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Scuola e Didattica

 

di Alessandro Petrosino

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Riflessioni sul rapporto tra la figura del musicista e la metodologia didattica dello strumento musicale


Il mio Primo Libro di Chitarra

di Alessandro Petrosino

Concertista, compositore, docente di Chitarra presso la S.M.S Michelangelo di Napoli.



Nel progresso e nell’iper-specializzazione delle arti e delle scienze, del ventesimo secolo, si è giunti ad un frazionamento così esasperato che in molti casi si è persa di vista l’unità della persona, l’unità dei saperi, delle scienze e delle arti, quindi del mondo che ci circonda.


Il micro-mondo e il macro-mondo sia nel loro ambito sia tra loro, nelle pur mille sfaccettature che li compongono, non possono essere considerati solo nelle singole parti che li rappresentano.


Tra questi due sistemi che pur hanno numerosi collegamenti tra loro esistono, per di più, tanti altri mondi intermedi, tutti in relazione tra loro.

Ogni disciplina del sapere umano ha collegamenti e sconfinamenti in molte altre discipline. Troppo spesso abbiamo assistito ad una divisione non solo tra le diverse scienze ma anche nell’ambito di uno stesso settore di studio, di una stessa arte o scienza.


“…noi abbiamo il compito di scoprire le antitesi, in primo luogo come antitesi, poi come poli di un’unità.” (H.Hesse, Il Giuoco delle Perle di Vetro).


In ambito politico ed ambientale, allo stesso modo, sono stati adottati percorsi eccessivamente settoriali senza tener conto, adeguatamente, delle implicazioni nelle altre sfere su cui, inevitabilmente, ci sarebbero state delle ripercussioni.


Come è di fondamentale importanza l’equilibrio dinamico dell’ecosistema terrestre, per la nostra sopravvivenza, così è altrettanto importante l’incontro-confronto tra le arti e le scienze e all’interno di una stessa disciplina di studio o di lavoro dei numerosi campi di applicazione.


A fatica e con gran ritardo oggi nel ventunesimo secolo si comincia, necessariamente, a recuperare un confronto ed un collegamento tra le parti, tra i settori, tra i mondi.


Eppure esistono molti antichi saperi come l’Omeopatia, in campo medico, o lo Zen, in campo filosofico, che si basano proprio sull’imprescindibile rapporto tra l’uno e il tutto. “L’unità ha un suo valore, ma pure la varietà è stupenda. Sottolineare l’assoluta unicità dell’esistenza a discapito della varietà costituisce un intendimento unilaterale…unità e varietà sono la stessa cosa…” (S.Suzuki, Mente Zen). Personaggi come Leonardo e il suo talento universale (oltre che pittore, scultore, architetto, scenografo, anatomista, inventore e letterato, pare che fosse anche un abile suonatore di lira ed avesse scritto anche alcune pagine musicali) ci ricordano come siano legate tra loro le arti e le scienze.


Nell’ambito musicale anche la figura del musicista e di conseguenza la didattica musicale, hanno subìto lo stesso frazionamento e lo sviluppo di un esasperata specializzazione. Dall’ottocento ad oggi la figura del professionista della musica, gradualmente, ha cambiato radicalmente l’ambito delle proprie competenze, o meglio ha diviso le proprie competenze tra loro, per specializzarsi quasi esclusivamente in una sola di queste.


Nel sei-settecento, fino ai primi decenni dell’ottocento, il musicista era allo stesso tempo esecutore, compositore, didatta e spesso era anche polistrumentista. Molti personaggi della storia della musica, più o meno noti, erano abili nel suonare musica scritta e nell’improvvisare, scrivevano la propria musica e si dedicavano anche alla didattica (lasciandoci dei metodi e trattati ancora oggi di grande valore storico e didattico). Molto spesso erano dotati anche di un’eccellente e raffinata formazione culturale. Nonostante la loro poliedricità e senza essere univocamente-specializzati (anche se poi hanno scelto alcuni campi d’azione), ci hanno lasciato opere di valore inestimabile. Anche chi non ci ha lasciato opere di grande levatura ha in ogni modo contribuito allo sviluppo di quei fermenti artistici e musicali che hanno caratterizzato la nostra storia. I grandi nomi, che oggi ricordiamo, non avrebbero avuto modo di eccellere se non avessero vissuto ed operato in un humus così ricco e vivace come quello di tante città italiane ed europee. Non a caso la tendenza degli artisti era sempre quella di raggiungere non solo le grandi capitali europee da Napoli a Parigi, da Roma a Vienna, da Madrid a Londra, ma anche le tante piccole o grandi corti dove i diversi mecenati riunivano tanti artisti, scienziati e letterati. Qui non trovavano solo maggiori possibilità di lavoro ma anche e soprattutto, occasione di arricchimento e conoscenza, possibilità di formazione ed espressione. Le grandi idee e i grandi movimenti artistici sono sempre nati nell’incontro-confronto tra artisti e letterati, tra scienziati e filosofi.


Oggi gradualmente questo univoco perfezionamento ha inevitabilmente portato ad un impoverimento della figura del musicista. Ci sono abilissimi strumentisti che si sono talmente concentrati sull’aspetto esecutivo-riproduttivo, che non hanno mai curato l’aspetto improvvisativo né hanno approfondito le prospettive didattiche e compositive. Oppure eccellenti compositori che hanno completamente abbandonato il rapporto con lo strumento musicale, così come ottimi insegnanti che oltre ad aver trascurato l’attività strumentale non si sono mai accostati agli studi compositivi.


Naturalmente questi sono gli aspetti estremi riguardanti la figura del musicista e oggi, nel XXI secolo, c’è una timida inversione di tendenza. Ci sono, infatti, molti musicisti che hanno intrapreso percorsi intermedi coltivando, con diversi gradi di approfondimento, alcuni o più modelli. Tragitti intrapresi però in maniera individuale e personale perché, nella maggior parte dei casi, ogni strumentista ha studiato con un maestro a sua volta con una formazione univocamente specializzata.


In realtà queste scelte sono pre-determinate dai percorsi accademici che non offrono la possibilità di approfondire i diversi aspetti del fare musica (se non con minimi accenni) per concorrere ad una formazione il più completa possibile. Uno studente di strumento, che ad esempio vuole approfondire gli aspetti compositivi o sviluppare capacità d’improvvisazione non può farlo nell’ambito del proprio corso se non iscrivendosi ad un altro corso che prevede, a sua volta, un iper-perfezionamento. Uno studente di strumento, a livello accademico, se vuole accostarsi alla composizione deve necessariamente iscriversi al corso di diploma, altrimenti non può studiarla.

 
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