Munasterio ‘e Santa Chiara

 

di Alessandro Altieri

sandroaltieri@alice.it

Una gita scolastica del secolo scorso fu l’occasione per il mio primo viaggio (o uno dei primi, ora non ricordo bene) in quel meraviglioso posto che è la città di Napoli. A parte la prevista tappa, in serata, al teatro San Carlo, dove potetti assistere, per la prima volta nella mia vita, ad una rappresentazione della Boheme, ebbi l’emozione grande di visitare, durante la mattinata, il Monastero di Santa Chiara; di questo bellissimo e particolare luogo ci aveva lungamente e magnificamente parlato, nella settimana precedente la gita scolastica, il nostro prof. di Storia dell’Arte, dilungandosi su molti degli aspetti artistici e storici del monumento; dettagli questi ultimi che, all’epoca, - il sottoscritto poco più che sedicenne - trovai, come sicuramente tutti i miei compagni di studio, decisamente poco interessanti, quando non proprio inutili, fastidiosi e chissà che altro. 

… a vent’anni sì è stupidi davvero/
quante balle si ha in testa a quell’età…

recita, ahimé, il testo di una bella canzone di qualche anno fa.

Oggi, a distanza di troppi anni, trovandomi intento alla stesura di questo articolo e memore della dovizia di particolari, dell’entusiasmo e del trasporto di cui era capace il nostro prof. di quegli anni, ho pensato di fare una piccola e veloce ricerca “informatica” anche, forse, per cercare di riafferrare le emozioni e la goliardia di quella lontana giornata a piazza del Gesù… spero solo non ci siano, fra i miei affezionati lettori, anche sedicenni infastiditi dai dettagli storici, come il sottoscritto all’epoca.

La città deve la Basilica di Santa Chiara, con l'adiacente complesso monastico, entrambi conosciuti soprattutto come “Monastero di Santa Chiara”, al fervore religioso della regina Sancha di Maiorca, moglie di Roberto d’Angiò, la quale avrebbe voluto, fin dalla fanciullezza, dedicarsi alla vita monastica (desiderio che non poté realizzare in quanto promessa sposa già da bambina). La regina, in accordo col regal marito, individuò nei pressi di quella che allora era la cinta occidentale della città (oggi piazza del Gesù Nuovo) il sito dove edificare la basilica, su un preesistente complesso termale romano del I° secolo d.C. e dovette chiedere – per prontamente ottenere - una speciale dispensa a Clemente V, così che poté, tra il 1310 ed il 1340, realizzare quello che oggi è il bellissimo monumento che tutti possiamo ammirare.

Naturalmente, durante quella “antica” prima visita, rimasi incantato, a dispetto dei miei irriverenti sedici anni, da tutte le bellezze del complesso; museo dell’Opera, sala Archeologica, splendido Presepe del 700, etc. Ma una delle cose che, in seguito, mi rimase più impressa, fu senz’ombra di dubbio lo splendido chiostro maiolicato, realizzato nel Settecento, in un momento di profonda ristrutturazione di tutto il complesso, dall’architetto Domenico Antonio Vaccaro, su desiderio della badessa Ippolita di Carmignano. E ancora oggi, a distanza di tantissimi anni, ogni volta che ascolto la canzone oggetto della trascrizione di questo appuntamento, non posso fare a meno di tornare con la memoria a quella gita, a quel chiostro, a quei colori sgargianti e favolosi.

Purtroppo, durante la seconda guerra mondiale  - per venire ai nostri giorni - un bombardamento degli Alleati, il 4 agosto del 1943, provocò un incendio durato quasi due giorni che distrusse l'interno della chiesa pressoché interamente, causando così, tra l’altro, la perdita di tutti gli affreschi eseguiti nel XVIII secolo.

In seguito, i massicci e discussi lavori di ristrutturazione, riportarono la basilica all'aspetto originario trecentesco, omettendo, però, in questo modo, il ripristino delle aggiunte settecentesche, o di parte di esse. I lavori terminarono definitivamente nel 1953 quando la chiesa venne riaperta al pubblico.

Con ogni probabilità la canzone Munasterio ‘e Santa Chiara è stata originata proprio dal quel luttuoso evento del 1943 al quale abbiamo accennato poco sopra. Infatti essa risale al 1945, suo anno di nascita e di presentazione al grande pubblico, quando Giacomo Rondinella la propose per la prima volta nella seguitissima trasmissione di Galdieri "Imputato alziamoci" con Totò, Anna Magnani, Alberto Sordi e Peppino De Filippo. La melodia fece immediatamente il giro del mondo iscrivendosi, di diritto, nella “top ten” di tutti i migliori cantanti del periodo, e confermandosi, a tutt’oggi, fra le migliori “sempreverdi” del repertorio partenopeo.

Nel brano, la voce “narrante” canta del bruciante desiderio di tornare a Napoli, l’amata città da cui si è allontanata per via della guerra, ma, nel contempo, del timore di trovarla profondamente cambiata; non solo nell’aspetto esteriore – il titolo accenna appunto alle macerie del Monastero bombardato – non soltanto per i palazzi crollati, le strade ingombre di macerie, i monumenti distrutti, ma anche e soprattutto per la devastazione che teme di trovare nel cuore delle persone, nei costumi e nell’animo della sua Napoli che, fagocitata da un orrore appena trascorso, da un presente di frivolezze e da un futuro incerto, probabilmente non esiste più.