in CD
Repertorio scelto


di Gianluigi Giglio

gianluigi.giglio@fastwebnet.it

 

Alberto Mesirca

Giulio Regondi

Complete solo guitar music


Brilliant 2CD 94841



Di Giulio Regondi serbiamo un’immagine serafica: seduto su una seggiola, con i suoi boccoli biondi riversi sulle sue docili spalle, mentre imbraccia una chitarra. Questa è l’icona più emblematica  che abbiamo del Regondi bambino, che alla chitarra fu legato nel bene e nel male.


Nato a Ginevra nel 1822, poco si conosce della madre; alcuni aneddoti, ci aiutano meglio a conoscere la sua fragile figura, segnata dai soprusi di un padre aguzzino, che sfruttò le sue doti di enfant prodige per trarne bieco profitto, abbandonandolo, dopo averlo lasciato senza un soldo, in quella Londra ottocentesca dei bassifondi, permeata ancora da quell’atmosfera del romanzo Dickensiano “Oliver Twist”, che il regista Roman Polański è riuscito a ricreare efficacemente, nel suo film omonimo.


Quando il padre usciva di casa, chiudeva a chiave il figlio per costringerlo a studiare cinque ore al giorno. Il bimbo se ne restava solo, per tutto il tempo, controllato di sottecchi da un vicino di casa; “a seconda di quanto veniva riportato, doveva starsene a fianco del letto del padre per recuperare tutto il tempo che avesse perso durante il giorno” .1


Era stato il dottor George Young, noto medico londinese - in un suo breve soggiorno a Lione, ospite del padre che gli impartiva lezioni di italiano - a consigliargli di portare il fanciullo a Londra, avendolo sentito suonare la chitarra.  Così lo descrive: “dotato di una notevole intelligenza, d’aspetto fine e delicato, con mani forti e più sviluppate rispetto al resto. Giulio non ricordava di essere uscito di casa neanche quando era venuto un uomo a prendergli le misure per un abito di velluto con ornamenti dorati e un cappello, anch’esso di velluto, con piume bianche.  Al concerto, non appena ebbe finito di suonare, il pubblico si alzò in piedi applaudendo e chiedendo un bis, al che Giulio allarmato fuggì di corsa dal palcoscenico. Ci volle parecchio tempo per riprenderlo e farlo suonare ancora”.2


Se Regondi fosse nato nel ‘900, sarebbe sicuramente ricorso allo psicanalista, per le coercizioni e angherie subite. Invece decise – da un certo momento in poi – di dedicarsi alla concertina, strumento simile al bandoneon, per il quale compose un gran numero di opere, abbandonando la chitarra che, a livello inconscio, era legata ai patimenti e ai tormenti di un’infanzia tradita. Tuttavia, nei concerti che Regondi diede a Parigi, Londra, Liverpool, Darmstadt, Dresda, Lipsia, Vienna, Praga, per le abilità tecniche di cui era dotato, riuscì a sbalordire come pochi altri avevano fatto sino ad allora, ottenendo sempre entusiasmanti recensioni della critica. 


Le sue composizioni  sono  di non facile esecuzione, con funambolici passaggi, arpeggi veloci, tremoli e complessità tecniche inaudite per quell’epoca, se si eccettua il virtuosismo di Legnani, Giuliani e Sor. Quest’ultimo conobbe Regondi bambino, e ne apprezzò il talento tanto da dedicargli la Fantasia op. 46 (anche Carcassi gli dedicò le Variations brilliantes sur un thême de la Cenerentola “Non più mesta”- Rossini).


Il successo non era più tanto scontato come all’epoca dei grandi chitarristi compositori del primo ottocento. Bisognava fare i conti con il predominio del pianoforte, con tutte le sue potenzialità espressive, che compositori del calibro di Liszt, Schumann, Thalberg, Moscheles e Chopin seppero sfruttare, elevandolo a strumento romantico per antonomasia. I chitarristi dell’epoca inseguirono invano quel modello, poiché la forza espressiva della chitarra non risiedeva nella potenza sonora, ma in quella caleidoscopica amalgama di colori, sfumature ed effetti timbrici che contraddistinguono il suo carattere più intimistico. La chitarra, grazie a Regondi, riesce ad entrare nel panorama di quel romanticismo inquieto che sublima il pittoresco attraverso un nuovo sentimento di intimità spirituale, per cui la musica diviene fonte di gioia interiore.


La spontanea effusione melodica di Regondi, che trascende ogni aspetto drammatico, serve a infondere serenità: al suo culmine la melodia è evocazione poetica. Nella Rêverie Nocturne op.19, una sensazione di rasserenante estasi – che ha come momento parossistico la fluida cantabilità del tremolo – ci astrae completamente dal mondo terreno: si è come sospesi in un impalpabile ed etereo spazio siderale. Che ritroviamo anche nella brevità di Feuille d’Album, brano portato alla luce da Andreas Stevens nel 2010, trovato presso una collezione privata a Monaco, e qui inciso per la prima volta.


Una breve introduzione nel tono di re minore col basso che si muove, carico di tensione, su un intervallo di seconda minore; si espande poi in una sezione di ampi e arditi arpeggi, come fosse un ponte modulante che risolve in una suadente melodia nella tonalità di mi maggiore. 


Forse meno ispirato, per la  ridondanza di ornamentazioni, Fête Villageoise sembra una scampagnata (ma non proprio per quanto riguarda l’esecuzione) all’insegna del divertimento, motto di quella serenità che qui trapela palesemente, senza alcun pudore, e che null’altro sembra volerci suggerire.


Le ornamentazioni, i glissati, estese sequenze di arpeggi, successioni rapide di scale, sono peculiari di tutta la musica di Regondi, retaggio del virtuosismo dei chitarristi compositori di qualche decennio prima.


Li ritroviamo pure nell’Air Varié op. 21 e op. 22 dove una mesta introduzione in tonalità minore contrasta con il tema sereno in tono maggiore (quello dell’op. 21 calca un motivo popolare napoletano); le variazioni sono ricche di cromatismi, complesse armonie, e melodie che rimandano, stavolta, all’ormai sorpassato clima salottiero ottocentesco.


Più interessante  Introduction et Caprice op. 23, ultimo pezzo scritto da Regondi per la chitarra, definito da Gilardino “il miglior brano scritto per chitarra nell’epoca romantica”,3 caratterizzato da un magistrale uso della tessitura armonica nell’introduzione in mi maggiore, da cui si apre poi lo sviluppo vero e proprio (il capriccio in mi minore) nel quale, per chiudere con maestria l’elaborazione motivica di gradevole impronta romantica, egli utilizza l’ampio vocabolario degli elementi idiomatici della chitarra.


I Capuleti e i Montecchi - ispirato, forse, al lavoro di Mertz - prende spunto dall’opera di Bellini con le variazioni secondo i canoni consueti. Il risultato è un capolavoro che mette in mostra un copioso ventaglio dei tecnicismi stilistici dell’epoca, ma anche un sapiente uso dell’accompagnamento della melodia, che ci fa apprezzare appieno le qualità polifoniche della chitarra.


Esperimento simile è il Solo on Don Giovanni, fedele riproposizione, nota per nota, della medesima trascrizione ad opera di Thalberg, il famoso pianista compositore rivale di Liszt, che Regondi aveva incontrato a Londra nel 1837 e nel 1839, in occasione della loro partecipazione agli stessi concerti.4 Infine i magnifici 10 Etudes da cui si dispiegano accattivanti melodie, sorrette da armonie che aderiscono perfettamente alla fluida cantabilità.


Talvolta, come nel difficile studio n. 5, da un semplice disegno melodico, trapela – attraverso articolate progressioni e modulazioni – un’eccellente abilità compositiva. E vale, per tutti, l’efficace intensità degli studi n. 6 e n. 9 per annoverare questi esercizi dell’espressività - miniature di grande valore musicale - tra le più belle composizioni del periodo romantico.


Il 6 maggio 1872 Regondi moriva a Londra per un cancro epiteliale, dopo atroci sofferenze durate 20 mesi. Nella sua vita vennero pubblicate solo cinque opere; dopo la sua morte cadde nel dimenticatoio, e fu riscoperto solo di recente: i 10 studi furono scoperti in Russia da Matanya Ophee nel 1987. Alcune sue opere furono incise per la prima volta a partire dal 1981 da Leif Christensen con una chitarra René Lacôte del 1830, e in seguito da David  Starobin nel 1993.5


Uno dei più eminenti studiosi di Regondi è Simon Wynberg,6 le cui note sono riportate (in lingua inglese) nel libretto che accompagna questi due CD del valente chitarrista Alberto Mesirca, per l’etichetta Brilliant Classics.


Qualche piccola rigidità del fraseggio e rubati, a volte, leggermente affrettati, non inficiano la pregevole interpretazione del talentuoso e giovane chitarrista che, col suo ricercato tocco romantico, nitido e delicato, fa materializzare, nel gorgo dell’immaginazione, quella soave figuracon quei suoi occhi blu pieni di dolcezza e vivacità,  dai lunghi capelli biondi e fluenti sulle spalle”,7 concedendoci di godere pienamente di una delle pagine più significative del periodo romantico.


 

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1. Secondo le informazioni date a Madame Fauche da Mr. Binfeld, nel periodico “The musical world”, Vol. I, 1° giugno 1872 pag. 345


2. “The musical world”. Op.cit. 


3. Ne “La chitarra” edizioni Curci, 2010 p. 153


4. Notizie tratte dall’articolo di  Stefan Hackl ne “Il Fronimo” n. 143, p. 21, Milano Luglio 2008.


5. Ivi  p. 14


6. Il medesimo articolo su Regondi, scritto da Simon Wynberg, è stato pubblicato ne “Il Fronimo” n. 42, p. 8-14, Milano 1982


7. Descrizione tratta da una recensione di un concerto di Regondi tenuto a Parigi il 13 aprile del 1830