, ma è necessaria una nuova generazione di critici, preparata e pronta capire i cambiamenti e le condizioni culturali attuali.


Con il mio lavoro dico, e dimostro, da anni, ciò che teorizzo. Quello che faccio è documentato, realizzato, con decine di pubblicazioni ed esecuzioni. Una parte della critica italiana non capisce nulla e fraintende, non solo me, ma quasi una intera generazione di musicisti che stanno attraversando questo tempo con nuove strade.


A volte ritrovo, con sorpresa, “recensioni”, se così vogliamo chiamarle, sprezzanti, irrispettose, sommarie, da parte di gente che non conosce neanche le forme musicali e, men che mai ammetterebbe  le emancipazioni di queste forme. “Critici”, ex musicisti, impossibilitati alla professione di musicista, intrisi, qua e la, di musica e, peggio ancora, di “contemporaneismo” passatista, ma più che altro ignorante e sprezzante, che scrive di musica, ha spazio, non so come e perché, su giornali o riviste on web.


Personaggi provinciali e impreparati, con addosso la sindrome da pulpito, anche pericolosamente  arroganti, che nulla, o poco, sanno della vita e delle tensioni culturali contemporanee, che disprezzano ciò che non riescono ad afferrare, ciò che sfugge ai loro punti retorici e certi, pigri e stagnanti. Professorini puntuali che girano per i festivals, si siedono in teatro, senza sapere chi andranno a sentire, usando sempre e costantemente il loro spazietto per un compiacimento personale, per mettersi in mostra, e per poter finalmente esercitare un poco di potere.


In Italia la critica non esiste quasi più. E pochi sono in grado di leggere ciò che veramente accade in questo tempo. Tutto, o quasi, è in mano a personaggi umorali e di piccolo spessore. Riconoscere quanto sta accadendo, ora, alla musica contemporanea europea, è di estrema importanza. Ci sono pensieri, idee, concetti, mondi, visioni, creazioni, cataloghi e opere concrete, che non possono essere fraintese, o addirittura mediate, delegate, almeno  per l’informazione, o la nobile costruttiva critica,  a personaggi mediocri e fasulli.