“Heinrich Albert - Ausgewählte Werke für Gitarre solo”

AUREA VOX – 2009-4 (2006)

“Anton Stingl - Ausgewählte Werke für Gitarre solo”

AUREA VOX – 2014-4 (2014)


Andreas Stevens, chitarra



Il chitarrista tedesco Andreas Stevens, da anni apprezzato sia in campo concertistico e didattico, che in quello della ricerca (premiato nel 2012 al Convegno di Alessandria con la “Chitarra d’oro” per i suoi studi condotti sul repertorio chitarristico, nonché fautore insieme con Gerard Penn degli incontri chitarristici di Costanza, divenuti un punto di riferimento della ricerca musicologica chitarristica internazionale), ci presenta due sue valide e interessanti incisioni tratte dai suoi ultimi studi.


La prima registrazione, intitolata “Heinrich Albert - Ausgewählte Werke für Gitarre solo”, risale a qualche anno fa (2006) ed è interamente dedicata al chitarrista-compositore tedesco conterraneo Heinrich Albert, vissuto tra la fine dell’800 e la prima metà del ‘900 (nato a Würzburg nel 1870 e morto nel 1950), vero caposcuola e fondatore della scuola di chitarra in Germania.


Dopo un primo periodo della sua carriera musicale, nel quale il musicista si dedicò principalmente al violino e al corno (fu cornista nelle fila della Kaim Orchestra, divenuta poi Orchestra Filarmonica di Monaco), Albert a partire dal 1892 si rivolse come autodidatta allo studio della chitarra, aiutato in questo agli albori del nuovo secolo anche da Luigi Mozzani.


Abbandonata, poi, l’attività orchestrale decise di dedicarsi a tempo pieno alla chitarra, rivolgendosi all’insegnamento (una delle sue allieve più illustri fu Luise Walker) e all’attività concertistica, in particolare a quella cameristica, fondando un quartetto di chitarre che, come il quartetto d’archi, era formato da chitarre di differenti estensioni.


Alla chitarra affiancò, inoltre, l’attività di direttore di orchestre di mandolini. Ma la sua figura è rimasta particolarmente legata in Germania alla sua opera di diffusione e valorizzazione della chitarra, che perseguì anche nelle vesti di compositore di un cospicuo corpus di opere didattiche e da concerto, nonché di musiche da camera.


La sua opera si rivolse, inoltre, alla trascrizione e alla riscoperta del repertorio chitarristico originale, in particolar modo a quello cameristico dei maggiori maestri ottocenteschi dello strumento.


Apprezzato da critici e musicisti della sua epoca, Albert ha lasciato un nutrito ‘corpus’ di opere didattiche contenute in numerosi volumi, che Stevens dopo anni di oblio (si tratta in pratica di prime incisioni) ci ripropone in questo album, impaginate in una ricca selezione (22 tracce, di cui l’ultima contenente un curioso remix audio “antichizzato” – con tanto di fruscio, suono nasale e rumori di graffi stile vecchio 78 giri! - di uno dei brani in programma, Am Springbrunnen).


A emergere è subito l’ecletticità del compositore, che sembra nella sua produzione spaziare tra i tre cardini compositivi per chitarra dell’epoca, la Scuola spagnola, quella italiana e la tedesca, distinguendosi però sempre per una originalità di intenti.


I brani scelti da Stevens sono per lo più pagine non molto ampie (solo poche tracce superano i 5 minuti di durata), in gran parte assimilabili a fogli d’album o a studi da concerto.


Un gruppo di lavori (Elegische Mazurka, Maurische Scharwache) sembra più apertamente rifarsi alla Spagna ed in particolare alla lezione di Tárrega (l’esordio della Elegische Mazurka si muove quasi ai confini del plagio della celebre mazurka tarreghiana Marieta!), mentre in altri la lezione italiana è più riconoscibile (Nocturne, Italianisches Lied).


Lo stile mitteleuropeo-viennese di ascendenza classica è, poi, ben rappresentato dai valzer Altelwiener Walzer Idylle e Walzerfantasie e dalla piccola miniatura del Menuet in G dur o in Ein Traum (Waldrauschen) Etüde.


Singolare anche la presenza di un brano, Altspanisches Lied, che altro non è se non che le celebri Feste Lariane di Mozzani in una versione leggermente rielaborata (attribuito correttamente in copertina - dall’estensore del libretto – in compartecipazione a Albert e al musicista sudamericano J. Sancho, in realtà il vero autore della pagina – n.d.r. ricordiamo però che sia Mozzani, che Albert e Sancho si erano in realtà ispirati a un precedente lavoro dello spagnolo Luis T. Romero, intitolato Peruvian Air – Melodia Española!).


Nell’Allegretto invece echi dello Studio n°8 dell’Op.48 di Giuliani e di procedimenti barocchi-bachiani, condotti un po’ alla Barrios, si intrecciano in maniera abbastanza articolata.


Per il resto l’ispirazione si fa più articolata tra riferimenti non sempre ben riconoscibili e un eclettico e libero uso inconsueto di procedimenti melodici e armonici, che, pur restando nel solco della tradizione musicale classica, disegnano delle pagine a tratti un po’ vaghe e non sempre di immediata comprensione.


È questo il caso specialmente delle ultime tracce in programma nel disco, come Praeludium. Elegie e Unruhe.


Nel complesso si tratta di un’interessante incisione ed è merito di Stevens essere riuscito a restituire (grazie anche al particolare strumento utilizzato, una chitarra appartenuta allo stesso Albert, di inconsueta fattura) tutto lo spirito dei lavori, in letture sempre attente e chiare che ci mostrano una dimensione artistica del tutto originale e un lato ancora poco conosciuto del repertorio di inizio ‘900 della chitarra, meritevole di studio e approfondimento.


La seconda incisione, più recente, del 2014, presentataci dal chitarrista tedesco si intitola “Anton Stingl - Ausgewählte Werke für Gitarre solo” ed è interamente dedicata a lavori del compositore Anton Stingl, anche lui compositore della Germania (nato nel 1908 a Costanza e morto nel 2000 a Friburgo), figura originale di musicista che in gioventù affiancò una laurea in Matematica e Fisica alla sua formazione chitarristica condotta in pratica da autodidatta, seguendo i metodi di Heinrich Albert.


Perfezionatosi in seguito in chitarra in Austria, a Vienna sotto la guida di Jacob Ortner, uno dei pochi docenti di chitarra che all’epoca insegnavano lo strumento ufficialmente in conservatorio, nel 1928 Stingl si diplomò con la qualifica di Concertista, perfezionando poi i suoi studi teorici a Friburgo.


Sin dagli esordi della sua carriera alternò l’attività di compositore con quella di acclamato concertista (fu esecutore della “prima” di “Le Marteau san Maitre” di Pierre Boulez, e di tutte le numerose repliche che ne seguirono, ed inoltre fu interprete di lavori di Hans Werner Henze).


Come compositore Stingl si è, invece, distinto nella sua lunga carriera per un linguaggio chitarristico del tutto originale, attento sia alle nuove tendenze della musica, che rispettoso di un impianto costruttivo neoclassico. La sua musica deve aver destato all’uscita certamente molta attenzione (Luise Walker è stata tra le interpreti più infervorate dalla sua opera chitarristica), ma anche qualche perplessità, come si evince da una lettera del 1952 di Romolo Ferrari, nella quale Ferrari affermava in particolare di non amare troppo la musica del compositore tedesco a causa delle sue armonie “troppo stavaganti”!


I lavori presentatici da Stevens nell’incisione ci delineano un ritratto esauriente dell’opera del compositore di Costanza e ci permettono di delinearne tutti i pregi.


Si parte con una quasi aforistica Sonatine Op.15a Nach Kinderliedern (del 1936, basata su canzoni popolari per bambini) in quattro brevi movimenti fantasiosi nella loro brevità, nella quale spicca per la sua sospesa atmosfera il terzo tempo una suggestiva ninna nanna.


Questa composizione individua subito uno dei punti salienti della vena compositiva del musicista tedesco, la passione per la musica popolare e per le sue rivisitazioni.


Sulla stessa lunghezza d’onda il successivo lavoro molto suggestivo anche come linguaggio chitarristico, Zwei Sätze zu einem mährischen Wiegenlied Op.15b, sempre del 1936, portato sulle scene numerose volte da Luise Walker nei suoi concerti, basato su una ninna nanna morava, un lavoro davvero delizioso!


Segue ancora un brano di grande effetto, Präeludium und Tango op. 9 del 1933 (rivisto dal compositore nel 1992), nel quale gli influssi folklorici sudamericani sono stemperati in un’onirica e indefinita atmosfera quasi fuori dal tempo.


Altro amore saliente che guida la vena compositiva di Stingl è legata a Bach e alla musica barocca, cosa questa che traspare in varia misura sullo sfondo nel corso specialmente dei successivi lavori in scaletta, una Parafrasi su una antica danza Op.15d (del 1936), e  due cicli di Variazioni Op.16 (del 1936, rivisto nel 1987), e Op.40 (del 1956, rivisto nel 1987), entrambi su temi popolari di area tedesca.


In questi lavori i riferimenti si fanno comunque più ineffabili e a tratti nel caleidoscopico materiale musicale, pur riconoscendosi un impianto di natura classica, emerge quella certa “stravaganza armonica” riconosciuta nella sua lettera da Ferrari che oggi – con il senno di poi – non sembra affatto essere una nota di demerito!


Chiude l’incisione un seducente Studio sugli armonici che con la sua aura sospesa ci commiata dal compositore lasciandoci pienamente partecipi del suo variegato mondo.


Pregevole il lavoro interpretativo di Stevens, che sembra particolarmente a suo agio nelle varie pagine affrontare, sfoggiando padronanza tecnica e un bel tocco, profondo e comunicativo, sapientemente teso specialmente ad assecondare gli abbandoni sonori che si celano tra le righe: complimenti, una bella sorpresa, un disco da avere e da ascoltare



P.V.