Fenesta ca lucive

 

di Alessandro Altieri

sandroaltieri@alice.it

Buongiorno e ben trovati a tutti voi che seguite con interesse ed attenzione questa rubrica.


In questa puntata voglio proporvi la trascrizione di un antichissimo canto che alcuni vorrebbero napoletano, altri di origine siciliana: FENESTA CA LUCIVE melodia resa celebre, fra l’altro, da uno sceneggiato a puntate messo in onda dalla Rai negli anni ’70 e da Pier Paolo Pasolini, prima nel suo film “L’Accattone” nel quale un suo personaggio la canta ed, in seguito, come parte della colonna sonora nel film “I Racconti di Canterbury”.


In verità ho tentato di esperire diverse ricerche per cercare di dirimere la questione “provenienza”, cercando di dare una paternità “definitiva” alla melodia ma, forse per miei limiti, forse per incapacità, forse per la connaturata pigrizia che non mi ha consentito di approfondire con la dovuta costanza, insomma, sia quel che sia, non sono riuscito a venire a capo della faccenda.


La canzone, per alcuni, è tratta da una antica melodia napoletana ed è da ascriversi alla tradizione del seicento – l’epoca di Masaniello, per capirci – tramandata oralmente a noi fino alla pubblicazione avvenuta nella prima metà del 1800 mentre, per altri, si deve far risalire ad una poesia siciliana del ‘500 di Matteo di Ganci ispirata alla storia della Baronessa di Carini.


Come se non bastasse l’incertezza a proposito della provenienza, anche il nome dell’autore di questa splendida melodia resta avvolto nelle nebbie del mistero. Infatti, come appena accennato sopra, essa fu pubblicata nel 1842 dalle edizioni Girard, quale opera di Guglielmo Cottrau per la musica e di Giulio Genoino per il testo (successivamente ripubblicata, con l’aggiunta di un paio di strofe del testo, dall’editore Mariano Paolella, nel 1854) ma non pochi studiosi tendono ad attribuire la paternità della musica nientemeno che a Vincenzo Bellini, adducendo una serie di motivazioni tecniche e filologiche che non è il caso di approfondire qui.


Noi qui ci limiteremo soltanto a dire che “… si tratta di una romanza di autore incerto, il cui testo è in Osco-Napoletano, di una bellezza unica, preromantica, formata da cinque sestine in endecasillabi, in rima alternata. La musica è di prima qualità, ricorda la Scuola Napoletana di fine 1700, composta da un allievo di Nicolò Zingarelli, Maestro del Conservatorio di San Pietro a Maiella ed attribuita a Vincenzo Bellini. Il soggetto è ancora attuale “nell’essenza”, anche se, vista in senso “letterale”, sembra una storia lontana nel tempo. E’ stata scritta da un cantastorie, forse il protagonista stesso, a metà 1500, e viene narrata da due personaggi; l’innamorato che ritorna e cerca la sua bella e la sorella della defunta che gli racconta la triste morte della “Nennella”, che in Napoletano significa “Mia dolce cara”, “Amore mio”, “Cuore del mio cuore”, ecc., e non soltanto “bambina” (traduzione “letterale”).(fonte web)


Preciso subito, a scanso di qualsiasi equivoco, che questa trascrizione non è completamente farina del mio sacco, avendola io derivata, a memoria ed orecchio, dal modo di suonarla di un chitarrista di strada che ebbi occasione di ascoltare diversi anni fa in una sua estemporanea quanto preziosa esibizione nei pressi di P.zza Carità a Napoli.

Come sempre mi succede quando qualcosa, invece di scivolare via senza lasciare traccia, riesce ad attraversare lo strato superficiale ed arrivare in profondità, quell’arrangiamento mi ha “perseguitato” per diversi giorni, e ricordo ancora molto bene di aver continuato a fischiettarmelo in testa finché non ne fissai su carta almeno le linee principali e la bella introduzione.


In seguito, com’è mia senz’altro discutibile ma, ahimé, inveterata abitudine, lasciai quell’appunto nel cassetto, confuso in mezzo a tanti altri sogni che lo abitano da sempre, finendo per dimenticarmene completamente. Oggi, a distanza di un bel po’ di tempo, ho ritrovato il foglio sul quale avevo preso quei vecchi appunti, rispolverando, quindi, le vecchie emozioni che lo avevano creato, ed ho provato a darne una versione, per dir così, “definitiva” ma il più possibile ispirata a quella lontana esecuzione di cui vi ho parlato.




DUE PAROLE SULLA TRASCRIZIONE


Siamo in tonalità di Mi, modo minore, trascrizione senz’altro catalogabile tra le “facili” visto che non presenta alcuna particolare difficoltà tecnica.

Come sempre, ormai l’ho ripetuto fino alla noia, vi invito ad accentare il canto e mettere in evidenza la linea melodica rispetto all’accompagnamento da tenere sempre un po’ più “dentro”.