Reginella

 

REGINELLA

Buongiorno e Bentrovati a tutti voi. Nel tentativo di soddisfare le numerose richieste che mi son pervenute via mail, oggi voglio proporvi la mia trascrizione per chitarra di un'altra splendida melodia napoletana, canzone certamente da "top ten" in quanto a diffusione e popolarità e, probabilmente, una delle più belle di tutti i tempi, non solo fra le napoletane. Quand'ero ragazzino (vi ho già detto, fino alla noia ed oltre, della mia adolescenza a suon di Napoli) ascoltavo, fra le altre, questa canzone nella magistrale interpretazione di Roberto Murolo; non è il caso qui di indagare quali meccanismi scattino nella mente di un poco più che adolescente all'ascolto di una canzone così, ma è certo che il sottoscritto, più che stregato dalla suadente voce dello chansonnier o ammaliato dalla dolcezza e soavità della melodia era, me lo ricordo ancora perfettamente, incuriosito ed intrigato dall'idea di approfondire il concetto di "sciantosa".

Forse perché il francesismo evocava, nella mia mente di adolescente, una valenza, un qualcosa di trasgressivo, di nascosto, di talmente impronunciabile da doversi mascherare dietro un termine d'importazione, magari perché quello "nostrano" ed adeguato al caso sarebbe stato troppo "duro" per le orecchie dell'epoca. E' appena qui il caso di ricordare che le parole della canzone furono scritte da L. Bovio su un valzer lento di G. Lama, nell'anno di grazia 1917, in un momento storico decisamente meno "licenzioso" dell'attuale e di tale diffuso puritanesimo che la semplice definizione di che trattasi riusciva, o poteva riuscire, a suscitare scalpore e\o costernazione nel per nulla smaliziato ascoltatore medio, e più di qualche imbarazzo nelle commissioni di censura del tempo.

Sia come sia, appena ne fui capace, cercai di risalire alle origini del termine. Seppi così che il francesismo "sciantosa" derivava da un altro termine, pari provenienza e nazionalità, che ebbe, prima in Europa e, conseguentemente, in tutta la nostra penisola, un successo strepitoso, fra la fine dell'800 e l'inizio del 900: Il Cafè Chantant. Questo altro non era, essenzialmente, che un locale dove si poteva assistere, mangiando e bevendo comodamente seduti ad un tavolo, alle esibizioni dei vari artisti che, di volta in volta, i gestori del Cafè proponevano agli avventori.

Con vezzo decisamente italiano, (che perdura ancora oggi) la preoccupazione principale dei proprietari era tentare di rifare, in tutto e per tutto, il verso ai locali francesi dai quali prendeva il nome; quindi, grazie alla partecipazione di numerose "vedette" straniere si cantava spesso in francese, gli avventori si atteggiavano, in qualche modo più o meno maldestramente bleso, a spiccicare pochi vocaboli importati dai cugini d'oltralpe, posate e suppellettili assolutamente e rigorosamente di importazione, persino i menu erano scritti in francese, etc.

Questi locali, per dirla tutta, furono, in fondo, di stimolo alla nascita di una "canzone melodica all'italiana", con le modalità e lo stile che verrà, via via, delineandosi, perché crearono le condizioni affinché essa potesse lasciare definitivamente i salotti ed i teatri, alleggerendosi del suo passato melodrammatico, ed accedere ad un ambiente più popolare e di larghissima diffusione. A seconda degli spettacoli che vi si rappresentavano, infatti, le canzoni potevano essere vicine all'operetta, alla canzone popolare, alla romanza da camera, alla "chanson da cabaret" o alla celebre "macchietta" che spesso esaltava o preferiva il dialetto.

Per stare a noi ed alla nostra canzone, diremo che, nel 1890, quello che fu, forse, il primo di questi locali in territorio italiano, venne inaugurato all'interno della Galleria Umberto I°, a Napoli: il celeberrimo Salone Margherita, così chiamato in onore della regina. All’inizio vi si esibivano solamente artisti stranieri, come già poco sopra accennavo, (la Bella Otero, Cleo de Merode, Eugénie Fougère ed altri) ma in seguito e ben presto calcarono le scene nomi partenopei ormai consegnati alla storia (Bernardo Cantalamessa, Elvira Donnarumma, Raffaele Viviani, Peppino Villani, Nicola Maldacea, Principe della macchietta ed il "Re di Marechiaro", Gennaro Pasquariello) così che il Salone Margherita divenne attrazione immancabile di ogni turista, nonché méta preferita dei napoletani habitué (per stare ai francesismi!) e di tutti coloro che volevano trascorrere una serata in allegria. Naturalmente, in tutto questo, non poteva certo mancare la figura femminile!

Ed eccoci, (finalmente! esclamerete voi), alla definizione che ha innescato tutta questa grafomane descrizione: la “sciantosa” ...

Il termine sciantosa, tecnicamente, non è che una storpiatura del francese "chanteuse", che letteralmente significa, semplicemente, "cantante": inizialmente, infatti, le sciantose eseguivano nei café-chantant brani ed arie tratti da opere liriche o operette famose. Col passare del tempo, però, il vocabolo acquisì sempre più il significato di femme fatale, (sempre per restare a Parigi) conturbante, seducente, ammaliatrice: a quelle che potevano essere le reali capacità artistiche della divetta di turno, si cominciarono sempre più a preferire, specialmente il pubblico in stragrande maggioranza maschile, le caratteristiche fisiche e di portamento in scena;  la voce cominciò ,lentamente ma inesorabilmente, a cedere il passo alle forme, l’acuto alla “mossa”, l’artista alla “femmina”.

Le sciantose napoletane, dal canto loro, per assomigliare il più possibile alle colleghe transalpine, cambiavano di solito nome ( .... mò nun sò cchiù Cuncetta \ mo sò Lilì Kangy \ sciantosa prediletta \ avite voglia 'e dì....) si costruivano un passato ad hoc per acquisire una presenza intrigante e maliziosa, parlavano con improbabili accenti stranieri per lasciar presupporre un esotismo che non apparteneva loro e millantavano storie d'amore con esponenti del jet-set magari a malapena intravisti, talvolta, in platea.

Con ogni probabilità, proprio pensando ad una di queste semplici popolane improvvisamente catapultate sulla scena di una vita che non apparteneva loro, costretto alla triste constatazione che un suo vecchio amore, passando l’autriere da via Toledo, poteva a malapena e solo "distrattamente" pensare o parlare di lui (una connotazione autobiografica?!? Chi può dirlo?) Libero Bovio scrisse questa struggente e malinconica canzone d'amore, probabilmente insuperata, nonostante compirà a breve i cento anni di età, che è certamente entrata nel cuore di tutti noi, anche grazie alla dolcissima melodia di G. Lama: REGINELLA

Per quanto riguarda la trascrizione si può certamente catalogare fra le facili\media difficoltà. Niente di trascendentale ma, piuttosto, un occhio all'interpretazione. Si inizia con l'introduzione, con l'accordo di Simin (siamo in tonalità di LA+) che poche battute dopo (sette per la precisione) chiude sulla tonica per dare spazio al "cantante"

Te si' fatta na vesta scullata,

nu' cappiello cu 'e nastre e cu 'e rrose

stive 'mmiez'a tre o quatto sciantose

e parlave francese...è accussí?

Raccomando all'esecutore, di "cantare", per l'appunto, il più possibile la melodia tenendola in evidenza rispetto all'accompagnamento di Valzer lento e di eseguire le parti di "risposta" strumentale (vedi battute 15 e\o 19 e 20, per capirci!) appena un pò più "dentro" rispetto al canto, con l'accompagnamento sempre in sottofondo.

Si salga di intensità, al ricordo dell'inatteso incontro, con gli accordi di Do#min e Sol#7

... fuje ll'autriere ca t'aggio 'ncuntrata 

fuje ll'autriere a Tuleto, 'gnorsí...


per ritornare subito, prima del ritornello, alla tristezza ed alla malinconia che pervade tutta la canzone, rallentando e morendo. Il ritornello canta di un amore ormai trascorso ( .... stì cose appartenen' a o' passato \ comme all'ammore ca me diste tu... ) che vi prego di suonare, come ho scritto, "dolcissimamente" perché così mi immagino l'innamorato che ricorda i bei tempi insieme.

"T'aggio vuluto bene, a te,

tu mm'he vuluto ben, a mme ..


Segue la ripetizione dell'intro con delle piccole modifiche cromatiche e siamo alla seconda strofa che, come ormai di  consueto, ho provato a "variare" realizzando il canto su seconda e terza corda con accompagnamento terzinato. In questa variazione raccomando di seguire scrupolosamente la diteggiatura di sinistra e di destra al fine di ottenere la migliore pronuncia possibile della melodia, e lasciar vibrare le corde a vuoto. Si ripete la parte con gli accordi di Do#min e Sol#7, ma all'ottava superiore, un poco meno pronunciata, per arrivare, rallentando e morendo, alla cadenza che anticipa e quasi "annuncia" il secondo ritornello, e che raccomando di eseguire il più "leggera" possibile, a velocità sostenuta quanto basta ma sempre con l'idea di far da preludio al dolcissimo ritornello che segue. L'orchestra dei mandolini (quale presunzione!!) evocata dal tremolo e l'ultimo accordo di 7a aumentata, "sospeso" come certe anime, accompagneranno fino alla fine il ritornello e lasceranno lo sfortunato amante a crogiolarsi nel ricordo dell'amore perduto, del tempo che, inesorabilmente, tutto divora, e della sua Reginella che, non solo pensa - magari in francese - assai distrattamente a lui, (avverbio che equivale ad una stilettata al cuore) ma, certo, ha ormai anche e perfino dimenticato i magici momenti di "pane e cerase". 

E lui canta versi inutili, quanto certe canzoni, accompagnandosi alla chitarra, unica compagna rimasta fedelmente a singhiozzare con lui:

... e mò ca staje passanno pe' stà via

e sulo distrattamente parle 'e me,

quanta ricuorde e quanta nustargia ....

... me manche troppo assaje, oi Reginè ...


Grazie a tutti Voi per avermi sopportato anche questa volta.

Un caloroso e...bbraccio.

Alessandro Altieri



di Alessandro Altieri

sandroaltieri@alice.it